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Lo spettro del sig. Brambilla si aggira per Milano

Lo spettro del sig. Brambilla si aggira per Milano

di Andrea Ferrario

Nella frenetica ondata di propaganda razzista che ha imperversato su Milano nell’ultima settimana prima delle elezioni rispunta perfino il signor Brambilla, simbolo di un’inesistente “pura milanesità”.

Uno spettro si aggira per Milano, quello del sig. Brambilla. Il cognome è da sempre ritenuto un simbolo della “pura milanesità” e un tempo veniva ampiamente utilizzato dai giornalisti come breve e comodo strumento per indicare tutto ciò che è meneghino. Ma da almeno un paio di decenni il signor Brambilla è caduto in disuso. E a ragione. E’ almeno dall’Unità d’Italia, se non da ancora prima, che il cognome Brambilla si è ridotto a un esemplare da riserva onomastica. La quasi totalità dei milanesi porta cognomi di origine forestiera: bergamaschi, veneti, cinesi, toscani, calabresi, o arabi. La settimana scorsa però il sig. Brambilla è resuscitato all’improvviso sui giornali della capitale lombarda. La sortita del leghista Matteo Salvini (a proposito: il suo cognome è di origini toscane), che ha proposto di riservare carrozze del metro ai soli milanesi, è stata riciclata e ritradotta con l’ausilio del Brambilla. Il principale autore dell’opera di riciclo brambilliana è uno che di carrozze del metro se ne intende, cioè Elio Catania, presidente dell’Atm. Nell’annunciare la decisione di dedicare addirittura oltre il 10% degli utili di Atm (realizzati in parte anche con pericolosi risparmi sulla manutenzione) all’istituzione di pattuglie di vigilantes privati che sorveglieranno i vagoni della metropolitana la sera, il super retribuito Catania (480.000 euro) ha affermato che l’intervento è rivolto soprattutto “alle signore Brambilla e ai loro figli”, un chiaro ammiccamento all’apartheid metropolitano proposto da Salvini: le milanesi verranno protette, le altre donne evidentemente no, o comunque di meno. Catania cade nel ridicolo con un altro abuso del povero sig. Brambilla: “Tutti i signori Brambilla che viaggiano a bordo dei mezzi pubblici possono essere orgogliosi di Milano, della frequenza e della puntualità di tram, autobus e metrò”. Nonostante la serie impressionante di deragliamenti e incidenti, nonché la cronica inefficienza dei trasporti, l’Atm anche quest’anno ci ha propinato per bocca di Catania indagini sull’efficienza del servizio e sulla soddisfazione dei clienti da fare sbellicare dalle risa gli utenti che vivono ogni giorno la dura realtà dei trasporti pubblici milanesi: “il bus arriva puntuale 78 volte su 100, la frequenza delle corse nelle ore di “morbida” è aumentata del 40 per cento, se confrontiamo le reti tranviarie siamo i terzi in Europa, dopo Vienna e Berlino, 81 passeggeri su 100 si dichiarano molto o abbastanza soddisfatti” ecc. ecc.. Rileviamo infine che anche Repubblica rispolvera il fantasma del povero signore-simbolo della milanesità: “A Milano il cognome cinese Hu ha superato i Brambilla. In Brianza sono più gli imprenditori Mohammed dei Brambilla”.

L’ultima moda a Milano è quella di addossare agli immigrati la colpa delle inefficienze dell’amministrazione o addirittura dell’ingordigia degli speculatori edilizi. Sergio Galimberti, presidente dell’Amsa, spicca tra tutti per salomonicità: se la città è sporca è colpa da una parte dei milanesi e, dall’altra, degli immigrati – naturalmente chi dovrebbe mantenere la pulizia, cioè l’Amsa, non ha nessuna colpa. In un’intervista al quotidiano Cronacaqui Galimberti spiega: “Se Milano è una ‘città africana’, come dite voi, è colpa dei milanesi. [Ma le cose sono spiegabili anche con] il fenomeno dell’immigrazione. Non è facile educare gli italiani, figuriamoci le persone che arrivano da culture diverse”. Il viceministro leghista delle infrastrutture Roberto Castelli (della recente condanna da lui subita potete leggere qui), denuncia in un’intervista al Mondo il pericolo degli “immigrati che arrivano in maniera incontrollata. Non possiamo accettare che per ospitare questa nuova popolazione si dissemini di case tutto il territorio ” – secondo Castelli quindi la cementificazione sarebbe un problema causato dagli immigrati! Peccato che tra i principali responsabili ci siano proprio lui e i suoi colleghi leghisti, con le politiche che conducono in regione a favore degli speculatori. Il già citato leghista Matteo Salvini ha avuto da parte sua uno scambio di battute con il giornale del suo partito, la Padania, in cui punta l’indice sugli immigrati accusandoli di essere responsabili dello spopolamento di Milano: “Padania: Da molti anni la tendenza è espellere i residenti da Milano – Salvini: Sono i milanesi che spesso e volentieri si arrendono, vanno a vivere in altre parti per una serie di condizioni ritenute migliori. Vanno dove gli italiani sono in maggioranza e dove c’è un tessuto sociale comprensibile”. E’ lui invece che evidentemente non “comprende il tessuto sociale” e dimostra di essere ignorante in materia di storia milanese: lo svuotamento è cominciato a pieno ritmo trent’anni fa quando di immigrati dall’estero a Milano non ce ne erano, ed è dovuto ai folli prezzi delle abitazioni voluti dagli speculatori, nonché all’invivibilità di una città piegata agli imperativi del capitale.

La Lega Nord d’altronde punta costantemente a vendersi al popolo rimanendo saldamente dalla parte dei padroni. Ne è una testimonianza tra le altre cose la retorica di un recente articolo della Padania a firma Carlo Passera e intitolato “Operai e Pmi, tutti con la Lega”. Il sottotitolo elabora il concetto: “Il movimento potrebbe sfondare su due fronti: quello della Padania produttiva e quello dell’elettorato popolare che non si identifica più nella sinistra”. Salta subito all’occhio che per i leghisti sono produttivi solo gli imprenditori, mentre il popolo è relegato al ruolo di semplice e passivo elettore. Nel testo dell’articolo il concetto viene confermato. “E’ nota la consonanza, ad esempio, tra bossiani e Paolo Grassi (leader della Confapi, Confederazione delle piccole e medie imprese private)”, scrive il quotidiano leghista, che vanta a titolo di esempio anche gli ottimi rapporti tra la Lega e l’Api bresciana (associazione locale delle piccole e medie imprese). Quindi sul fronte dei padroni i leghisti sono chiari. E sul fronte operaio? L’unico accenno a un interesse concreto sono le poche righe, all’interno del lungo articolo, dedicate all’apertura di una sezione della Lega all’Om-Iveco di Brescia, ma il quotidiano omette di menzionare che alle ultime elezioni dei rappresentanti la Lega ha registrato una vera e propria debacle. Per il resto gli operai esistono solo come “carne da macello” per la propaganda antimmigrati: “chi conosce la Lega sa che in tutta Europa i movimenti che più degli altri si fanno portavoce delle istanze anti-islamiche e anti-clandestini ottengono significativi consensi nei ceti medio bassi (operai, pensionati in primis)” e tra i 5 fattori che secondo la Padania spingono l’elettorato operaio verso la Lega due (illustrati in modo articolato) riguardano la crisi della sinistra, altri due l’immigrazione e la sicurezza (anch’essi articolati), solo a punto 4 compare un secco “crisi economica”, ma senza nessuna ulteriore spiegazione. Il concetto è reso ancora più chiaro quando si scrive che la Lega riesce “a intercettare l’elettorato in uscita dalla sinistra, grazie all’attenzione posta verso temi come quelli dell’immigrazione e della sicurezza”. Insomma, i licenziamenti, il precariato, la sicurezza del lavoro, la disoccupazione in continua crescita per la Lega non esistono, né la interessano, a differenza dei dinée dei padroni e padroncini.

In compenso il Carroccio acquisisce tra le sue fila un nuovo importante adepto. No, non è il mitico sig. Brambilla, bensì il cav. Berlusconi. Tutti i quotidiani hanno riportato la sparata fatta da quest’ultimo la settimana scorsa: “Un sabato pomeriggio, trovandomi a passeggiare in una strada centrale di Milano, c’era il 60 per cento dei presenti che non era italiano. Quindi non vorrei che andando avanti di questo passo, si possa arrivare a che Milano, in certe vie, sia più vicina a una città d’Africa che a una città italiana. C’è chi vuole una società multietnica e multicolore, noi non siamo tra questi. Non accettiamo che talvolta camminando in una città come Milano non sembra di essere in una città italiana o europea ma sembra di essere in una città africana. Questo non lo accettiamo”. Si è immediatamente schierato con lui il prefetto Gian Valerio Lombardi (“E’ innegabile quanto affermato dal premier”) che si fa anche lui produttore di immagini a colpo sicuro, parlando della presenza di 400.000 immigrati nella provincia di Milano: “E’ come avere una città come Firenze dentro il nostro territorio”. Nostro? E gli immigrati che ci lavorano sono esclusi dal “noi”? Senza contare poi che lo stesso Lombardi è un immigrato napoletano. Ma Lombardi va già ancora più duro: “Più aumentiamo la componente di persone che non conosciamo, più dobbiamo mettere in conto il rischio terrorismo”. Se proprio è così magari Lombardi farebbe bene a scendere dall’auto blu e cominciare finalmente a conoscere i suoi colleghi immigrati in questa città. Sulla “Milano africana” di Berlusconi vanno registrate ancora un paio di dichiarazioni. Secco e chiaro Filippo Penati (attualmente in odore di trombatura): “ci sono troppi rom e clandestini”. La Russa scimmiotta Catania e cade anche lui nel ridicolo: “Milano non è una città africana per i servizi, la qualità della vita e le risposte che sa dare ai suoi cittadini”. In Milano Internazionale non siamo mai stati teneri con l’archistar Massimiliano Fuksas, ma questa volta dobbiamo ammettere è stato l’unico che abbia risposto in maniera secca ed efficace a Berlusconi: “Milano è stupenda e se assomiglia all’Africa allora è ancora più bella”.

Ma torniamo a Gian Valerio Lombardi. Con una lettera al Giorno lamenta il problema assillante della movida. Per risolverlo propone di imitare il modello inglese e di introdurre una normativa che comporti punizioni per chi tenga “una condotta antisociale”. Insomma, una sorta di “diritto penale personalizzato che individua la responsabilità singola e accresce il controllo sociale”. E conclude con una frase orwelliana: “Incidere subito sui comportamenti antisociali, con misure individuali, potrebbe essere la strada giusta. E non solo per gli eccessi della movida!”. Che la propaganda sia attiva a tutto campo lo testimonia anche “il sondaggio della paura”, come lo definisce il Corriere della Sera. Circa due settimane fa la Commissione per le pari opportunità del Comune di Milano ha fatto distribuire nelle scuole superiori della città un questionario sulla sicurezza, che rientrerebbe nell’ambito del progetto “Vado in giro da sola”. Solo che il Comune non ha motivato in alcun modo le caratteristiche e, soprattutto, le finalità del progetto e i sindacati della scuola hanno osservato che quest’ultimo è decontestualizzato da qualsiasi processo educativo, mentre è molto ben contestualizzato in uno scenario politico in cui la paura è strumento di propaganda elettorale. Senza contare poi che alcune domande si rispondono da sole, come quella sull’utilità degli “assistenti civici” (tradotto in italiano: le ronde), definiti nel questionario: “persone selezionate che contribuiscono a garantire la sicurezza in città”.

(fonti: Corriere della Sera, Repubblica, Cronacaqui, Padania, Il Mondo, Il Giorno del periodo dal 1 giugno a oggi)

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