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Giu
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Le città, la guerra, l’Iraq

Le città, la guerra, l’Iraq

Tra le città e la guerra c’è un nesso secolare che oggi passa attraverso il neoliberismo e l’accumulazione per espropriazione, come risulta evidente analizzando tra gli altri il caso dell’Iraq. Alcune riflessioni sul tema seguendo il filo di quattro saggi pubblicati dalla rivista di urbanistica City (a cura di Andrea Ferrario). L’articolo può essere scaricato anche in formato pdf stampabile.

– Eduardo Mendieta, “Imperial geographies and topographies of nihilism – Theatres of war and dead cities”, City, Vol. 8, No. 1, Aprile 2004

– Stephen Graham, “Postmortem city – Toward an urban gepolitics”, City, Vol. 8, No. 2, July 2004

– Michael Schwartz, “Neo-liberalism on crack – Cities under siege in Iraq”, City, Vol. 11, No. 1, Aprile 2007

– Roy Scranton, “Walls and shadows – The occupation of Baghdad”, City, Vol. 11, No. 3, Dicembre 2007

Fortificazioni, mura, piazze d’armi, caserme. Nella maggior parte dei paesi il binomio città e guerra è concretamente riscontrabile facendosi una semplice passeggiata in un centro urbano. La guerra è sempre stata una distruttrice di luoghi e nel periodo premoderno le città sono state allo stesso tempo i principali obiettivi e le principali iniziatrici delle guerre. Con la nascita dello stato nazione le cose sono in parte cambiate, ma le élite militari, politiche ed economiche hanno continuato ad avere nelle città, ormai diventate metropoli, la loro base imperiale dalla quale gestivano il ricorso alla violenza, il controllo economico e l’acquisizione coloniale di nuovi territori. Allo stesso tempo, come scrive Stephen Graham, “le città costituivano molto di più dello sfondo o del contesto della guerra e del terrore. I loro edifici, i loro beni, le loro istituzioni, le loro industrie, le loro infrastrutture, le loro diversità culturali e i loro significati simbolici sono stati di per se stessi l’obiettivo esplicito di un’ampia gamma di attacchi deliberati e orchestrati”. La guerra si è fatta nel tempo sempre più pianificata, trasformandosi in uno sforzo di violenza rivolto in misura sempre maggiore contro i civili e gli ambienti da loro abitati. Lo testimoniano non solo le cifre sulle vittime e le distruzioni durante le due guerre mondiali, e in particolare durante la Seconda guerra mondiale, ma anche quelle degli anni più recenti. Tra il 1989 e il 1998 nel mondo circa 4 milioni di persone sono state uccise in conflitti armati e il 90% di esse erano civili. Le guerre tra stati sono diventate più rare e la macchina bellica ha cominciato ad assumere una forma sempre più “informale” e “asimmetrica”, focalizzandosi su conflitti localizzati, il più delle volte in o attorno a centri urbani. I motivi di questa evoluzione sono diversi e vanno dal crollo di molti stati nazionali o governi locali, alla crescente urbanizzazione del territorio e della popolazione (nei soli anni ’90 la quota della popolazione urbana è aumentata a livello mondiale del 36%) e alla crescente polarizzazione sociale. A tutto questo va aggiunto l’impatto devastante della ristrutturazione neoliberale e dei programmi di aggiustamento strutturale, che hanno eroso la sicurezza sociale ed economica e immiserito vaste porzioni delle popolazioni urbane. I poteri che sostengono la guerra, cioè politici e imprese, si muovono oggi secondo linee che, per usare un’efficace analogia di Keller Easterling, ricordano molto da vicino quelle dei pirati: “scivolano agilmente tra diverse giurisdizioni, sfruttano a proprio vantaggio le differenze nel costo della manodopera e tra le diverse valute, brandiscono in un primo tempo l’identità nazionale come un’arma per poi subito dopo negarla, ricorrendo a bugie e sotterfugi per neutralizzare le differenze culturali o politiche”. Nelle “nuove” guerre urbane i macroeventi e i macroprocessi che si svolgono a livello globale alimentano micropolitiche a livello di strada e di vicinato. “Città come Belfast, Sarajevo, Mogadiscio, ma anche Johannesburg e Los Angeles, sono diventate zone urbane di guerra sulla spinta di forze implosive che scaricano a livello di vicinato le ripercussioni maggiormente violente e problematiche di più ampi processi regionali, nazionali e globali”, come ha scritto Arjun Appadurai. Si generà così uno scenario di terrore urbano.

Negli anni del dopo Guerra fredda e del dopo 11 settembre, come scrive Stephen Graham nel suo saggio, la guerra e il terrore hanno preso di mira in maniera sistematica e pianificata le città e le aree urbane, e continuano a farlo ancora oggi. Graham fornisce una lunga serie di interessanti esempi a sostegno della sua tesi. Dalla Seconda guerra mondiale si è registrato un ricorso sempre più sistematico agli esperti di economia, di demografia e di pianificazione ai fini della guerra e del terrore contro le città. Ne sono un esempio l’accurata “pianificazione urbana” dei bombardamenti a tappeto degli alleati sulle città tedesche e su quelle giapponesi, l’organizzazione della demolizione casa per casa di Varsavia nel 1945, il “gigantesco processo urbano-regionale dell’Olocausto”, per usare le parole dello stesso Graham, la pianificazione della riduzione alla fame di intere città e regioni dell’Europa Orientale negli anni quaranta e l’organizzazione spaziale del regime dell’apartheid in Sudafrica. O ancora il massiccio coinvolgimento di demografi, statistici, geografi, architetti e urbanisti negli sforzi di Israele per rafforzare il proprio controllo sugli spazi dei Territori occupati, con la conseguente erezione di muri, la creazione di ‘zone cuscinetto’, la distruzione in massa di case mediante l’uso di bulldozer, la pulizia etnica di aree selezionate e l’attenta pianificazione degli insediamenti di coloni. La pianificazione urbana usata ai fini del terrore e del controllo ha comunque una lunga tradizione. Il primo manuale di guerra urbana è stato realizzato nel 1847 dai francesi per insegnare ai propri soldati come reprimere senza pietà le insurrezioni nella città di Algeri. Ne era autore il generale francese Thomas Robert Bugeaud, che per combattere la resistenza algerina aveva semplicemente raso al suolo interi isolati nella casbah della città, aprendo grandi viali che permettevano un migliore controllo militare. Le sue dottrine hanno fortemente influenzato il barone Haussmann, che negli anni settanta del XIX secolo ha sventrato Parigi aprendo grandi boulevard e facendo costruire archi che consentivano ai militari un più facile controllo della volatile capitale. Negli anni ’30 del secolo scorso i britannici hanno fatto ricorso in Palestina a strumenti analoghi nella sostanza, per esempio distruggendo un intero quartiere di Jenin e sventrando la città di Jaffa.

Nel suo articolo Graham rileva una stretta connessione anche tra guerra aerea, bombardamenti e urbanistica. La tendenza verso una concentrazione verticale degli edifici da una parte (offrono una superficie minima ai bombardieri) e la dispersione dello sviluppo urbano che lascia grandi spazi aperti (sprawl), dall’altra, sono una conseguenza tra le altre cose della guerra aerea ed erano state teorizzate nel 1941 da Le Corbusier. Una tendenza, la seconda, che si è intensificata negli USA con il diffondersi della minaccia nucleare. I modernisti consideravano poi paradossalmente la guerra come una grande occasione: i bombardamenti a tappeto e le distruzioni da essi provocate offrivano l’opportunità di ripianificare secondo criteri moderni nuove città. In realtà nel secondo dopoguerra il principale agente della ripianificazione urbana è stato il capitale e, soprattutto negli Stati Uniti, il complesso militare industriale che ha riconfigurato gli spazi strategici delle città. Può essere per esempio paragonata a un atto di guerra la deportazione di circa 50.000 persone dal Bronx, a New York, per tracciare una superstrada lungo il quartiere. Come scrive Graham, “il Bronx deve essere visto nella stessa luce delle guerre o guerriglie a tutto campo di Berlino, Belfast o Beirut”. Da parte sua, Marshall Berman ha osservato che: “gran parte dei cambiamenti urbani ‘pianificati’ implicano di per se stessi, anche in tempi di ‘pace’, livelli di violenza, destabilizzazione, devastazione, espulsione forzata e annientamento di luoghi che sono analoghi a quelli di una guerra”. Concetti ripresi da David Harvey, secondo il quale “i processi di distruzione creativa tramite l’abbandono e la ricostruzione, guidati da fattori economici, politici e sociali, sono spesso altrettanto distruttivi degli atti arbitrari di guerra. La maggior parte della Baltimora di oggi, con le sue 40.000 case abbandonate, ha l’aspetto di una zona di guerra che potrebbe rivaleggiare con Sarajevo”. Concetti che ritroviamo anche nell’articolo scritto da Eduardo Mendieta per City. Le “città morte” di oggi, scrive Mendieta, sono “il risultato diretto dell’adozione da parte nostra di una prospettiva militare che ha interiorizzato e assimilato la prospettiva della vittima. Prima di avere ucciso le nostre città, abbiamo distrutto quelle dei nostri nemici, e imparando come distruggerle, abbiamo appreso come essiccare, svuotare, sventrare e smantellare le nostre stesse città. Lo abbiamo fatto applicando la logica della guerra al centro stesso. E così, quando visitiamo gli slum urbani di Newark, New York, Boston, Chicago e li paragoniamo alle rovine di città bombardate, l’analogia non è un’iperbole. Abbiamo ucciso le nostre città sottomettendole alle stesse topografie totalitarie di una guerra totale”. Molto opportunamente Mendieta cita anche il campo di concentramento come l’incarnazione di questi spazi totalitari. Mentre però il campo di concentramento, pur all’interno di un vasto sistema organizzato, rimaneva circoscritto e localizzato, l’attuale logica della sovranità che si espande al di là dei confini territoriali dello stato nazione ha come obiettivo quello di fare del campo di concentramento non l’eccezione, ma la norma. “La trasformazione del terreno e della geografia in un territorio mobile che è continuamente in produzione viene conseguita rendendoli continuamente oggetto di distruzione. In tale modo il paesaggio passa continuamente dall’essere un campo di battaglia a un’area industriale dismessa. Ancora una volta, il campo di concentramento è la precisa incarnazione di questo movimento duale”. E’ la topografia del nichilismo, come la definisce Mendieta.

Le città di oggi sono rese più vulnerabili agli atti di violenza dagli effetti potenzialmente catastrofici a causa della sempre maggiore sofisticazione e complessità dei loro sistemi interni (metropolitane, reti computerizzate, sistemi idrici, reti elettriche ecc.), ma anche della loro crescente dipendenza da sistemi e reti transnazionali e basati su flussi. Si genera così il terrore della demodernizzazione e le città vengono ripianificate come spazi segnati da confini netti, fortemente controllati e in cui le relazioni con l’esterno sono sottoposte ad attenti filtri (“Oggi le guerre vengono combattute non in trincee e in campi aperti, ma nei soggiorni, nelle scuole e nei supermarket”, ha scritto Sultan Barakat). L’altro lato di questa guerra interna è la “lotta globale contro il terrorismo”, che non è altro che un’applicazione bellica delle strategie imperialistiche – come ha scritto Dyer-Witheford, “nella sua essenza la globalizzazione capitalista significa guerra”. Tutto ciò è esemplificato dal caso dell’Iraq, una guerra in cui la strategia USA non riguarda necessariamente il controllo diretto del petrolio, “bensì il garantire che chiunque ne detenga il controllo, lo acquisti e lo venda lo faccia in dollari USA attraverso il mercato delle materie prime di New York, che si trova a poche centinaia di metri da ‘ground zero'”, come hanno scritto Joseph Halevi e Yanis Varoufakis.

E proprio sul caso dell’Iraq si concentra il lungo saggio di Michael Schwartz pubblicato da City (e aggiornato alla situazione a fine 2006). Secondo Schwartz l’Iraq del dopo 2003 è un classico esempio della “accumulazione per esproprio” descritta da David Harvey. Ma mentre in altri paesi la degradazione neoliberale ha richiesto di norma un decennio o più per realizzarsi completamente, l’occupazione USA dell’Iraq ha raggiunto l’obiettivo in soli tre anni. La politica di “ricostruzione” messa in atto dagli Stati Uniti mediante l’imposizione un sistema di mercato ispirato a una versione estrema della terapia dello shock ha reso permanenti le distruzioni della guerra, che avrebbero potuto invece essere solo temporanee. Ciò è stato possibile grazie all’applicazione di una “visione militare allargata” in cui la politica di totale apertura alle multinazionali, di soffocamento dei sindacati, di importazione di manodopera sottoretribuita e non sindacalizzata è stata un elemento integrante dello sforzo bellico che ha portato alla riduzione delle città irachene a uno “slum totale”, rendendole al contempo completamente dipendenti dal capitale estero. Tra i pilastri di questa strategia di demodernizzazione vi sono stati la smobilitazione delle imprese statali a favore delle multinazionali estere e la eliminazione di ogni limite agli investimenti esteri e alle importazioni. Le conseguenze immediate sono state il rapidissimo degrado delle infrastrutture che solo il know-how delle imprese statali locali era in grado di riparare e mantenere sulla base di costi razionali, e il colpo mortale arrecato alle piccole imprese e ai piccoli negozi che erano un elemento fondamentale dell’economia urbana. A risentirne più di tutte è stata Baghdad, dove era concentrata la maggior parte dell’amministrazione governativa e delle imprese statali. Ma la devastazione ha colpito duramente anche le città sunnite in altri punti del paese, senza tra l’altro risparmiare quelle a maggioranza sciita.

Schwartz analizza a titolo di esempio quanto è avvenuto in tre città: Falluja, Ramadi e Baiji. La prima è la più tristemente nota perché rasa in larga parte al suolo dalle forze USA durante la cosiddetta “seconda battaglia di Falluja” terminata nel dicembre 2004, che ha provocato migliaia di vittime e un numero stimato di circa 200.000 profughi. Il paesaggio urbano ne è rimasto devastato, la città un tempo funzionale è stata ridotta a un concentrato di senzatetto, privo di infrastrutture e di centri di assistenza medica. Ben presto è emerso che gli Stati Uniti non avrebbero stanziato nemmeno i modesti fondi per la ricostruzione promessi in un primo tempo dopo la distruzione della città. Secondo il vicesegretario di stato USA Robert B. Zoellick, il compito di riportare in vita la città doveva essere realizzato, in base ai principi neoliberali, dagli stessi abitanti di Falluja, mentre l’amministrazione statunitense si sarebbe limitata a stimolare gli investimenti privati. In pratica, la ripresa dell’economia della città doveva attendere, come la bella addormentata nel bosco, il bacio liberatore del principe azzurro multinazionale. Nel frattempo ogni possibile tentativo autonomo di ripresa economica veniva soffocato sul nascere dai minuziosi ed estenuanti posti di blocco dei militari USA, che hanno di fatto isolato per mesi la città dal mondo esterno, trasformandola in un campo di prigionia. Dopo la Seconda guerra mondiale città interamente distrutte come Amburgo, Francoforte e perfino Hiroshima e Nagasaki hanno cominciato a essere ricostruite non appena la popolazione ha potuto cominciare a tornare. Anche in Vietnam la capacità di recupero della popolazione era riuscita a invertire il degrado dell’economia non appena la guerra era finita. In Iraq invece il progetto neoliberale aveva bisogno che Falluja fosse resa disponibile per la accumulazione per esproprio. Per realizzare questo intento era necessario che alla città non venisse consentita una ricostruzione sulla base delle proprie precedenti fondamenta economiche, scrive Schwartz. Una strategia nell’ambito della quale rientra anche l’impedimento di fatto al ritorno dei profughi che ha privato la città di un prezioso capitale umano e sociale. Oggi Falluja corrisponde perfettamente allo stampo neoliberale con la quale la si è voluto dare una nuova forma: una città ridotta a un enorme slum, posta alla periferia estrema della società globale, in attesa di un’improbabile ripresa economica tramite investimenti privati. Lo stesso è accaduto a Ramadi, una città altrettanto decostruita e destrutturata dall’azione congiunta della forza militare e delle politiche neoliberali. A Baiji invece le dinamiche sono state diverse e la città non ha subito durante la guerra danni paragonabili a quelli riportati da Falluja e Ramadi. Baiji ha la particolarità di essere il maggiore centro di raffinazione del petrolio dell’Iraq e di avere una popolazione relativamente limitata, circa 70.000 abitanti. Il programma di privatizzazioni di Paul Bremer ha smobilitato la maggior parte delle imprese statali, facendo aumentare enormemente la disoccupazione e causando malcontento e proteste tra la popolazione. La guerriglia formatasi in breve tempo è riuscita nei fatti a impedire agli statunitensi di fare funzionare le raffinerie, tra le altre cose prelevando abbondamente petrolio dagli oleodotti di approvvigionamento. Ne è seguita una furiosa battaglia tra guerriglia e forze USA, che nel frattempo avevano chiuso la raffineria. Gli statunitensi sono riusciti a riprendere il controllo di Baiji, hanno posto fine ai prelievi “autogestiti” dagli oleodotti (l’unica fonte di sostentamento per la popolazione locale dopo la smobilitazione delle aziende statali) e hanno stretto la città in un assedio di fatto tramite una rete capillare di posti di blocco. Questo strangolamento ha ridotto Baiji in condizioni analoghe a quelle di Falluja e Ramadi: città senza nemmeno una briciola di potenziali concorrenti alle multinazionali, con una forza lavoro immiserita e quindi ancora meno costosa. Schwartz descrive nei dettagli anche un’altra strategia degli statunitensi, quella di impedire la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dalla guerra da parte dei tecnici e delle imprese locali, gli unici in possesso delle capacità per farlo. Gli USA hanno invece preferito lasciarle decadere fino a renderle inutilizzabili per poi affidare la costruzione di nuove infrastrutture a multinazionali che non utilizzavano personale tecnico locale, aumentando così tra l’altro la dipendenza, anche futura, del paese dalle apparecchiature e dalle competenze tecniche estere.

Roy Scranton, autore dell’ultimo dei saggi pubblicati da City, ha servito come soldato nelle forze di occupazione USA tra il 2003 e il 2004, svolgendo principalmente operazioni di pattugliamento a Baghdad. Grazie alla sua esperienza diretta, e alla sua evidente preparazione culturale, fornisce un’immagine molto interessante della capitale irachena immediatamente dopo la guerra. “Baghdad offre l’archeologia di un futuro che si sta già formando, un futuro fatto di muri e armato, un futuro allo stesso tempo globalizzato e frammentato, cablato e medievale”, scrive Scranton. Il tema che segue il suo articolo è quello della “natura segregata e duale di Baghdad: il modo in cui una città sotto occupazione si è trasformata in due città”. Il primo obiettivo dei militari USA, una volta terminati i bombardamenti, è stato quello di costruire delle basi sicure, dotate di muri invalicabili e il più possibile separate dal quartiere circostante. I militari disponevano di mappe inaffidabili e di alta tecnologia inutilizzabile nelle condizioni locali, erano totalmente ignoranti riguardo alle comunità che vivevano a Baghdad ed eranno afflitti da una costante carenza di traduttori. I lunghi viali sui quali si muovevano i convogli militari USA, insieme alle basi ubicate in diversi luoghi di Baghdad, formavano una rete che diventava una seconda città a parte, una città sovrapposta a quella vissuta dagli iracheni. Una dualità rafforzata dalla insormontabile barriera linguistica, culturale e disciplinare tra gli occupanti e la popolazione locale. Per citare lo stesso Scranton: “I muri che ci dividevano da loro [gli iracheni] sono diventati qualcosa di più di semplici muri di sicurezza, o di muri destinati a tenere alla larga l’illegalità: sono diventati muri che separavano i ricchi dai poveri, tenendoci a distanza, con la nostra abbondanza materiale, dalla povertà brutale delle masse irachene”. Nel corso delle missioni di pattugliamento, racconta l’autore, quando si abbandonavano le vie principali e si entrava in quelle secondarie ci si trovava in un ambiente completamente ostile, come se fosse la stessa Baghdad a essere pronta a uccidere gli occupanti. Il risultato è che la maggior parte dei soldati di pattuglia si considerava più un obiettivo in movimento che un occupante. Una città divisa, segregata, gerarchizzata, ma in preda al caos completo. Una città che, fino a quando rimarrà occupata, rimarrà divisa e sotto assedio.

Il panorama che ci offrono i quattro saggi pubblicati da City può in alcun punti apparire tale da annichilire. La guerra è presente quotidianamente nelle città che viviamo e le nostre città esportano guerra in altre città del mondo. La guerra viene oggi interiorizzata fino al punto di essere onnipresente nel contesto urbano quotidiano. Il sistema neoliberale e l’accumulazione per esproprio non sono né strumenti della guerra, né finalizzati alla guerra: formano semplicemente un tutt’uno con quest’ultima. Ma è possibile sfuggire a questo incubo – un’indicazione della via da intraprendere per cancellarlo ce la suggerisce Mendieta: “dobbiamo immaginare e costruire città che non possono essere mappate dai cartografi dell’impero. E allo stesso tempo dobbiamo cominciare a immaginare le città invisibili del futuro in modo tale che esse non possano essere né veicoli di guerra né puntini rossi sulle ciber-mappe delle guerrre ciber-aereo-informative. O forse, prima di potere imparare a immaginare queste città potrebbe essere necessario imparare a guardare non alle città romane, greche o dei grandi imperi della ragione e dell’essere, ma alle città invisibili dei poveri del nostro mondo, le megalopoli del 21° secolo: Città del Messico, Mumbai, Rio de Janeiro, New Delhi, Giakarta, tutte città post-coloniali e post-imperiali”.

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