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Dalle bande di quartiere ai centri sociali

Dalle bande di quartiere ai centri sociali

Recensione di: John Martin e Primo Moroni, “La luna sotto casa. Milano tra rivolta esistenziale e movimenti politici”, Shake edizioni, 2007, 248 pagine, euro 16,00 (a cura di Andrea Ferrario)

Con lo sgombero e la successiva rioccupazione del centro sociale Conchetta (Cox 18) di Milano il nome di Primo Moroni è tornato a comparire sulle pagine dei grandi media della città per la prima volta dopo la sua morte avvenuta nel 1998. L’azione della polizia, voluta dal Comune di Milano e in particolare dal vicesindaco Riccardo De Corato, ha tra le altre cose rischiato di fare cadere nelle mani del potere che Moroni aveva sempre combattuto il suo preziosissimo e unico archivio del “sapere alternativo, punk, underground e politico”, per usare la definizione che ne dà John Martin nella sua introduzione al libro. Leggendo il racconto della Milano alternativa dal dopoguerra fino agli anni ottanta, scritto da Martin in seguito a un lungo lavoro collettivo di ricostruzione della memoria della città svolto insieme allo stesso Primo Moroni e utilizzando brani di sue memorie e analisi, diventa subito evidente perché l’ipotesi ventilata dal Comune di trasferire l’archivio di Primo Moroni in una sede istituzionale corrisponde né più né meno a un vero e proprio furto e a una censura. Sempre su posizioni di sinistra rivoluzionaria, testimone partecipe delle culture alternative, radicalmente estraneo a ogni forma di istituzionalizzazione, Primo Moroni, così come il suo archivio, la sua libreria e i suoi scritti, è del tutto irriducibile a qualsiasi forma di appropriazione da parte del sistema.

Moroni è stato uno dei testimoni e degli attori più intelligenti della vita di Milano, dove era nato nel 1936 e dove aveva svolto i più diversi mestieri, dallo chef de rang nei ristoranti fino al settore vendite in grandi case editrici. Negli anni settanta ha fondato la libreria Calusca, che prima si trovava in Corso di Porta Ticinese, poi si è spostata in Piazza Sant’Eustorgio e infine è approdata in via Conchetta. Ma soprattutto, oltre che un infaticabile militante della sinistra antiautoritaria, è stato un grande organizzatore culturale che dagli anni sessanta e fino alla sua morte nel 1998 è stato promotore di mille iniziative, dalle riviste ai progetti editoriali, con una sensibilità unica per le culture alternative [per un profilo biografico di Primo Moroni rimandiamo alla relativa voce di Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Moroni) e al ricordo di Carlo Formenti pubblicato dal Corriere della Sera (http://archiviostorico.corriere.it/1998/aprile/01/Addio_Moroni_ultimo_alternativo_co_7_980401652.shtml)]. Della sua produzione scritta ricordiamo in particolare un libro fondamentale come “L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale”, di cui è coautore Nanni Balestrini.

“La luna sotto casa” è un libro straordinario e del tutto unico nel panorama della letteratura su Milano, che offre allo stesso tempo un racconto dei quartieri di Milano e dei proletari e sottoproletari che la abitavano, un’analisi della sua evoluzione sociale e urbanistica dal secondo dopoguerra fino alla nascita dei centri sociali negli anni settanta e una meticolosa mappatura dei vari luoghi in cui ha preso vita e si è sviluppata la cultura popolare e alternativa milanese dei trenta-quaranta anni lungo il quale si dipana il libro. Alle radici di questa lunga storia ci sono le bande di quartiere, create perlopiù da sottoproletari e che dal dopoguerra ai primi anni cinquanta erano ancora in buona parte insediate nel pieno centro della città. Tra i loro luoghi topici vi era tutta l’area del microsistema di via Larga e le zone connesse, in particolare il quartiere del Bottonuto, poi scomparso, al quale Martin-Moroni dedicano pagine molto belle, e il Ticinese, da sempre uno dei quartieri fulcro della cultura popolare milanese. Ma c’era anche la zona di Porta Vigentina, a maggioranza operaia e le cui coordinate culturali erano quindi molto diverse da quelle degli altri microsistemi delle bande di quartiere. L’analisi che ci viene offerta è davvero a tutto tondo: si va dalle coordinate urbanistiche del contesto, fino alle modalità delle alleanze tra bande, al gergo e ai codici comportamentali, ai locali e ai luoghi di aggregazione frequentati, alle varie case chiuse (con tanto di prezzi per i rapporti con preservativo!), ai negozi presenti (con descrizioni meticolose: nell’area Richini-Pantano c’erano, per esempio, “4 trattorie-osterie, 1 pasticceria, 2 droghieri, 9 bar, 2 bar-tabacchi, 2 salumieri, 2 macellai, 2 edicole, 2 meccani auto-moto, 2 cartolibrerie, 2 venditori di abiti usati, 2 mercerie, 2 sarti con negozio, 2 barbieri”). Un mondo tutto diverso da quello che conosciamo oggi, basti pensare che all’epoca i punti di contatto tra sottoproletari e rampolli della borghesia erano ancora frequenti: interi microquartieri, come il già menzionato Bottonuto, erano a composizione mista e c’erano luoghi, come le cave esistenzialiste, in cui i rispettivi percorsi notturni si incrociavano.

Nel decennio che segue il Piano regolatore del 1953 le cose cambiano radicalmente. Il centro città viene espropriato dal capitale finanziario e dalla speculazione edilizia, e nascono i quartieri satellite in cui vengono relegati proletari e sottoproletari, che sempre più spesso sono immigrati recenti. Come scrivono gli autori: “L’attenuazione dei processi collettivi di coesione fondati sulla presenza di memorie storiche smembra alla base la solidità dei gruppi e le loro dinamiche di alleanza, producendo un’azione sociale sempre più frammentata e indifferente rispetto al tessuto sociale urbano”. Le bande si sfaldano sotto i colpi della speculazione edilizia e, in particolare quelle delle aree operaie a Nord/Nord-Ovest, vengono “modificate dall’incrocio con le culture degli immigrati, portatrici di codici comportamentali non sempre in linea con l’ideale del conflitto di classe”. I gruppi di Teddy Boys che nascono intorno alla metà degli anni cinquanta sono ormai insediati lontano dal centro e molto al di fuori della Cerchia dei Navigli. La loro geografia è determinata dai grandi assi del trasporto urbano che utilizzano per muoversi nella città. E il loro numero è nettamente inferiore a quello delle bande di quartiere: le dettagliate cartine inserite nel libro individuano 6 gruppi di Teddy Boys contro le 26 bande di quartiere di alcuni anni prima. Cambia anche il profilo: “la loro azione sociale collettiva è molto più vicina alla devianza organizzata che non a un movimento sociale”, scrivono gli autori, ma i Teddy Boys non mancano di creatività, come testimonia il fatto che abbiano introdotto a Milano la pratica del graffito, realizzandone uno nel loro bar di via Borsieri.

Con la metà degli anni sessanta arriva l’era della società di massa, del centrosinistra, della ormai totale espulsione dei proletari verso i quartieri ghetto in periferia. Scompaiono i punti di aggregazione e i locali che creavano il contesto per lo svilupparsi dei microsistemi delle bande e dei Teddy Boys. Ma allo stesso tempo la città si sprovincializza, giungono gli echi delle nuove culture internazionali e nasce il movimento beat milanese, che ha come principali luoghi di aggregazione e di visibilità le grandi piazze del centro (Piazza Cadorna, Piazza Cordusio e la stessa Piazza Duomo). Ma che si appropria anche degli spazi liberi ai margini della città, come nel caso del grande “accampamento libero” di Barbonia City che ha preso vita nel 1967 in zona Ripamonti, suscitando un enorme scandalo tra i borghesi. A Milano è nata e uscita brevemente nello stesso anno anche la più importante pubblicazione beat, “Mondo beat”, alla quale si affiancheranno con il tempo decine di pubblicazioni nella stessa città e nel resto d’Italia: è la nascita dell’editoria autoprodotta e alternativa. Rispetto alle precedenti esperienze delle bande e dei Teddy Boys cresce la capacità di confrontarsi con il contesto sociale e politico, l’uso creativo del territorio si fa più cosciente. Lo sgombero di Barbonia City reca però un duro colpo al movimento beat, molti suoi membri scelgono la strada dell'”emigrazione” in campagna, ma i pochi di loro che erano rimasti prendono parte a una delle più importanti occupazioni di edifici nella storia italiana, quella dell’Hotel Commercio in Piazza Fontana. E’ il novembre del 1968, siamo ormai nel pieno delle lotte studentesche e operaie. L’immigrazione e la scolarizzazione di massa hanno nuovamente rivoluzionato il contesto sociale: nelle lotte per il lavoro, il diritto allo studio e la casa si inserisce il filone antiautoritario che attraverso i beat trova le sue radici nella cultura sottoproletaria delle bande di quartiere del dopoguerra. Nascono così la controcultura e l’underground, che hanno il loro fulcro, soprattutto a Milano, nella rivista Re Nudo. Nascono anche l’Autonomia Operaia e i Circoli del Proletariato Giovanile che danno il via, nel 1975-1976, all’occupazione di decine di edifici per insediarvi i primi Centri sociali autogestiti (in tutto 24 a Milano nel giro di soli undici mesi). Nel magma politico di quegli anni si produce così “da una parte una spinta organizzativa immediata, ma dall’altra una serie di dinamiche improntate alla separatezza e distanza politico-culturale dall’area operaia, che già prefigurano l’incerto futuro del movimento”. Tra le principali esperienze vi sono quelle del Leoncavallo, del Centro sociale Isola e del Santa Marta. L’anno di crisi del 1976-1977 cambierà radicalmente l’esperienza dei Centri sociali, sta per arrivare un’altra epoca, quella del “no future” e del punk (che troverà nel Santa Marta il primo recettore tra i centri sociali), ma si tratta di un altro capitolo che deve essere in parte ancora scritto.

Il libro di Martin-Moroni è un testo che ha innumerevoli pregi. Innanzitutto quello di recuperare e ricontestualizzare la memoria della cultura popolare urbana milanese degli anni tra la fine dei quaranta e la metà dei sessanta (con una precisazione fondamentale: se non ci fosse stato Primo Moroni con la sua intelligenza e la sua curiosità probabilmente gran parte di tale memoria sarebbe andata definitivamente perduta). La prospettiva dei trenta-quaranta anni che vengono coperti è fondamentale sia per capire gli sviluppi più recenti sia per dare significato alla memoria dispersa di quelli più lontani. Il libro poi riesce a essere rigoroso senza mai scadere nell’accademico. Una storia della memoria senza la contestualizzazione urbanistica, economica e sociale sarebbe scaduta nell’aneddotico, mentre la seconda senza la prima avrebbe dato un risultato arido e rivolto a pochi addetti ai lavori. La lettura del libro è invece piacevolissima e stimolante, i riquadri con le memorie di persone, ambienti e avvenimenti sono sempre intelligenti e non si limitano alla macchietta. Certo, “La luna sotto casa” non racconta tutta la Milano del trentennio e più preso in esame, ci sarebbe molto altro da raccontare, ma il libro giustamente si limita alla “rivolta esistenziale e i movimenti politici”. Ed è senz’altro una pietra miliare nella letteratura sulla storia di questa città, una lettura indispensabile per chi vuole capirla a fondo.

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