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Apr
09

Milano Internazionale – Cronache – N. 16 del 4 aprile 2009

SOMMARIO:

1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009

Cooperative e lavoro precario – Cassa integrazione, mobilità e altro nell’industria – Non solo industria, ma anche serviziLe cifre sulla crisi nelle varie province – Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno – Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti – Crisi e mobbing

1) DIARIO DELLA CRISI IN LOMBARDIA AL 4 APRILE 2009

Cooperative e lavoro precario – Cassa integrazione, mobilità e altro nell’industria – Non solo industria, ma anche serviziLe cifre sulla crisi nelle varie province – Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno – Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti – Crisi e mobbing


Cooperative e lavoro precario

Cominciamo questa nuova puntata della rubrica “Diario della crisi in Lombardia” con una breve rassegna di notizie che riguardano le cooperative e il lavoro precario. In un articolo il Cittadino di Monza riporta alcune testimonianze di sindacalisti della Cgil e della Cisl sul mondo delle cooperative. “Le cooperative stanno pagando uno dei prezzi più alti della crisi economica: soprattutto quelle sociali sono le prime che vengono tagliate dai comuni, in un momento come questo. Le ricadute […] sono maggiori perché le cooperative si fondano essenzialmente su forme di lavoro più o meno precario”. Il Cittadino di Monza riporta poi due casi esemplari di lavoratrici di cooperative. Giovanna lavora per due cooperative di pulizie, che non rispettano il contratto, le hanno tolto delle ore e non le pagano la benzina. Nel mese di febbraio ha lavorato per due cooperative percependo in tutto solo 362 euro. Maria ha lavorato per una cooperativa che gestisce una casa di riposo e, dopo i primi mesi in cui tutto andava bene, si è vista imporre condizioni inaccettabili: “la malattia per i primi tre giorni non veniva retribuita, e poi al 50% con la domenica non pagata; ci venivano tolti i quattro giorni di permesso retribuiti e in più la retribuzione sulla mezz’ora di pausa. La retribuzione si aggirava sui 900 euro e il lavoro era massacrante. Eravamo cinque operatori su un piano di quaranta ospiti, con un infermiere e un medico. Se qualcuno di noi si assentava per malattia non veniva sostituito”. Tra le aziende che esternalizzano a cooperative parte del lavoro ci sono nomi molto noti, come per esempio la Upim. Il 30 marzo dieci lavoratori su 180 della cooperative Start Coop e Log-Med, che gestiscono la logistica e la movimentazione delle merci presso il magazzino di Levate della catena Upim, sono stati licenziati dopo avere scioperato per protestare contro i continui ritardi nei pagamenti di stipendi, ferie e permessi che si verificano fin dall’ottobre scorso. “In seguito alla protesta, attraverso telefonate a ogni dipendente, i responsabili delle due cooperative hanno intimato il rientro al lavoro il giorno seguente, cioè sabato, per recuperare le ore lavorative perdute”, racconta il segretario generale della Filt Cgil, Cesare Beretta. Molti, preoccupati, si sono ripresentati sul luogo di lavoro: “Gli altri”, prosegue Beretta, “ieri hanno avuto una brutta sorpresa: per loro infatti i cancelli del magazzino sono rimasti chiusi”. Upim, secondo quanto riferisce il Giorno, afferma di non aver giocato alcun ruolo nelle presunte pressioni per il rientro al lavoro dei dipendenti delle due cooperative. Alcuni giorni prima, il 21 marzo, c’era stato il caso dei 110 lavoratori immigrati di due cooperative del consorzio Ytaka di Segrate che lavorano su commesse del gruppo Sma (supermercati), lasciati da un giorno all’altro a casa perché quest’ultimo ha tagliato ogni rapporto con le cooperative dopo il coinvolgimento del consorzio in un’inchiesta sulla ndrangheta. Per svariate notti i lavoratori, che non prendono lo stipendio da 50 giorni, hanno organizzato un presidio giorno e notte per cercare di salvare il loro posto di lavoro. Una nuova cooperativa si è detta disposta in un primo momento ad assumere 80 lavoratori, poi ha accettato di assumerli tutti, ma propone contratti al ribasso. La Sma non vuole commentare la vicenda. Dopo che i lavoratori hanno manifestato in silenzio per giorni, l’azienda ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine per evitare disordini. Il Giorno segnala anche il caso dello stabilimento Lindt di Magenta, dove una delle due cooperative alle quali l’azienda ha appaltato i settori imballaggio e carico e scarico potrebbe lasciare il sito entro fine mese. I sindacati di base Cub ha organizzato un presidio per capire quante persone lavorano nello stabilimento, che tipo di contratto hanno e se vengono pagate con regolarità. Secondo alcune testimonianze citate dal quotidiano, all’interno del centro logistico ci sono solo dieci dipendenti Lindt, la maggior parte lavora per cooperative. La Lindt preferisce non pronunciarsi riguardo ai numeri: “Non vogliamo entrare nella polemica di quanti siano i lavoratori. Conosciamo i problemi di una cooperativa. Per ogni decisione preferiamo aspettare”. Lavoratori usa e getta anche a Malpensa. Il 20 marzo 23 lavoratori sono rimasti senza un’occupazione dopo il passaggio all’ennesima cooperativa a cui il colosso internazionale del catering ha esternalizzato il lavaggio e la pulizia di trolley e posate per i pasti sugli aerei. Al presidio organizzato da Cobas, Cub e Sdl, scrive la Provincia di Varese, c’erano anche questi lavoratori rimasti a casa dall’1 dicembre scorso. “Sono extracomunitari che da tre-cinque anni lavorano in questo ambito ‘sempre a testa bassa’. Ecco il racconto di uno di loro: ‘Non possiamo dire niente e chiedere spiegazioni, altrimenti ci fanno lavorare di meno; con 220 ore di lavoro al mese prendiamo tra gli 850 e i 900 euro, circa 4 euro l’ora’. Il consorzio a cui Lsg Sky Chefs ha affidato l’incarico del lavaggio stoviglie cambia cooperativa a ogni pie’ sospinto “e l’ultima arrivata, la Servi Gest, lo scorso 1 dicembre non ha voluto assumere queste 23 persone”. La penultima cooperativa, la Archimede Logistica) non aveva riconosciuto ai propri dipendenti nemmeno il trattamento di fine rapporto, ma poi ha perso la causa in tribunale. Dai cinque casi citati risulta chiaro che l’esternalizzazione permette ai committenti non solo di avere manodopera a costi più bassi, ma anche di avere le “mani pulite” riguardo allo sfruttamento, ai torti, alle irregolarità e ai licenziamenti effettuatu delle cooperative che lavorano per loro. Un discorso simile vale per il lavoro precario, che si sta diffondendo a macchia d’olio. Secondo dati della Provincia di Brescia, nel 2008 solo il 29,2% delle assunzioni sono avvenute con un contratto a tempo indeterminato. Il 38,3% sono state fatte con un contratto a tempo determinato, il 17% grazie al lavoro interinale e il 4,9% con lavoro a progetto. Oltre il 60% dei contratti prevedono quindi una scadenza. Per le donne la situazione è ancora peggiore: solo il 21% delle assunzioni sono a tempo indeterminato e il contratto a tempo determinato riguarda il 45,45% delle assunte. Sono stati pubblicati anche dati che riguardano la provincia di Lodi, dove i precari sono circa 15.000 e il loro compenso medio annuo lordo è di 9.000 euro. Il 70% di loro ha un’età compresa tra i 18 e i 27 anni e per il 40% sono diplomati, mentre una quota identica è in possesso di una laurea. Il 50% degli appartenenti a questa fascia vive ancora con i genitori.

Cassa integrazione, mobilità e altro nell’industria

In tutta la Lombardia continua l’ondata di cassa integrazione, mobilità e licenziamenti. Citiamo qui di seguito solo alcuni dei casi più emblematici. E’ a rischio chiusura entro un paio di mesi lo stabilimento di un’azienda che è anche un marchio storico di fama mondiale, la Moto Guzzi di Mandello in provincia di Lecco. L’azienda, di proprietà della Piaggio di Roberto Colaninno, da tempo aveva delocalizzato la fabbricazione dei pezzi in Cina, ora si profila all’orizzonte un trasferimento dell’intera produzione. In pochi anni i dipendenti erano già calati da 290 a 155, ora si rischia il licenziamento di quelli rimasti e una forte crisi per il notevole indotto della fabbrica. Il Giorno ha raccolto alcune testimonianze dei lavoratori. Manuel Belingheri: “Come al solito le decisioni sono prese da qualcuno che non ci fa avere, come lavoratori, una parte attiva nella situazione, poi però le conseguenze di scelte sbagliate ricadono su di noi”. Silvana D’Elia: “Ho un contratto part-time verticale, quindi lavoro solo sette mesi all’anno, ora anche questi pochi mesi di lavoro sono a rischio. Per tre anni ho lavorato qui con contratti per un’agenzia, poi per la Guzzi e poi ancora per l’agenzia. Alla fine il tempo indeterminato è arrivato solo con il part time e adesso chissà se riusciremo a fare anche questi pochi mesi”. Diego Manzoni: “Si vuole solo sfruttare il marchio, lasciare qui un negozio, un museo e fare tutto il resto altrove. Decidere del nostro futuro in due mesi significa che hanno già deciso, e ci stanno solo spingendo a lasciare il lavoro”. Chiude invece definitivamente l’azienda tessile Giber di Veniano, in provincia di Como, dopo che a fine 2008 la dirigenza aveva parlato solo di alcune difficoltà e di ipotesi di riduzione del personale. Inaspettatamente invece si è arrivati alla cassa integrazione straordinaria per cessata attività per una durata di 12 mesi. Ma non si sa ancora quando partirà e quindi i lavoratori restano per il momento senza tutela sociale, economica o stipendio. L’azienda, che esisteva fin dagli anni trenta, lascia senza posto di lavoro 100 dipendenti in tutto. Situazione paradossale per i lavoratori della Pmc di Casalromano in provincia di Mantova (settore moda). Dopo il pignoramento a inizio marzo dei macchinari e l’assenza di commesse, nonché gli stipendi in arretrato, il 17 marzo l’amministratore non ha consentito l’ingresso in fabbrica ai lavoratori che si apprestavano a fare la loro presenza, chiudendo loro i cancelli in faccia. Poiché l’assenza ingiustificata per tre giorni di fila comporta il licenziamento, i dipendenti (circa una ventina) chiamano da quel giorno tutte le mattine i carabinieri per fare registrare la propria presenza e l’impossibilità di accedere al luogo di lavoro. Si registra invece una svolta per la Lares di Paderno Dugnano, che si occupava della produzione di circuiti stampati. I 133 dipendenti, senza stipendio né tredicesima dal mese di dicembre, stanchi della loro situazione precaria hanno presentato istanza di fallimento e ottenuto almeno la cassa integrazione straordinaria. Chiude anche la Giardina di Figino Serenza, in provincia di Como, che dal 1970 produce macchine per la verniciatura. Rimangono senza lavoro 210 dipendenti, che tra l’altro non hanno ancora ricevuto gli stipendi di febbraio e di marzo. Dal 6 aprile partirà la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi. La lombarda Regina Catene ha messo in cassa integrazione ordinaria a zero ore circa 300 lavoratori. 65 lavoratori dello stabilimento di Dervio, in provincia di Lecco, verranno poi spostati allo stabilimento di Cernusco Lombardone. La proprietà ha rifiutato ogni indennità ai lavoratori che perderanno circa 2 ore ogni giorno per raggiungere la loro nuova sede di lavoro, offrendo solo un servizio di trasporto in pulmino. A forte rischio di chiusura è invece un’azienda tra le più antiche della Lombardia ancora in attività, la ex Caprotti di Albiate, in Brianza, fondata addirittura nel 1830. Il Gruppo Albini, che la aveva acquistata nel 2000 con l’obiettivo dichiarato di rilanciarne la produzione, ha comunicato l’intenzione di sopprimere il polo produttivo brianzolo e si parla con insistenza di una probabile contemporanea apertura di un polo di produzione in Egitto. La notizia è arrivata ai 186 lavoratori dopo trenta settimane di cassa integrazione ordinaria. A fine marzo è stato firmato l’atto di fallimento della ex Falck di Dongo, in provincia di Como, dopo che il 4 marzo scorso era stato siglato un accordo per cassa integrazione straordinaria di sei mesi che aveva alimentato le speranze in qualche spiraglio di risoluzione. “Negli ultimi anni è stato un susseguirsi di cambi di denominazioni e un fiorire di società ‘scatola’”, ha denunciato l’ex sindaco Claudio Poncia. Come in altri casi (per esempio quello dell’ex Arsenale di Pavia) anche a Dongo però la crisi si intreccia con progetti di speculazione edilizia, come spiega la Provincia di Como: “A pesare sul futuro di un possibile rilancio, anche le scelte urbanistiche. L’amministrazione comunale ha infatti approvato un piano integrato che autorizza il cambio di destinazione d’uso dell’area portuale dello stabilimento, trasformandola quindi da industriale a residenziale. Si tratta di 40.000 metri quadrati dove si affacciano i capannoni dismessi di oltre 57.000 metri cubi. Lì dovrebbero sorgere più di 42.000 metri cubi di appartamenti, una piazza per il mercato, un museo, un parcheggio. Una scelta che, per il sindacato, preclude ogni interesse a rilevare l’attività”. Si profila la chiusura anche per la Terex-Comedil di Cusano Milanino, i cui lavoratori sono stati negli ultimi mesi tra i più battaglieri nel difendere il proprio posto. Dal 25 aprile dovrebbe scattare per loro la mobilità, nello stesso momento in cui la multinazionale Terex ha decurtato del 10% lo stipendio di tutti i propri dipendenti a livello mondiale. A comunicare la notizia è stata l’amministratrice delegata di Terex-Comedil, Martina Moritch, presentatasi allo stabilimento presidiato dai 45 lavoratori scortata da polizia e carabinieri, con la presenza anche di agenti in borghese. Il quotidiano il Giorno ripercorre in breve la storia dello stabilimento: “Il sito produttivo viene avviato nel 1927 da Peter Ferro. L’azienda nel 2000 è acquistata dalla multinazionale americana Terex. Tra il 2001 e il 2006 raddoppia la produzione di gru, tanto che nel 2007 ha fatturato 25 milioni di euro. Nel 2008 i ricavi si riducono a 17 milioni di euro. I lavoratori hanno fatto sacrifici: hanno accettato i permessi e le ferie forzate, quattro di loro hanno detto di sì al trasferimento nella casa madre di Pordenone, gli altri hanno accettato l’accordo che mandava in cassa integrazione 27 persone. Ma a Natale la Terex ha rotto l’accordo annunciando il licenziamento”. Alla Marcegaglia di Graffignana, dove si producono ponteggi, l’azienda ha avviato una riduzione dei giorni di lavoro, senza però fare ricorso alla cassa integrazione: per ogni dipendente fino a metà maggio ci sarà una riduzione del lavoro fino a un massimo di 120 ore: 60 ore coperte dai permessi annui retribuiti, le altre 60 ore invece dovranno essere recuperate entro la fine del 2010. I lavoratori coinvolti sono 114 operai e 18 impiegati, ma, scrive l’Avvenire, “questo provvedimento non sembra però bastare”. Si parla molto di stretta creditizia e di banche che non effettuano finanziamenti, ma in alcuni casi il loro intervento si rivela deleterio per i lavoratori. E’ il caso della Riri (accessori per la moda) che ha due stabilimenti in provincia di Sondrio, a Tirano e a Manerbio. Nel giugno del 2008 il gruppo Riri, di proprietà svizzera, era passato alla società di investimento italiana Sofipe Sgr, che fa parte del gruppo Unicredit. Ora è allo studio un nuovo piano industriale con il quale la società vuole creare un polo nel settore degli accessori della moda tramite la concentrazione dei due stabilimenti, il che significherebbe con ogni probabilità un drastico taglio dei dipendenti, che attualmente sono 250. A Bergamo un colosso dell’industria italiana, Italcementi, ha messo in mobilità 81 dipendenti su circa 900 della propria sede, per “adeguare i ritmi produttivi e contenere per quanto possibile i costi di struttura […], un intervento minimo ed essenziale tenuto conto dell’attuale situazione di grave crisi”, come scrive l’Eco di Bergamo. Un altro colosso, l’Italtel ha presentato il piano industriale per i prossimi tre anni che prevede una riduzione di personale: 450 lavoratori in meno sui 2.320 occupati. Il sindacato ha organizzato un presidio di protesta presso il sito di Castelletto dove negli anni ’60 e ’70 lavoravano circa 30.000 addetti, mentre ora ne sono rimasti solo 1.000. Presidio anche dei lavoratori della Nokia Siemens di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano. Il centro di ricerca locale sarà oggetto del progetto della multinazionale svedese che prevede la delocalizzazione di quasi tutte le attività produttive e di ricerca in Cina, India e Vietnam.

Non solo industria, ma anche servizi

Aumentano i casi di cassa integrazione o mobilità che riguardano il settore dei servizi, oppure tecnici e impiegati. I 70 lavoratori cassintegrati della Borghi di Vimercate, in Brianza (trasporti hi-tech), hanno protestato davanti al municipio della loro città. Sono in standby dal giugno scorso e non percepiscono l’indennità di cassa da tre mesi. A fine maggio scadrà poi la cassa straordinaria di un anno e la proprietà ha avviato la mobilità per tutti i dipendenti, che però non intendono avallare l’operazione. I lavoratori erano già stati trasferiti nel 2007 da Peschiera a Vimercate, assorbendo licenziati della Logistic Service di Cavenago, ex Siemens. “Ci avevano garantito lavoro, ci siamo ritrovati all’inferno”, si lamentano i lavoratori. Dopo l’avvio della procedura di mobilità nel febbraio scorso, i sindacati hanno firmato in questi giorni con la Metro un accordo che prevede 195 esuberi (inizialmente avrebbero dovuto essere 295), 20 dei quali presso la sede San Donato Milanese. A fronte della riduzione significativa degli esuberi i sindacati hanno accettato una diminuzione media del premio di produttività del 50% per tutto il 2009. Il 3 aprile hanno scioperato i lavoratori della Omnia (call center) di Milano, saliti agli onori delle cronache alcuni giorni prima per un’accesa e lunga discussione con l’amministratore delegato della società che era stata paragonata ai “sequestri di dirigenti” effettuati a più riprese dai lavoratori francesi negli ultimi tempi. Il nuovo socio Ti-Cam sta facendo arrivare i primi stipendi in arretrato, ma la cosa non è bastata a fare rientrare lo sciopero dopo lunghi mesi di salari e tredicesime in ritardo, nonché di promesse non mantenute. Un gruppo consistente secondo il Giorno, ma solo il 25% dei lavoratori secondo i sindacati, ha lavorato ugualmente ed è stato accolto dai fischi dei colleghi in sciopero. Alessandro Genovesi, segretario nazionale della Slc Cgil ha dichiarato che i lavoratori non hanno mai pensato di “sequestrare” l’amministratore di Omnia, aggiungendo che “i lavoratori in questo paese, per fortuna, non sono arrivati a forme estreme di pressione come quelle francesi, perché vi è un sindacato serio e responsabile come la Cgil”. A Bergamo la crisi fa il suo ingresso nel settore alberghiero. L’Hotel Excelsior San Marco, uno degli alberghi di riferimento della città, con 155 camere, un centro congressi e due ristoranti, ha chiesto un anno di cassa integrazione per 11 dipendenti sui 53 in organico a causa del calo del volume d’affari. Il settore alberghiero, spiega la Filcams Cgil, ha subito una riduzione delle presenze che in certi casi è arrivata persino al 30-40%. Nei giorni scorsi è arrivata sul tavolo del sindacato bergamasco un’altra richiesta di cassa integrazione da parte di un albergo, anche se più contenuta: si tratta dell’Hotel Parigi di Dalmine. Vanno in mobilità 14 dipendenti su 25 della Orobica Pesca di Bergamo, azienda leader nel settore ittico. Anche se la mobilità riguarda per la maggior parte operai, va rilevato che la crisi della società è un riflesso del calo della domanda proveniente dal settore della ristorazione. L’azienda ha dichiarato inoltre l’intenzione di esternalizzare le attività che non fanno parte del suo core business. Davanti alla sede milanese di Assolombarda hanno manifestato il 2 aprile circa una trentina di ingegneri della Sadelmi di Sesto San Giovanni, che si occupa da oltre 60 anni della progettazione di impianti per il settore energetico. L’azienda naviga in cattive acque e sono a rischio, tra dirigenti e dipendenti, circa 130 posti di lavoro, in parte a Ravenna (30) e per la maggioranza a Sesto (90). Lo stesso giorno i circa 400 lavoratori (per la maggior parte ricercatori) del Nerviano Medical Sciences (Nms) hanno bloccato il traffico della statale del Sempione per circa un’ora, dopo che negli ultimi giorni si stanno facendo sempre più concreti i rischi di liquidazione di questo centro di ricerca oncologico controllato dalla Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione (Vaticano), che l’aveva ricevuto gratuitamente dalla multinazionale Pfizer nel 2004 insieme a una “dote” di 200 milioni di euro. Ora il centro si ritrova senza fondi e sono a rischio gli stipendi di aprile. Il quotidiano DNews racconta attraverso gli occhi di Francesca Di Gioia, 35 anni, la storia emblematica della multinazionale giapponese Pentax Italia, che ha chiuso la sua sede di Milano lasciando a casa 7 dipendenti su 9. Francesca era stata assunta otto mesi fa, dopo avere rifiutato altre proposte più convenienti, perché il marchio Pentax faceva pensare a un lavoro più sicuro nel tempo. “Il 20 febbraio scorso il presidente di Pentax Italia, Enrico Bassanti è entrato in ufficio e senza neppure sedersi ha annunciato ‘l’azienda chiude, mi dispiace dovervi dare questa notizia’. ‘Non ci ha neppure guardato in faccia’, ricorda Francesca. Dopo la comunicazione-lampo Bassani è partito per le Maldive. Francesca era assistente del direttore commerciale e guadagnava bene, ora, nonostante i 10 anni di professionalità, ai suoi curriculum rispondono solo con proposte di posti di terzo o quarto livello, mentre lei viene da un primo. ‘Dovrò svendermi. Guadagnerò 450 euro in meno al mese, proprio quelli che pago per l’affitto di casa a Brugherio’. Ancora peggiori le prospettive di una sua collega: ‘Grazia ha 52 anni, chi riceve il suo curriculum la scarta se guarda la data di nascita’. Per completare il panorama segnaliamo che la Provincia di Lecco ha pubblicato un’intervista a Marco Brigatti, che alla Cgil si occupa di lavoratori atipici e professionisti, nella quale si rileva come il taglio delle spese da parte delle famiglie e delle aziende stia colpendo anche i liberi professionisti, i cui introiti si stanno nettamente riducendo.

Le cifre sulla crisi nelle varie province

Nella provincia di Bergamo, secondo dati della Cgil, sono almeno 70.000, su un totale di 350.000, i dipendenti del settore manifatturiero (che rappresenta il 48% del comparto industriale bergamasco) coinvolti in forme di cassa integrazione o per i quali è già scattato il licenziamento. Luigi Bresciani, della Cgil, commenta: “In questo momento gli effetti dello tsunami economico, almeno dal punto di vista sociale, sono da noi ancora sostanzialmente limitati per la presenza di un solido retroterra familiare. Ma vi sono fasce, come gli immigrati, che stanno risentendo pesantemente della situazione. A soffrire di più in questa fase è il meccanico, che ha perso 17.000 posti di lavoro. Le procedure di cassa integrazione, inoltre, aumentano più per gli impiegati che per gli operai mentre, ormai, sono mediamente una quarantina le piccole realtà, in particolare contoterziste, che ogni giorno presentano domanda per accedere alla cassa in deroga”. In provincia di Varese si fanno sentire di riflesso le grandi difficoltà economiche che sta affrontando il Canton Ticino, nella vicina Svizzera. Negli ultimi tre mesi del 2008 sono stati 1.465 i frontalieri che hanno perso l’impiego, mentre tra gennaio e febbraio quelli licenziati sono già 400. Ma altri 2.000 posti sono a rischio e centinaia di frontalieri stanno intanto già lavorando a orario ridotto. Nel cremasco più della metà dei dipendenti di piccole aziende con meno di 15 dipendenti è attualmente a casa. Segnali molto preoccupanti anche da un altro indicatore, quello delle richieste di sussidi di disoccupazione. Nel 2007 erano in media 116 al mese, nel 2008 sono balzate a 174 al mese, ma dal gennaio di quest’anno sono quadruplicate e attualmente sono 507 al mese. Statistiche che, va ricordato, non tengono conto dei dipendenti delle cooperative e dei cosiddetti atipici, che rimangono a casa senza alcun ammortizzatore. La Confapi Brianza ha pubblicato un’analisi congiunturale delle piccole imprese della propria zona relativa al secondo semestre 2008. L’unico dato positivo è quello di un aumento degli investimenti del 14,3% ma, precisa la Confapi, “l’aumento degli investimenti, soprattutto in una fase iniziale di crisi, non è così anomalo. Bisognerà vedere invece cosa accadrà nel lungo periodo”. Gli altri dati sono tutti da Caporetto. Gli ordini sono calati del 46,43%, sia quelli interni sia quelli per le esportazioni (peggiorati in particolare gli ordini per le esportazioni verso i paesi extracomunitari). L’occupazione è in calo del 14,9%, la produzione del 41,07% e il fatturato totale del 28,57%. Le previsioni degli imprenditori brianzoli per il primo semestre 2009 sono ancora più nere: ordini -57,14%, produzione -55,36%, fatturato -57,14% occupazione -25%, con un segno meno anche per gli investimenti, finora in positivo (-3,57%). Commenta Stefano Valvason di Confapi: “Gli imprenditori cercano di resistere facendo ricorso alla cassa integrazione per non perdere i propri collaboratori che rappresentano un patrimonio importantissimo per le imprese. Si cerca di contrarre le spese salvaguardando l’occupazione e solo quando non si riesce più a far fronte alla situazione si è costretti a ridimensionare gli organici. Logico che le cose sono destinate a peggiorare più la crisi durerà a lungo”.

Scuola: da settembre 4.000 insegnanti in meno

La Repubblica scrive che “nelle scuole lombarde da settembre ci saranno 4.000 insegnanti in meno, tagliati dal governo per contenere la spesa. Alle elementari se ne vanno 696 maestre, alle superiori 1.047 professori. Ma il prezzo più caro lo pagano le scuole medie con un decimo dei posti persi, 2.255 cattedre tagliate rispetto alle 23.000 attuali. E intanto gli studenti aumentano: nel prossimo anno scolastico sui banchi ci saranno 9.000 studenti in più, 12.000 se si considerano anche i bimbi delle materne. Oltre alla mancata riconferma degli insegnanti precari, con la Uil-Scuola che parla di 5.000 contratti atipici a rischio, i tagli produrranno una girandola di trasferimenti: docenti costretti a lasciare la loro sede per andare a tappare i buchi lasciati dai precari che hanno perso il lavoro”. C’è in più il rischio di non riuscire a coprire la richiesta, pressoché totale (99% delle famiglie), del tempo pieno alle elementari. Solo una settimana prima della pubblicazione di tali dati, il presidente della regione e ciellino-forza italia Roberto Formigoni aveva assicurato: “Grazie a un accordo con la Gelmini, in Lombardia sarà confermato l’organico dell’anno in corso”.

(fonte: Repubblica, 26 marzo 2009)

Lavoratori immigrati sfruttati e senza diritti

Una settantina di immigrati sikh hanno preso parte a un’assemblea organizzata a Romano, in provincia di Bergamo, dalla Cgil-Flai (agroindustria). Quasi tutti lavorano in aziende agricole della bassa bergamasca. Uno di loro, Sokhyvinder Singh, è delegato Cgil e racconta: “E’ la paura di perdere un salario che frena i miei connazionali [nel denunciare lo sfruttamento]. E così si va avanti lavorando sette giorni su sette, facendo dodici ore al giorno, senza alcun riposo settimanale e con paghe da operaio comune non specializzato in mungitura, che altrimenti darebbe diritto al premio di produzione. Quando un lavoratore viene assunto al nero incombe sempre la possibilità che in caso di infortunio si inneschino dei meccanismi di penalizzazione del dipendente”. E’ il caso di G. Singh, che non dice per esteso il suo nome, come spiega l’Eco di Bergamo, ‘altrimenti è la volta che nessuno mi da più lavoro’. E’ in Italia da undici anni, abita con la moglie e i due figli a Fontanella, ma fino allo scorso 6 febbraio faceva il mungitore in un’azienda agricola di Camisano (Cremona): “Lavoravo in nero dopo essere stato occupato per alcuni anni regolarmente in un’altra stalla. Attendevo di essere assunto ma quel giorno il calcio di una mucca mi ha schiacciato due dita contro una grata di ferro: ho perso il mignolo e l’anulare della mano destra, poi riattaccati con un’operazione, ma non so se riuscirò più a muoverli. La cosa più triste è che l’agricoltore mi ha detto di denunciare che mi ero fatto male per strada e non in azienda perché non voleva problemi”. A Brignano, sempre in provincia di Bergamo, il locale sindaco leghista Giuseppe Ferri ha deliberato la corresponsione di un assegno di 500 euro per un massimo di tre mesi ai disoccupati che risiedono sul territorio del comune da almeno 5 anni e hanno avuto un rapporto di lavoro di durata analoga. Solo che l’assegno vale solo per i cittadini italiani, e non per i lavoratori stranieri. Oltre a discriminare i lavoratori immigrati la delibera esclude dal contributo anche i lavoratori giovani che lavorano da meno di 5 anni.

Crisi e mobbing

In un articolo del quotidiano E Polis, Francesca Cardia affronta il tema del mobbing parlandone con Anna Paola Jeri, psicologa del lavoro e responsabile dello sportello mobbing della Cisl di Milano. “La crisi ‘cancella’ anche il mobbing. Le imprese tagliano e mettono i dipendenti in cassa integrazione. Hanno altri strumenti per mettere fuori dalla porta le persone ‘che non servono più’ in altri modi. La crisi economica falcia posti di lavoro e spinge al massimo la competitività tra colleghi, innescando un meccanismo dentro il quale sono i più deboli a soccombere. Il mobbing non è sparito, è nascosto nelle maglie di un sistema dove malessere e stress la fanno da padroni. In questo momento particolare secondo la terapeuta quello che più danneggia è l’incertezza. ‘C’è un malessere generalizzato dettato anche dal non sapere cosa succederà’, afferma Jeri, ‘è la pressione del dover lavorare e di dover sostenere il confronto con gli altri per non finire tra quelli che verranno espulsi dal mercato: le aziende si trovano con un sacco di esuberi e spesso lasciano le persone a bagnomaria’. E’ cambiato anche il target di persone che si presentano a chiedere aiuto, ‘ormai sono tantissimi i giovani, tra i 22 e i 35 anni’. Secondo Corrado Andreoli, responsabile dello sportello mobbing della Cgil di Milano, ‘questa competitività esasperata scatena una sorta di selezione naturale tra i lavoratori, tanto che i più deboli soccombono e per le aziende è più facile scegliere chi tenere e chi mandare via. Se ci fosse più coesione tra i lavoratori queste dinamiche verrebbero spezzate, scardinate dalla forza del gruppo. La fabbrica era un luogo di forti legami e relazioni, ora non è più così'”.

(fonti: Cittadino di Monza, 2 aprile; Il Giorno, 21 marzo, 24 marzo, 25 marzo, 26 marzo, 27 marzo, 28 marzo, 31 marzo, 3 aprile, 4 aprile; L’Unità, 21 marzo; Brescia Oggi, 31 marzo; Provincia Varese, 21 marzo, 28 marzo; Provincia Como, 20 marzo, 29 marzo, 4 aprile; Corriere di Como, 20 marzo; Voce di Mantova, 18 marzo; Gazzetta di Mantova, 29 marzo; Provincia Lecco, 26 marzo, 1 aprile; L’Eco di Bergamo, 25 marzo, 26 marzo, 4 aprile; Avvenire, 3 aprile; Provincia Cremona e Crema, 30 marzo; E Polis, 23 marzo; DNews, 24 marzo)

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