02
Giu
09

“Milano non è Palermo. Ma non è neanche più Milano”

Recensione di: Portanova Mario, Rossi Giampiero, Stefanoni Franco “Mafia a Milano”, Editori Riuniti, 1996, pp.293, Euro 10,33 (a cura di Alberto Busi).

Per l’ennesima volta nella storia recente di Milano la politica occulta la presenza della mafia a Milano, ne nega l’esistenza, ne sottovaluta l’impatto. Nel giorno in cui a Quarto Oggiaro (quartiere di cui ci siamo già occupati qualche tempo fa) si consuma un delitto di mafia, il consiglio comunale, dopo averne deliberato l’istituzione all’unanimità, ha decretato, per precisa volontà politica della maggioranza, la morte della Commissione comunale Antimafia.

I motivi non sembrano poi così oscuri: non è il momento storico per dare importanza al fenomeno mafioso. Il messaggio politico è chiaro: la città, in vista della tanto agognata EXPO 2015, la “madre di tutti gli eventi” (a tal proposito si veda il nostro  Un’EXPO 2015 in formato ridotto?) deve luccicare, e mostrare solo il meglio di sé; ragion per cui, la mafia e le sue relazioni con il territorio, è meglio che non emergano, che restino pure sotto il tappeto! Al massimo se ne occupi qualcun altro.

Purtroppo questo refrain, questo humus politico non è nuovo per Milano.  Lo dimostra l’ottimo lavoro dal titolo “Mafia a Milano” curato da tre collaboratori del periodico Società Civile: Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni.  Come dimostra efficacemente il libro, per lunghi anni, i centri di potere meneghini hanno proposto un ritornello, che per i toni e l’insistenza con cui è stato veicolato, ha assunto nel tempo la forma di un vero e proprio imperativo categorico: “A Milano la mafia non esiste”. Ma sfortunatamente “più se ne negava l’esistenza, più la mafia si infiltrava nella vita della metropoli lombarda e ci metteva radici, inghiottendo imprese decotte, costruendo alleanze, attirando nella sua orbita professionisti stimati, producendo senso comune e cultura, iniziando perfino a occupare spicchi di territorio”. In breve tempo Milano riuscì a generare un meticciato criminoso assolutamente originale. Fuori dalle regioni di provenienza e di penetrazione tradizionali, tutte le principali organizzazioni criminali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita), sulla piazza milanese e lombarda, improntarono i loro rapporti all’insegna di una coesistenza pacifica fondata sul principio della pura convenienza. Ogni singolo clan poteva dedicarsi con tranquillità al proprio business e alla porzione di territorio assegnatagli.

Naturalmente ogni devianza, ogni tentativo di espansione a danno degli altri clan ha sempre prodotto contrasti e guerre intestine che hanno lasciato dietro a sé un numero impressionante di morti ammazzati. Il lavoro dei tre autori, corredato da una mole eccezionale di dati, offrendo una ricostruzione storica e geografica delle dinamiche di sviluppo del fenomeno mafioso nell’area milanese e lombarda tra gli anni 60’ e gli anni 90’, ha il merito di aver contribuito a fornire le basi delle principali indagini antimafia condotte dalla magistratura milanese.

Tante storie interessanti, tutte perfettamente intrecciate l’una all’altra, ci offrono un quadro completo di come Milano sia divenuta negli anni il principale terreno di conquista delle mafie.

Tutto inizia nel lontano 1962 quando all’ombra della Madonnina compare Giuseppe Doto (alias Joe Adonis), il boss che dopo la morte di Salvatore Lucania (meglio noto come Lucky Luciano), sale ai vertici di Cosa Nostra e soprattutto affonda le radici della mafia nell’area milanese.

Adonis non è esattamente un uomo qualunque. La sua palestra criminale sono le strade di Brooklyn, New York .

Infatti è qui che negli anni del Proibizionismo, grazie alla propria durezza e spietatezza, diventa in brevissimo tempo il braccio destro di Frank Costello uno dei principali boss di Cosa Nostra americana. Espulso dagli Stati Uniti per un piccolo reato (mente sulla propria nazionalità), Adonis sbarca a Milano da dove, rinsaldando i rapporti tra Cosa Nostra americana e quella siciliana, coordina “il contrabbando e il traffico di stupefacenti lungo la rotta che dagli Stati Uniti porta in tutto il Nord Europa”. Ma Adonis non è l’unico grande boss a fare tappa a Milano. Nei primi anni 70’ Milano ha l’onore di ospitare un altro pezzo da novanta del gotha mafioso: Luciano Leggio detto Liggio (la primula rossa di Corleone). Come afferma la relazione conclusiva della commissione antimafia del 1976 (redatta proprio a seguito di una missione milanese), “seguire Leggio da Corleone a Milano significa percorrere, con un uomo, il cammino che ha fatto la mafia negli ultimi venticinque anni” e capire quindi “i motivi che stanno dietro una migrazione di massa, forzata e volontaria al tempo stesso, di boss e picciotti fin sotto le guglie del Duomo di Milano”. L’efficace resoconto degli autori non si ferma qui, alle sole origini del fenomeno. Sono tante le storie e microstorie contenute in questo libro capaci di fornirci una fotografia dell’evolversi delle mafie nel milanese. Si va dal sodalizio tra criminalità locale (quella dei Turatello ed Epaminonda) e criminalità mafiosa al sistema d’intrecci tra finanza, mafia, politica e massoneria (si pensi alle vicende Calvi e Sindona); dal caso Duomo Connection (che anticiperà quanto accadrà di lì a non molto con Tangentopoli) a quello dell’autoparco di via Salomone.

Questo libro, che a nostro avviso è una pietra miliare nel suo genere, non solo ci ricorda che la mafia a Milano, nonostante i governanti della città l’abbiano sempre negato, esiste ma soprattutto che inizia ad avere alle spalle una lunga storia.

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