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Lug
09

La mafia punta alle passerelle di Milano

di Michael Day, dal Sunday Telegraph del 5 luglio 2009

La ‘Ndrangheta mette sempre più le mani su Milano, ma ai vertici politici della città lombarda si nasconde la testa nella sabbia. La criminalità organizzata intanto sta mettendo gli occhi sugli appalti per Expo 2015 e punta a penetrare nel business della moda. Pubblichiamo in traduzione il reportage da Milano che il Sunday Telegraph ha recentemente pubblicato su questi temi. (A riguardo vedi anche il nostro “Paesaggi criminali milanesi e lombardi“)

Da una parte c’è il Nord ricco e industrioso, con il suo fiorente settore della moda e le sue società finanziarie, mentre dall’altra c’è il Sud pieno di sole ma sottosviluppato, affetto dalla corruzione e patria della Mafia. La compiacenza del Nord tuttavia sta cedendo il passo alla paura. Le organizzazioni criminali meridionali, e in particolare la micidiale ‘Ndrangheta calabrese, che ha preso il posto della siciliana Cosa Nostra come maggiore gruppo della criminalità organizzata italiana, ha preso di mira con decisione le ricche città industriali del paese. E il boccone più ambito di tutti, Milano, capitale europea del design, della moda e del calcio, forse è già stato conquistato. Il giudice Alberto Nobili, capo dell’antimafia milanese, ha rivelato in un’intervista al Sunday Telegraph che 1.000 uomini della ‘Ndrangheta sono già nella città e intorno a essa con i loro collaboratori, inondando le strade di cocaina, imponendosi nel settore degli appalti pubblici e investendo parte dei proventi nel famoso settore della moda cittadino. “Sono già qui”, ha detto Nobili, “e abbiamo un duro lavoro da fare”. La cosa peggiore, ha aggiunto, è che la preda più ambita dai criminali deve ancora arrivare. Hanno messo gli occhi sui 15 miliardi di euro di investimenti pubblici destinati ad ammodernare le infrastrutture di Milano in vista dell’Expo 2015. Data la nota abilità della criminalità organizzata calabrese nel mettersi in tasca ampie quote dei progetti pubblici, si potrebbe trattare del suo più grosso colpo finanziario. La parola ‘Ndrangheta viene dal dialetto calabrese, altrettanto impenetrabile delle attività criminose e dei metodi violenti del gruppo criminale, e può essere tradotta come “onore” o “fedeltà”. L’organizzazione criminale ha le proprie radici nel profondo sud italiano, un’area che viene spesso descritta come il selvaggio West italiano.

 

La ‘Ndrangheta è rimasta relativamente poco nota se si considera che è una delle maggiori organizzazioni criminali, dallo strabiliante giro d’affari di 35 miliardi di euro e che detiene il controllo di circa l’80% dello smercio di cocaina in Europa. Il suo basso profilo la ha aiutata a evitare il destino dei capi della siciliana Cosa Nostra, il cui potere ha perso vigore in conseguenza dell’intenso lavoro svolto dalla polizia dopo che la mafia aveva fatto un passo più lungo della gamba uccidendo due noti magistrati antimafia nel 1992. Ma la propensione della ‘Ndrangheta alla violenza e i suoi orizzonti internazionali sono stati drammaticamente confermati nel 2007 nella città tedesca di Duisburg, quando nell’ambito di una faida interna sei membri della famiglia Nirta-Strangio sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dal clan rivale Pelle-Romeo di fronte a una pizzeria.

 

In una mite serata di mezza estate della settimana scorsa, nel quartiere dei Navigli milanesi, gruppi di ragazzi si raccoglievano intorno ai chioschi che vendono snack e bibite in lattina dopo l’orario di chiusura dei locali e dei bar. Intorno a loro, come uno sciame di zanzare, l’aria era densa di spacciatori. Per acquistare un grammo di cocaina da uno delle decine degli spacciatori nordafricani sono sufficienti solo un rapido sguardo, 50 euro e 30 secondi in un androne scuro. Ma gli spacciatori vengono riforniti della loro merce da persone che prediligono ambienti molto più rispettabili. Le si può trovare negli eleganti bar da cui si gode una bella vista sui Giardini Pubblici e i Bastioni di Porta Venezia: uomini dall’accento calabrese che indossano Rolex e abiti firmati. La cocaina, che secondo le parole di Nobili, “sta inondando le strade a una velocità senza precedenti”, ha reso ricca la ‘Ndrangheta. Il suo status di organizzazione criminale di grandi dimensioni le consente di acquistarla direttamente dai colombiani a un costo di 1.000 euro per un chilo, che può poi essere venduto per le strade a circa 30.000 euro, con un margine di guadagno quindi enorme. Circa il 10% della popolazione di Milano usa frequentemente od occasionalmente questa droga.

 

“La sempre maggiore visibilità dello spaccio di droga registrata negli ultimi cinque anni è allarmante”, ha detto Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Partito Democratico nel consiglio comunale di Milano. Da una ricerca dell’istituto Mario Negri di Milano risulta che nell’ultimo decennio il consumo di droghe è cresciuto del 40%. Nel mondo della moda l’abitudine di consumare cocaina risale, naturalmente, a un periodo molto più indietro nel tempo. Ma Nobili ha detto al Sunday Telegraph che stanno emergendo collegamenti molto più diretti tra il settore della moda e la criminalità calabrese. “Per il momento non intendo fare nomi, ma stiamo tenendo d’occhio alcune persone nel mondo della moda”, ha detto, osservando che alcune personalità note della moda sembrano essere state in grado di permettersi lussuosi nuovi palazzi nonostante la recessione. “Quello che fanno (i calabresi) è guadagnare soldi illegalmente, per poi reinvestirli in attività d’affari legali”. Le autorità conoscono bene i nomi delle famiglie della ‘Ndrangheta presenti nella regione. Intorno alla città ci sono i membri dei clan Mangeruca, Musitano, Palamara e Bruzzaniti, mentre più a nord all’esterno della città, nella zona dei laghi, dove la ‘Ndrangheta è entrata pesantemente nel settore dei ristoranti, c’è il clan Mancuso. Il mese scorso le autorità hanno sequestrato beni per un valore di quasi 12 milioni di euro, tra i quali proprietà e imprese ubicate a Milano appartenenti al bosso calabrese Giuseppe Piromalli (64 anni, attualmente in carcere) e a suo figlio Antonio, di 37 anni. Giuseppe Piromalli viene ritenuto il capo del clan criminale Piromalli, un gruppo che fa parte della ‘Ndrangheta e opera in Calabria, in Italia e all’estero.

 

I dati più recenti dicono che il consumo di cocaina rimane alto ma, data anche la recessione, ha smesso di crescere. Ora però la ‘Ndrangheta punta a un obiettivo ancora più redditizio, cioè l’Expo 2015. Circa 13 miliardi di fondi del governo centrale e delle amministrazioni locali verranno utilizzati per rigenerare aree dismesse e costruire nuove linee della metropolitana, mentre la città si affretta a modernizzare la sua inadeguata rete di trasporto pubblico in tempo per l’evento. Claudio De Albertis, presidente di Assimpredil, l’organizzazione che rappresenta le società edili, ha detto che la recessione incombente renderà più facile ai gruppi della ‘Ndrangheta penetrare nelle aziende che operano legalmente, visto che queste ultime avranno sempre più difficoltà a ottenere crediti dalle banche. Ciò consentirebbe alle organizzazioni criminali di acquisire un controllo di fatto di aziende che potrebbero candidarsi per gli appalti dell’Expo 2015. “C’è una correlazione diretta tra il grado di infiltrazione della mafia e l’entità di una recessione”, ha detto.

 

Messa di fronte alla sempre più evidente presa delle organizzazioni mafiose sulla città, l’amministrazione di destra di Milano è stata l’anno scorso oggetto di pressioni per formare una commissione antimafia con il compito di tutelare gli enormi investimenti per l’Expo. Finora ha rifiutato di farlo. Il sindaco Letizia Moratti ha detto che una commissione non farebbe che aggiungere un altro livello di burocrazia e ha annunciato invece controlli più stretti su tutte le aziende che si candideranno per le opere pubbliche più rilevanti. Uno dei magistrati antimafia della città, Enzo Macrì, deciso sostenitore di tale commissione, ha accusato Moratti di nascondere la testa nella sabbia. “Negare l’esistenza di questo fenomeno è un fatto comune”, ha detto. “In tutti questi anni non ho ancora visto una città che non avesse un’infiltrazione mafiosa”. Critiche ancora più specifiche sono venute da un altro giudice antimafia, Piero Grasso, che ha sottolineato preoccupato come i certificati emessi agli appaltatori “puliti” e non toccati dalla mafia siano sempre più privi di valore, poiché le società controllate dalla criminalità organizzata creano un sistema di società a scatole cinesi a più strati per ingannare le autorità.

 

Va detto che Milano ha registrato alcuni successi contro i gruppi criminali calabresi. In aprile la polizia ha arrestato 39 membri della ‘Ndrangheta dopo che i sindaci di alcune città dell’hinterland milanese avevano segnalato alle autorità casi di minacce ed estorsioni. Ma gli osservatori affermano che la cattura di membri di livello più basso, che agiscono nel mondo del racket piuttosto che in quello della corruzione su vasta scala nell’ambito dei progetti pubblici, non fa altro che sottolineare la diffusione dei tentacoli della ‘Ndrangheta. Nel frattempo chi parla troppo lo fa a proprio rischio e pericolo. Tra di loro c’è l’attore e performer locale Giulio Cavalli, il cui recital “Do Ut Des” fa una satira del mondo dei mafiosi di Milano e del rifiuto delle autorità di prenderne atto. Proprio come lo scrittore napoletano Roberto Saviano, la cui denuncia dei gruppi della Camorra nella città partenopea ha portato al film di successo “Gomorra”, Cavalli oggi è protetto da una scorta dopo avere ricevuto minacce di morte. All’esterno del suo teatro a Lodi è stata lasciata una bara e sulla sua automobile sono stati incisi messaggi minacciosi. “Il problema è che nel Nord abbiamo sindaci che non vogliono ammettere la presenza della mafia”, ha detto, mentre un uomo della scorta lo sorvegliava con attenzione. “I sindaci siciliani facevano la stessa cosa 30 anni fa. Qui siamo rimasti 30 anni indietro”. Dalla bocca di Cavalli escono i nomi di banche e noti finanzieri milanesi che hanno aiutato a ripulire e a nascondere ingenti importi in denaro guadagnati a Milano dalla criminalità organizzata, ma per motivi legali non possiamo riprenderli in forma stampata. “Naturalmente ho paura delle minacce”, aggiunge. “Ma anche loro hanno paura di me. La mafia ama il silenzio, e io faccio molto rumore”. E’ sabato sera e nella graziosa città di Lecco, sul lago di Como, a circa un’ora di automobile da Milano, Cavalli ha appena finito di recitare il suo nuovo show satirico “A 100 passi dal Duomo”. Si tratta di una storia condensata della mafia italiana, dagli inizi di Cosa Nostra in Sicilia fino alla presenza della ‘Ndrangheta a Milano alla vigilia dell’Expo 2015. “Per battere la mafia abbiamo bisogno di indagini e cambiamenti amministrativi”, ha detto. “Ma abbiamo bisogno anche di un cambiamento culturale, e per cominciare dobbiamo ammettere che è qui tra noi”.

 

Anche il giudice Nobili vuole sconfiggere la ‘Ndrangheta. Ma il suo compito sta per essere reso più difficile da una controversa nuova legge approvata la settimana scorsa, che limita drasticamente il ricorso alle intercettazioni telefoniche da parte degli investigatori. Ritenuta da molti come mirata a risparmiare nuovi imbarazzi a un premier propenso agli scandali come Silvio Berlusconi, la legge non consentirà più agli investigatori di ascoltare le conversazioni di sospetti criminali a meno che non siano già in possesso di prove convincenti del fatto che sia stato commesso un crimine. Le indagini che riguardano specificamente la mafia sono esenti da queste regole, ma Nobili sottolinea che la maggior parte delle attività della criminalità organizzata viene portata alla luce nell’ambito di inchieste che riguardano la più generale attività criminale. Senza scomporsi ci dice che nel 1992, durante un’indagine di routine, lui e i suoi colleghi hanno ascoltato tramite intercettazioni telefoniche una conversazione in cui si parlava di assassinarlo. “Se allora fosse stata in atto questa legge, probabilmente oggi non sarei più qui”, dice sorridendo ironicamente, prima di scomparire nelle strade congestionate di Milano per un’altra nottata in ufficio.

 

(traduzione dall’inglese di Andrea Ferrario)

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