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Mag
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Diario della crisi in Lombardia, 11 maggio

L’ondata di rinnovi della cassa integrazione – Dove la crisi colpisce più duramente – Ma il peggio è davvero passato? – Immigrati, precariato, lavoro nero ed evasione – L’Italia precaria e sfruttata – Malpensa, da aeroporto a fabbrica di esuberi e di cassa integrazione – Settore edilizio in forte calo

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L’ondata di rinnovi della cassa integrazione

Da un mese a questa parte i grandi mezzi di comunicazione continuano a parlare di “luce in fondo al tunnel” e di una crisi che avrebbe ormai superato il suo punto peggiore. Le notizie che provengono dal territorio, così come d’altronde anche le statistiche su produzione e prodotto interno lordo, dipingono un quadro completamente diverso (si vedano più sotto anche i dati generali relativi alla Lombardia e alle sue province). Molte delle aziende lombarde in crisi che avevano avviato le 13 settimane di cassa integrazione ordinaria all’inizio dell’anno hanno deciso nell’ultimo mese un rinnovo di altre 13 settimane, mentre altre imprese che erano già in crisi e avevano adottato tipologie diverse di misure temporanee sperando in una ripresa degli ordinativi, hanno avviato la cassa integrazione o la mobilità. La It Parker di Veniano, in provincia di Como, ha prorogato di altre sette settimane la cassa integrazione ordinaria per 497 operai e impiegati, mentre alcuni lavoratori si sono dimessi, altri sono stati licenziati e i contratti a termine non sono stati rinnovati. L’azienda, che produce tubi per escavatori, ha deciso la proroga della cassa perché persiste il calo dei volumi degli ordini (-50%). La Italpresse di Bagnatica, in provincia di Bergamo, ha richiesto a metà marzo il rinnovo della cassa integrazione ordinaria per 132 dipendenti su 150, dopo le 13 settimane già utilizzate dall’inizio dell’anno. Per il momento non si è giunti a un accordo con i sindacati sulle modalità di gestione del nuovo periodo di cassa. Alla Alusteel di Somaglia, in provincia di Lodi, i circa cinquanta dipendenti stanno facendo altre otto settimane di cassa integrazione ordinaria, l’ultimo periodo disponibile nell’ambito delle 52 settimane previste in un biennio dalla normativa. Nel lodigiano rinnovo per altre 13 settimane della cassa integrazione ordinaria per la Scomes di Castiglione d’Adda, la Raddital di Fombio e la Aseg Galloni di San Colombano, rispettivamente con 45, 8 e 12 dipendenti. Proroga per 13 settimane anche alla Farina Casseforme a San Donato per 29 operai (“In 35 anni che faccio questo lavoro non ho mai visto una congiuntura simile. Alla fine del 2008 siamo andati sotto di colpo del 90% di fatturato”, dice il proprietario), alla Saba Bulloneria di Sesto Ulteriano, 60 addetti (qui la direzione parla di calo delle esportazioni e precisa che “non ci sono segni di ripresa”) e alla Waircom di Melegnano. Sempre in provincia di Lodi, la Marcegaglia Building di Graffignana, che produce ponteggi, dopo avere fatto ricorso ad accordi interni che prevedevano la riduzione dei giorni di lavoro attraverso l’utilizzo delle ferie e l’anticipazione di periodi di riposo ha dovuto richiedere 13 settimane di cassa integrazione ordinaria per 75 lavoratori di fronte al persistere della crisi. Perdura la crisi anche per la Baruffaldi di Tribiano, un’altra impresa che ha richiesto la proroga di 13 settimane per i propri 220 dipendenti. La direzione dell’azienda, che produce veicoli industriali, macchine utensili e macchine tessili, spiega che “il quadro economico, degli ordinativi e dell’export è rimasto esattamente uguale a quello di fine febbraio inizio marzo. Non si vedono né condizioni né segnali tangibili di un movimento positivo sia negli ordinativi dall’estero sia in quelli interni. E’ importante sottolineare che nemmeno constatiamo elementi di ulteriore peggioramento dell’indotto della componentistica industriale: ci troviamo in altri termini nel pieno della stasi”. Alla Walter Italia, in provincia di Como, il periodo di cassa integrazione apertosi a fine novembre scorso si è trasformato all’inizio di questo mese in mobilità per 55 dipendenti su 137. Alla Mivar di Abbiategrasso, che produce televisori, è stata invece richiesta la proroga della cassa integrazione straordinaria per il secondo anno consecutivo. La condizione per ottenere il rinnovo è che almeno cento lavoratori lascino l’azienda entro luglio, alla scadenza del primo anno. Per ora hanno abbandonato volontariamente 84 dipendenti, 24 dei quali con un contratto a tempo determinato presso la Bormioli che, a sua volta, è in cassa integrazione. Rinnovo della casa per 13 settimane pure alla Sordi di Montanaso (28 lavoratori), alla Sama Inox di San Colombano (53 lavoratori), mentre alla Besozzi Elettromeccanica di Mulazzano (40 lavoratori) il rinnovo è stato richiesto per quattro settimane. Alla Chromavis di Chieve, nel cremasco (200 dipendenti, settore cosmesi) è stata richiesta la cassa integrazione per il mese di maggio a fronte di un improvviso peggioramento delle difficoltà, che secondo le previsioni avrebbe dovuto concretizzarsi con un calo degli ordinativi solo più avanti durante l’estate. Alla Eutelia di Pregnana Milanese (500 dipendenti) si era fatto ricorso nel giugno scorso al contratto di solidarietà per un anno, ma la situazione è drasticamente peggiorata e si profila un rifiuto da parte dell’azienda del rinnovo per un altro anno contrariamente a quanto era stato promesso. Il contratto di solidarietà, che comporta per i dipendenti una perdita del 10% del proprio salario a fronte di una riduzione dell’orario di lavoro (e per i padroni l’ulteriore vantaggio di una detassazione del lavoro), è stato accettato dai sindacati in questi giorni alla Csp di Ceresara (provincia di Mantova, 400 dipendenti) in presenza del perdurare del calo degli ordinativi e di fronte alla minaccia del licenziamento per 70 lavoratori. Accordo analogo anche alla San Pellegrino del gruppo Nestlé (con stabilimenti nella bergamasca), a fronte della minaccia della proprietà di avviare la mobilità per 282 dipendenti. Per la Agnati di Vimercate, in Brianza, che sembrava destinata alla chiusura totale dopo la crisi improvvisamente apertasi due mesi fa, è stato trovato un acquirente per un ramo dell’azienda: dovrebbero essere salvati 68 posti di lavoro, mentre per altri 50 dipendenti per ora c’è la cassa integrazione per un anno. Unica notizia in controtendenza è quella che riguarda la sartoria Tam di San Giuliano in provincia di Lodi. Si tratta di un’impresa a conduzione familiare con 15 dipendenti che ha anticipato la chiusura del periodo di cassa di integrazione di 13 settimane in seguito alla ripresa degli ordini, ma la proprietà precisa: “non siamo in grado di dire se la ripresa si consoliderà”.

Dove la crisi colpisce più duramente

Impossibile citare tutte le numerosissime nuove situazioni di crisi delle ultime due-tre settimane. Riportiamo qui di seguito solo alcuni casi emblematici o di particolare gravità. Alla Terex Comedil di Cusano Milanino si è chiuso con un nulla di fatto il periodo di 75 giorni per trovare un accordo alternativo ai licenziamenti, mentre continua il presidio dei 45 lavoratori che si dichiarano pronti anche a occupare lo stabilimento. Gli sforzi dell’assessore provinciale Bruno Casati, che aveva cercato e trovato acquirenti interessati a rilevare il reparto di gru automontanti, si è scontrato con il “no” della multinazionale che non vuole avere concorrenti nell’area milanese (un rifiuto uguale a quello opposto dalla Rhodia di Ceriano, e poi rientrato solo parzialmente, quando la multinazionale francese ha deciso la chiusura nell’ottobre scorso). I lavoratori hanno proposto di inviare in Abruzzo le gru inutilizzate del loro stabilimento, che la direzione Terex aveva definito “ferraglia”. Nei giorni scorsi la dirigenza della multinazionale ha anche inviato un camion per cercare di asportare le gru dalla fabbrica, ma la resistenza degli operai, e il comportamento assennato della polizia che ha fermato l’autista poiché non in possesso di un permesso della Questura, ha impedito che l’operazione venisse portata a termine. Sul caso Terex Comedil, oltre al blog degli stessi lavoratori (http://terexusaegetta.blogspot.com/), segnaliamo gli articoli di Valentina Schiavoni pubblicati da “Il Faro Magazine”: http://www.ilfaromag.com/?p=3679, http://www.ilfaromag.com/?p=1705, http://www.ilfaromag.com/?p=1117. Situazione drammatica anche alla Alluminium di Pieve Emanuele, alle porte di Milano, azienda che ha chiuso con l’affissione di un comunicato ai cancelli dopo che i dirigenti per svariati giorni erano irreperibili. Il sindaco del paese esprime solidarietà ai 172 lavoratori rimasti senza lavoro, ma li rimprovera per il loro comportamento solidale e compatto “punito” dall’azienda con la chiusura: “Avrebbero dovuto lasciare a casa 70 lavoratori, ma l’accordo non è stato siglato perché i lavoratori hanno deciso di rimanere compatti per salvare tutti i posti di lavoro”. Alla Unilever di Casalpusterlengo, dove ci sono stati momenti di tensione e radicali divergenze tra i lavoratori in merito alla strategia di lotta da seguire (compromesso per salvare il salvabile od occupazione dello stabilimento) sono stati resi noti i nomi dei primi 138 operai che rimarranno a casa. Qualcuno ha sfogato la rabbia mandando in frantumi la bacheca di vetro che conteneva l’elenco. E’ stato ormai quasi del tutto azzerato il reparto detergenti in polvere, che verrà delocalizzato in Romania. La multinazionale, che aveva già chiuso la sede di Milano dove erano impiegati 200 lavoratori, ha poi deciso di chiudere il customer service di Inveruno per trasferirlo a Roma, mettendo così a rischio il posto di 38 impiegati. Secondo i sindacati “la strategia di Unilever sta puntando sui contratti a termine e sul lavoro interinale”. Nello stabilimento della Carapelli adiacente a quello Unilever di Inveruno sono stati messi in mobilità 37 lavoratori. In provincia di Varese è stata aperta la cassa integrazione di 13 settimane per i 390 lavoratori della Cobra Automotive Technologies, dopo due mesi di riduzione oraria concordata con i sindacati, mentre la Inca (settore cosmesi) ha avviato la cassa integrazione straordinaria di un anno per 150 dipendenti. Nella stessa provincia da due mesi e mezzo i circa 60 dipendenti della Intimafashion non ricevono lo stipendio, mentre l’azienda non versa i contributi di previdenza integrativa e ha abolito il servizio mensa. La Sisma di Olgiate, in provincia di Como (motori per elettrodomestici), dopo avere attivato l’anno scorso la cassa integrazione per due anni a fronte della delocalizzazione di quattro linee produttive in Slovacchia, ha ora richiesto otto settimane di cassa integrazione ordinaria per 580 dipendenti a seguito del calo degli ordinativi. A Vimercate va verso la chiusura la Borghi dopo un anno di cassa integrazione straordinaria, lasciando sulla strada 70 dipendenti – i sindacati accusano: “Borghi è stata progressivamente svuotata a favore di altre società del gruppo”. La comasca Ratti, società del settore seta quotata in borsa e con un passivo di 27 milioni di euro, sta tagliando 350 posti di lavoro. Verranno chiusi due stabilimenti in Romania (220 dipendenti) e perderanno il posto, tra gli altri, 60 dipendenti dello stabilimento di Guanzate. L’azienda non esclude altri ulteriori tagli di posti di lavoro. La Carcano di Mandello (provincia di Sondrio) che produce imballaggi flessibili, manda in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane tutti i 250 dipendenti. La decisione è legata al fatto che non sembra attenuarsi la generale situazione di crisi. Vanno in cassa integrazione ordinaria fino ad agosto anche i 220 dipendenti dei cantieri navali Riva di Sarnico, in provincia di Bergamo, in seguito a un calo degli ordinativi del 30% rispetto all’anno scorso. La casa madre, il gruppo Ferretti, ha debiti per 1,1 miliardi e sta mettendo a punto con le banche un piano di ristrutturazione finanziaria. La Honeywell, multinazionale che produce schede elettroniche per riscaldamento, ha deciso di trasferire la produzione nella Repubblica Ceca e di lasciare a casa 102 dipendenti degli stabilimenti di Morbegno e Oggiono, in provincia di Sondrio. C’è infine il caso della multinazionale indiana Gammon, che un anno fa aveva acquistato in Italia, e soprattutto in Lombardia, partecipazioni di controllo in svariate aziende. Ora il gruppo è entrato in una grave crisi finanziaria mettendo a rischio nel nostro paese circa 1.500 posti di lavoro. In Lombardia sono coinvolte nella crisi Gammon la Sadelmi di Sesto San Giovanni (90 dipendenti), la Sae di Milano (30 dipendenti), la Sofinter di Gallarate e Fagnano Olona (250 dipendenti), la Ansaldo Caldaie di Gallarate (200 dipendenti) e, soprattutto, la storica Franco Tosi di Legnano (586 dipendenti), tutte aziende che, secondo quanto scrive il Corriere della Sera, ora rischiano di scomparire.

Ma il peggio è davvero passato?

I dati più recenti sull’andamento dell’economia lombarda continuano purtroppo a disegnare un panorama molto fosco. Secondo dati di Unioncamere riportati dal Sole 24 Ore Lombardia, durante il primo trimestre 2009 nella regione la produzione ha registrato un tracollo dell’11,5% anno su anno. “L’attività è praticamente dimezzata, come dimostra il tasso di utilizzo degli impianti, che si avvicina pericolosamente a quota 60%”, il punto minimo del decennio, scrive il Sole. Le scorte di prodotti finiti continuano a essere eccessive (+11,3%), vale a dire che, nonostante il drastico calo di produzione, i prodotti che giaciono invenduti sono ancora troppi e non ha senso provare a incrementare la produzione. In questo contesto è scontato registrare anche una diminuzione in picchiata degli investimenti (-12,5% è la previsione per il 2009). Che il futuro non lasci ancora intravedere nulla di buono per l’economia lombarda lo dicono anche i dati sugli ordinativi: sono calati del 13,8% quelli dall’interno e del 12,1% quelli dall’estero, mentre il periodo di produzione assicurato dal portafoglio ordini è sceso ad appena 47,8 giornate. Per il 2009 è previsto un calo del prodotto interno lordo lombardo del 4%, più o meno in linea con il dato nazionale. A fronte di questa situazione un terzo delle aziende lombarde sta ricorrendo alla cassa integrazione, mentre secondo le prime stime nel primo trimestre in Lombardia circa 15.000 persone hanno perso il loro posto di lavoro (più o meno per due terzi in aziende con meno di 15 addetti). La maggior parte delle casse integrazione attualmente in corso scadrà tra fine maggio e metà luglio/metà agosto – la prima parte dell’estate sarà in generale un momento cruciale, in cui oltre all’esito delle casse ordinarie in corso, verranno pubblicati anche i dati reali sull’andamento dell’economia nel secondo trimestre. Accanto al dilagare della cassa integrazione e all’aumento dei licenziamenti va registrato anche il calo delle assunzioni. Nel primo trimestre di quest’anno nella provincia di Bergamo sono calate del 15%, mentre la media regionale lombarda è di -12,3%. Nel complesso le province della regione che sono messe peggio negli indicatori economici sono Brescia, Como, Lecco e Bergamo, mentre contengono i danni Lodi, Cremona e Sondrio. Quali sono le buone notizie? Si limitano alla minore velocità, tra l’altro registrata esclusivamente nel corso delle ultimissime settimane, del peggioramento del “sentiment”, cioè delle aspettative generali per il futuro, un indice fortemente influenzato da fattori psicologici. Gli imprenditori lombardi pessimisti superano per esempio del 28% quelli ottimisti, mentre nel trimestre scorso li superavano del 44%. La Fiom bergamasca da parte sua dichiara che non ci sono affatto segnali positivi e non sembra all’orizzonte alcuna ripresa degli ordinativi. Il numero di lavoratori bergamaschi in cassa integrazione è passato per esempio dai 6.000 di novembre, ai 17.000 di marzo ai 20.000 di aprile. La grande maggior parte delle aziende ha chiesto la cassa integrazione ordinaria per il massimo previsto di 13 settimane, “vuol dire che gli stessi imprenditori, a differenza dei vertici di Confindustria, non vedono la situazione tanto rosea”, ha dichiarato Mirco Rota della Fiom. “La situazione sta peggiorando. Tutte le grandi aziende meccaniche sono coinvolte”. Insomma, il fondo non è ancora stato toccato e nessuno sa in realtà prevedere quando verrà toccato – ci si limita a navigare a vista.

Immigrati, precariato, lavoro nero ed evasione

Dietro l’immagine di efficienza dei supermercati dell’Esselunga ci sono anche centinaia di pakistani. In un articolo la Repubblica riferisce del caso di Limito di Pioltello, alle porte di Milano, dove l’Esselunga ha aperto il più grande centro di smistamento d’Italia e le cooperative che lo riforniscono di manodopera impiegano principalmente pachistani. Analoga la situazione a Biandrate, in provincia di Novara, dove il nuovo grande centro di Esselunga, il magazzino del fresco, utilizza il lavoro di circa trecento pakistani. Immigrati che costano poco grazie alla soluzione del ricorso alle cooperative, ma che pagano ai caporali cifre da capogiro per aggirare gli impedimenti posti dalle autorità alla regolarizzazione degli stranieri che lavorano in Italia (fino a 8-10.000 euro di forfait più 300-400 euro su ogni salario). Dall’articolo si evince che l’Esselunga ha anche segnalato alle forze dell’ordine che alcuni lavoratori presentavano documenti ritenuti contraffatti. Accanto allo sfruttamento del lavoro precario a basso costo degli immigrati le aziende lombarde realizzano margini di utile anche grazie al lavoro nero, come segnala la Gazzetta di Mantova riguardo al caso esemplare del mantovano: “Contratti irregolari o in nero, pagamento dei contributi inesistente o in misura ridotta e mancato rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Sono realtà che nel 2008 hanno interessato 980 lavoratori impiegati in 829 aziende, alle quali la Direzione provinciale del lavoro ha comminato sanzioni per 5 milioni e 700mila euro. Il confronto con il 2007 è da brividi: quell’anno furono scovati 90 irregolari in 48 imprese. L’impennata si spiega solo in parte con l’aumento delle ispezioni: se i controlli sono cresciuti di cinque volte, le situazioni critiche sono più che decuplicate. […] Nella maggior parte di queste realtà produttive c’è un solo lavoratore irregolare. In questo modo, tra l’altro, le aziende evitano guai peggiori: se le infrazioni coinvolgono meno del 20% del personale non scatta la sospensione dell’attività e la vicenda si chiude pagando una multa e procedendo a regolarizzare la posizione contestata. […] Peraltro dall’agosto scorso la legislazione è stata semplificata, alleggerendo le sanzioni per le imprese: l’importo della multa che il titolare deve pagare non è più variabile a seconda della gravità dell’infrazione, ma è uguale per tutti e limitato a 2.500 euro”. In un altro articolo, scritto da Paolo Berizzi, la Repubblica richiama l’attenzione sull’enorme volume dell’evasione fiscale nel settore edile lombardo e sul nesso con i lavoratori immigrati: “Buste paga fantasma, taroccate ad arte per ingrossare le casse sfruttando gli operai – soprattutto stranieri – e per evadere il fisco. Ottocento milioni solo in Lombardia: ottocento milioni di “nero” prodotti dalle imprese edili e sottratti alle casse dello Stato. Il 20 per cento dell’ evasione complessiva nazionale: che si aggira intorno ai 4 miliardi. Basterebbe mettere le mani dentro questo sacco, passare al setaccio i conti di chi tira su case sottopagando i lavoratori, e l’ erario pubblico riceverebbe una robusta boccata di ossigeno. E magari gli operai e i manovali romeni, albanesi, tunisini, marocchini – la nuova insostituibile forza lavoro nei cantieri milanesi e lombardi – avrebbero la possibilità – grazie a nuovi interventi di sostegno e formazione – di lavorare in condizioni meno disagiate. Gia`, perche’ i nuovi magut oggi sono loro: gli immigrati. A Milano sono il 49 per cento [degli edili]. Un numero in continua crescita (nel 2000 erano il 15%), siamo ormai vicinissimi al superamento della percentuale di colleghi italiani. Un numero che diventa ancora piu` rotondo se si considerano gli operai inquadrati al primo livello: il 68 per cento di loro parlano una lingua diversa dalla nostra”. I dati sono tratti da un’indagine nazionale della Fillea Cgil e dimostrano chiaramente, scrive ancora Berizzi, che “l’ anello debole, quello sempre piu` colpito, soprattutto di questi tempi, sono i lavoratori stranieri, sempre piu` ricattabili e sempre piu` invisibili. Il “trucchetto” degli imprenditori è sempre lo stesso, e chissa` perche’ sembra quasi impossibile fermarlo. Dai dati delle casse edili risulta che a nel 2009 a Milano la media settimanale di ore lavorate in cantiere e` di 93,4, inferiore alle 115,38 del 2008 ma, soprattutto, decisamente sotto stimata rispetto alle 160 ore lavorabili al mese (in molto casi si arriva anche a 250). Tutto il lavoro che resta fuori, e` da considerarsi pagato in nero o, peggio, nei casi limite, non pagato”. Degli immigrati scrive anche Gloria Riva in un articolo pubblicato dalla Provincia di Lecco: “E’ crisi un po’ per tutti, ma chi paga il prezzo più salato sono perlopiù gli immigrati. […] Giunti in Italia hanno trovato opportunità di lavoro con contratti a termine, oppure attraverso le agenzie interinali, e soprattutto nelle piccole imprese. Oggi sono loro che più facilmente perdono il posto, senza la possibilità di essere sostenuti dagli ammortizzatori sociali, perché i loro contratti sono a termine, perché le agenzie di somministrazione non hanno più lavoro da offrire e perché le piccole imprese sono le più colpite dalla crisi. Per un immigrato perdere il posto di lavoro è ancora più drammatico, perché non hanno un contesto famigliare che li sostiene, non hanno riserve economiche visto che spesso lavorano da poco tempo e inviano gran parte dei loro guadagni alla famiglia che sta nel paese di origine. Inoltre la perdita del posto può diventare un danno irreparabile per effetto della Legge Bossi Fini. Secondo questa legge un immigrato che perde il posto di lavoro può chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno per altri sei mesi, ma se alla fine di questo periodo non troverà lavoro dovrà fare rientro nel suo paese d’origine. Queste persone, che tanto hanno faticato per essere riconosciute dalla società italiana, vengono ricacciate in clandestinità”.

L’Italia precaria e sfruttata

In occasione del 1° maggio il Sole 24 Ore ha pubblicato un interessante articolo di Orazio Carabini in cui si traccia un profilo dell’evolversi dell’Italia del lavoro in questi ultimi 15 anni, riportando molti dati utili anche per inquadrare la situazione lombarda. Molto opportunamente l’autore incomincia il suo pezzo ricordando la data del 23 luglio 1993, quando venne “firmato l’accordo tra le parti sociali per riformare la contrattazione, ma si avviò un processo che ha introdotto dosi crescenti di flessibilità sul mercato del lavoro. Negli ultimi 15 anni moderazione salariale ed elasticità dell’impiego del lavoro hanno prodotto un sensibile aumento dell’occupazione [come vedremo più sotto, però, per la maggior parte precaria e a reddito ridotto, con un’espulsione massiccia dei giovani dal mercato del lavoro] in un periodo di bassa crescita economica, con la conseguente stagnazione della produttività. […] La modesta crescita delle retribuzioni reali (al netto dell’inflazione) e la maggiore flessibilità del mercato (facilità d’assunzione e d’interruzione del rapporto) assicurata da numerose leggi di riforma hanno reso più conveniente per le imprese l’utilizzo del lavoro rispetto al capitale”. In questi ultimi 15 anni il tasso d’occupazione femminile è cresciuto dal 37,8% al 47,2%, mentre per gli uomini l’aumento è stato molto più contenuto, dal 68,3% al 70,3%. Ma l’aumento per le donne è dovuto soprattutto al lavoro part-time: le lavoratrici che rientrano in questa categoria sono aumentate da 1 milione a 2,12 milioni, cioè dal 19% al 28% delle donne con un’occupazione dipendente, un fenomeno che non ha toccato la componente maschile. La percentuale dei lavoratori autonomi è rimasta stabile, ma risulta sempre altissima (25%) rispetto agli altri paesi europei (10% in media). I precari sono ormai un esercito di 2,3 milioni (il 13,2% degli occupati dipendenti) e negli ultimi 15 anni sono cresciuti del 59% rispetto a una crescita del 13% degli occupati con un contratto a tempo indeterminato. Inoltre nello stesso periodo il numero dei giovani occupati è passato da 2,5 milioni a meno di 1,5 e il tasso di disoccupazione della fascia giovanile è diventato altissimo (23,9% in Italia con una punta del 36,8% nel mezzogiorno). Sono aumentati invece i lavoratori nella fascia tra i 55 e i 64 anni in seguito alle politiche di posticipazione del pensionamento. Tra gli altri dati citati da Carabini si possono citare quelli sulla forbice delle retribuzioni tra manager, da una parte, e operai e impiegati, dall’altra (i primi 100 manager guadagnano 100 volte quanto guadagnano operai e impiegati) e quelli sugli incidenti mortali sul lavoro, in calo negli ultimissimi anni ma che confermano l’Italia di gran lunga al primo posto nella classifica Ue. Il 22 aprile lo stesso Sole 24 Ore ha pubblicato un altro interessante articolo, questa volta sui lavoratori parasubordinati, i cosiddetti “collaboratori” (i co.co.co., co.co.pro. ecc.): “guadagnano circa mille euro al mese, lavorano nella maggior parte dei casi per sette-otto mesi l’anno e quasi sempre il loro rapporto d’impiego è con un solo committente. E’ il popolo dei collaboratori, poco meno di 980.000 nel 2007”. La crescita dei loro guadagni, già molto bassi, è addirittura rallentata: +4,5% nel 2005, +2% nel 2006, +0,6% nel 2007, e il reddito medio lordo di quelli tra loro che lavorano per un solo committente è attualmente di 13.340 euro (con una disparità enorme tra donne e uomini – 8.530 per le prime e 18.510 per i secondi – e punte bassissime per gli under 25 e gli under 30 – rispettivamente 3.460 euro e 6.900 euro). C’è poi tutto il mondo dei precari delle “false Partite Iva”, che secondo l’Inps sarebbero circa 1,2 milioni e percepirebbero un reddito medio lordo di 17.000 euro.

Malpensa, da aeroporto a fabbrica di esuberi e cassa integrazione

La crisi di Malpensa prosegue e si aggrava, ormai dimenticata da tutti i politici e gli imprenditori che si erano sgolati a favore della privatizzazione dell’Alitalia o che avevano promesso magiche soluzioni per il futuro dello scalo. Come spiega Sea, la società controllata dal Comune di Milano che gestisce l’aeroporto, “il ridimensionamento dell’operatività dei vettori che hanno consolidato l’attività nel nuovo gruppo Alitalia (Alitalia, Airone, Volare) si è concretizzato in misura superiore a quanto inizialmente prospettato, passando da 1.238 voli settimanali su Malpensa nell’estate del 2007 a 187 nell’estate di quest’anno. Oltre a determinare una consistente riduzione dei voli operati, il ridimensionamento della presenza Alitalia ha fatto passare da 7,7 milioni a 0 i passeggeri in transito su Malpensa”. I lavoratori Sea in cassa integrazione nello scalo varesino sono attualmente circa 7-800 (2.500 se si contano anche il cargo e l’indotto). E’ stata inoltre recentemente avviata una procedura per 390 esuberi in Sea-Handling, dopo la preannunciata mobilità si ricorrerà per queste persone al prepensionamento. A livello globale “la Iata ha di recente rivisto al ribasso le prospettive per quest’anno per il settore, con perdite per le compagnie aeree che si aggireranno sui 3,4 miliardi di euro e con una contrazione del traffico passeggeri del 5,7%”, scrive la Repubblica. Alla situazione di crisi dei dipendenti della Sea e delle sue controllate va ad aggiungersi quella dei dipendenti degli esercizi commerciali dell’aeroporto e delle società che forniscono servizi. “Tra ristorazione, negozi, società di vigilanza e di pulizie a Malpensa lavorano 3.000 persone per 130 aziende. Questi posti sono a rischio”, ha dichiarato Renato Losio della Filcams lombarda. “Per di più, a differenza dei dipendenti Sea a casa in cassa, i lavoratori in questione non possono contare sugli ammortizzatori sociali”. Finora hanno perso il lavoro circa 100 dipendenti dell’indotto, dopo la chiusura dei punti di vendita di Valentino, Diesel e Trussardi. Secondo il Corriere della Sera sarebbero in procinto di andarsene anche Bulgari, Hermes, Johnny Lambs e Gucci. Di fronte a questa situazione i media più ligi al governo (tv e giornali) ricorrono a imbarazzanti sotterfugi propagandistici. Ad aprile molti di loro hanno gridato all’inversione di tendenza, dopo i primi tre mesi 2009 in cui si erano registrati continui cali dei viaggiatori rispetto all’anno precedente, quando nei primi giorni del mese di aprile è stato registrato un aumento di circa il 10%. In realtà, come tra l’altro aveva spiegato lo stesso presidente di Sea, Giuseppe Bonomi, l’aumento è dovuto esclusivamente al fatto che quest’anno la Pasqua (uno dei momenti di massimo traffico dell’anno) è caduta in aprile e non in marzo come l’anno scorso.

Settore edilizio in forte calo

Se negli Stati Uniti la bolla immobiliare è scoppiata ormai da tempo, in Italia e in Lombardia si registra per ora solo una frenata, le cui conseguenze sono tuttavia già molto pesanti. Ne scrive in un articolo l’Eco di Bergamo: “[In Lombardia] nel 2008 si è interrotta una fase di crescita decennale. Dal 1998 al 2007 gli investimenti in costruzioni sono saliti in Lombardia del 26,3% rispetto alla crescita del 17,2% del prodotto interno lordo della regione, ma nel 2008 sono scesi dell’1,1% a 25,4 miliardi di euro”, mentre per il 2009 si prevede una flessione ben più drastica, pari al 4,8%. Il maggiore calo lo si registra nel settore delle opere pubbliche, ma vanno male anche la nuova edilizia abitativa e le costruzioni non residenziali private, mentre è più contenuta la frenata dei lavori di manutenzione e recupero. Preoccupanti anche le stime sull’occupazione nel settore, che quest’anno dovrebbe subire una flessione del 5,1%: su un organico stimato a fine 2008 in 342.000 persone significa circa 17.000 lavoratori in meno, con un ritorno ai livelli di occupazione del 2004. Il quotidiano osserva infine: “Che girino meno soldi, poi, è confermato anche dal calo di compravendite di abitazioni (meno 16,6% in Lombardia e meno 20,3% a Bergamo) con una flessione più pronunciata nei comuni capoluogo”.

(fonti: Provincia Como, 23 aprile, 25 aprile, 29 aprile, 5 maggio; Eco di Bergamo, 22 aprile, 24 aprile, 29 aprile, 30 aprile; Cittadino di Lodi, 24 aprile, 28 aprile, 29 aprile, 30 aprile, 6 maggio; Provincia Cremona e Crema, 1 maggio; Gazzetta di Mantova, 24 aprile, 5 maggio; Dnews Bergamo, 6 maggio; Giorno, 24 aprile, 26 aprile, 28 aprile, 1 maggio, 5 maggio; Provincia Varese, 22 aprile; Prealpina, 23 aprile; Nuovo Giornale di Bergamo, 5 maggio; Corriere della Sera, 30 aprile; Repubblica, 8 aprile, 6 maggio; Provincia Lecco, 29 aprile; Sole 24 Ore, 29 aprile, 1 maggio; Stampa, 23 aprile)

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