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Il caso Innse: dieci mesi di lotta

Il caso Innse: dieci mesi di lotta

di Andrea Ferrario, 1 aprile 2009 (aggiornato 4 agosto 2009)

Polizia e carabinieri in tenuto antisommossa a sostegno di un rottamaio fallimentare, un’immobiliare altrettanto fallimentare che punta alla speculazione sull’area, prefettura e magistratura che dispongono lo smantellamento dei macchinari con la forza, Formigoni in vacanza che se ne lava le mani. E’ l’annunciato tentativo di liquidare con la forza la straordinaria esperienza di lotta degli operai della Innse di Lambrate. Riproponiamo un nostro recente articolo che ripercorre nei dettagli il retroterra di questa vicenda  di importanza essenziale per Milano.

Dalla primavera del 2008 a Milano, e più precisamente nell’area nord-est della città, a Lambrate, è in corso un’esperienza di lotta la cui rilevanza va molto oltre i confini geografici e settoriali più immediati che la caratterizzano. Si tratta del caso dello stabilimento Innse, salito più volte all’onore delle cronache negli ultimi dieci mesi, in particolare per l’iniziativa di autogestione avviata dai lavoratori della fabbrica, unica nel suo genere negli anni più recenti, e per i successivi interventi delle forze dell’ordine a sostegno del padrone Silvano Genta. Al di là delle cronache è però tutta la vicenda Innse nel suo complesso che, in particolare in questo momento, è diventata emblematica della posta in gioco a Milano, tra conflitti di lavoro e speculazione edilizia. Vale pertanto la pena di ripercorrerne nei dettagli la storia.

BREVE STORIA DELL’INNSE E DELL’INNOCENTI FINO AL 2006

L’Innse, azienda che si occupa della produzione di macchine utensili e impianti per la siderurgia, nasce nel 1971 dalla cessione del settore meccanica pesante della Innocenti al gruppo Iri e dalla contemporanea fusione con la Sant’Eustachio di Brescia. La Innocenti era stata fondata dal toscano Fernando Innocenti a Roma negli anni venti e ha basato il suo successo iniziale sulla produzione di tubi per ponteggi, grazie anche al boom che ha vissuto in quegli anni la speculazione edilizia e alle varie commesse ottenute dal Vaticano. Negli anni trenta Innocenti ha deciso di concentrare le sue attività a Milano aprendo il primo stabilimento a Lambrate. In breve tempo l’azienda ha mutato la produzione da civile in bellica e ha cominciato così a operare nell’ambito meccanico, raddoppiando il numero dei propri dipendenti e allargando le proprie partecipazioni in altre aziende, in particolare nella Dalmine. Nel corso della Seconda guerra mondiale, grazie anche alla produzione di proiettili, la Innocenti è diventata uno dei principali fornitori del Ministero della Guerra (tanto che Starace nel 1939 definì le sue strutture produttive un “modello di stabilimento fascista”). L’intensità della produzione era tale che in soli cinque anni, dal 1938 al 1943, gli operai degli stabilimenti di Milano sono passati da 800 a 7.000. Il 25 aprile 1945 gli stabilimenti Innocenti sono stati al centro di una intensa battaglia tra nazisti che li avevano occupati e partigiani che sono riusciti infine a liberarli. Durante gli anni della ricostruzione, e più precisamente nel 1947, la Innocenti ha lanciato la produzione della Lambretta, che ha aperto la strada alla successiva produzione di automobili, sempre affiancata però da attività nel campo dei macchinari industriali e dell’elettromeccanica. Dopo lo smembramento delle attività industriali incominciato nel 1966 si è arrivati alla già citata nascita dell’Innse nel 1971 sotto il controllo dell’Iri. Successivamente sono avvenuti svariati passaggi di mano: la Innse è stata venduta nel 1995 alla tedesca Demag, del gruppo Mannesmann, per poi passare nel 2000 nelle mani del gruppo Manzoni dopo un intervento del Ministero dell’industria in seguito alla dichiarazione da parte della Demag dell’intenzione di chiudere lo stabilimento. Il gruppo Manzoni, a fronte di notevoli agevolazioni da parte dello stato, si era impegnato a mantenere i 100 dipendenti che aveva allora l’Innse e a rilanciare la produzione. I nuovi padroni hanno adottato subito un atteggiamento molto conflittuale nei confronti dei lavoratori, tanto da essere condannati per attività antisindacali e da provocare in seguito anche un blocco dello stabilimento da parte degli operai. Per quasi cinque mesi questi ultimi sono stati tenuti praticamente inattivi, ma dopo una conciliazione la produzione è ripartita a pieno ritmo, grazie anche a straordinari ed esternalizzazioni. A causa delle difficoltà finanziarie del gruppo Manzoni, però, la Innse di Lambrate è stata messa in amministrazione controllata nel 2002. Sono seguiti quattro lunghi anni fino a quando, nel 2006, si è arrivati a una svolta dalla quale è nato l’ultimo e più recente capitolo della storia dell’Innse, quello ancora in atto. Nel frattempo, dall’inizio degli anni novanta e in seguito alla cessazione delle produzioni automobilistiche della Innocenti, vaste porzioni della zona di Lambrate in cui si trova la Innse si sono trasformate in una delle più grandi aree dismesse di Milano.


ENTRA IN SCENA SILVANO GENTA

All’inizio del 2006, dopo un lungo lavoro di mediazione e di ricerca di una soluzione per la Innse da parte dell’Assessorato al Contrasto delle Crisi Industriali e Occupazionali della Provincia di Milano, entra in scena il torinese Silvano Genta, che a fronte dell’impegno a rilanciare l’attività produttiva e a salvaguardare l’occupazione (l’Innse ha ormai solo 53 dipendenti) acquista la Innse per soli 700.000 euro. Genta non è uno qualunque, c’è un particolare che lo lega (parola assolutamente appropriata in questo caso) ai massimi vertici della politica lombarda e nazionale: secondo quanto ha raccontato l’assessore provinciale Bruno Casati a Milano Mag, Genta è stato presentato alla Provincia come persona seria e affidabile da Roberto Castelli, boss della Lega Nord e attualmente potente sottosegretario alle infrastrutture. Per la prima volta nella sua storia la Innse passa nelle mani di una società che non si occupa affatto di produzione: l’azienda di Genta infatti tratta la vendita all’ingrosso di macchinari usati, un’attività che avrebbe dovuto già allora invitare alla prudenza e al dubbio chi ha imbastito l’operazione, visto che l’Innse ha una notevole dotazione di preziosi macchinari di precisione ad alta tecnologia. E’ inoltre importante tenere presente che all’inizio del 2006 una grande area confinante con quella in cui si trova l’Innse era già stata oggetto di un vasto intervento di “sviluppo urbano” (speculazione edilizia), che secondo i piani prestabiliti doveva proseguire fino a coinvolgere l’area in cui sorge lo stabilimento. Ma su questo aspetto cruciale torneremo più avanti maggiormente nei dettagli. La gestione Genta, secondo quanto scrive la stampa, non ha effettuato alcun investimento rilevante per il rilancio dell’azienda, ma l’Innse è andata comunque avanti con risultati soddisfacenti perché, come affermano svariati attori della vicenda, i suoi macchinari e il suo know-how non hanno praticamente concorrenza in Europa e ciò garantisce sbocchi importanti alla sua produzione altamente specializzata, che viene venduta non solo in Italia, ma anche all’estero. L’accordo grazie al quale Genta aveva acquistato l’Innse a condizioni agevolate impegnava il nuovo padrone a non ricorrere a licenziamenti per un periodo di almeno due anni. Il 31 maggio 2008, una manciata di mesi dopo lo scadere di questo vincolo, i 50 dipendenti dell’Innse hanno ricevuto del tutto inaspettatamente una lettera di licenziamento collettivo e lo stesso giorno Genta ha fatto occupare lo stabilimento da vigilantes privati.


DALL’AUTOGESTIONE A OGGI

I lavoratori, che hanno un’esperienza ormai ventennale di padroni che considerano lo stabilimento di Lambrate come una variabile “usa e getta”, hanno reagito immediatamente e sono rientrati in possesso della loro fabbrica. Ecco come un comunicato della stessa RSU dell’Innse del 19 giugno 2008 raccontava l’esperienza dell’autogestione: “Gli operai hanno riconquistato lo stesso giorno la fabbrica, decidendo di continuare la produzione, hanno proseguito con le lavorazioni su ruote dentate e strutture da 50 a 70 tonnellate l’una. I clienti hanno continuato a venire in fabbrica per seguire i lavori, i tecnici sono rimasti al loro posto, così come il consulente esterno dottor Pietroboni che, di fatto, anche se non formalmente, riveste la figura di direttore di stabilimento”. E ancora in un comunicato di fine luglio: “Dopo avere eluso la sorveglianza di polizia, vigilantes privati e tirapiedi del padrone [il 31 maggio] abbiamo occupato lo stabilimento e proclamato assemblea permanente. Proseguiamo le lavorazioni in corso, incontriamo i clienti autogestendo così ormai da due mesi la produzione e i servizi, autofinanziandoci persino la mensa, presidiandola giorno, notte e festivi… Questa officina è produttiva, lo è sempre stata, nonostante qualcuno ne dica il contrario, è l’unica risorsa per noi e le nostre famiglie, e siamo determinati a difenderla fino alle estreme conseguenze”. Gli operai dell’Innse raccontano che Genta ha fatto intendere loro che la decisione di chiudere era dovuta al fatto che la proprietaria del terreno sui cui sorge lo stabilimento, l’immobiliare Aedes, aveva chiesto la restituzione di quest’ultimo entro l’inizio del 2009 (la “fine” della Innse a inizio 2009 è un’opzione messa in conto da più parti fin dall’entrata in scena di Genta nel 2006, si veda più avanti). Il 25 agosto Genta chiude la procedura formalizzando i licenziamenti e la commissione regionale apre la mobilità. Tutto questo nonostante nel frattempo un’azienda bresciana del settore, la Ormis, avesse manifestato formalmente il proprio interesse per l’acquisto dell’Innse al fine di mandare avanti la produzione: Genta non attende nemmeno la riunione prevista presso il Ministero dello sviluppo economico a Roma, il 2 settembre, in cui si doveva aprire una trattativa per l’acquisto dell’Innse da parte della Ormis. Come affermano i lavoratori dell’Innse in un loro comunicato: “Anche il più scalcinato e irregolare padrone ha più potere di qualunque istituzione”. In occasione della riunione poi, comunque svoltasi, il rappresentante di Genta (che non si è presentato di persona) ha affermato che “secondo gli accordi raggiunti con Rubattino 87 s.r.l. [la società controllata dalla Aedes che si occupa della gestione del progetto immobiliare previsto sull’area, si veda più sotto], la Innse dovrà consegnare a detta società entro il 31 gennaio 2009 i locali in cui attualmente si trova” e che “è stata notificata un’intimazione di sfratto”. La Rubattino 87, anch’essa presente alla riunione, da parte sua si limita ad affermare “l’assoluta necessità di rientrare, quanto prima, in possesso dell’immobile e dell’area pertinente in cui opera Innse” e propone di spostare lo stabilimento in un’altra e più piccola area della zona, naturalmente a fronte di un affitto (sulle ipotesi di trasferimento della Innse, inaccettabili per le loro conseguenze, si veda più sotto). Nonostante l’insistenza del rappresentante del ministero, come riferisce il relativo protocollo, il rappresentante di Genta ha opposto un netto e immotivato rifiuto alla richiesta di un ritiro dei licenziamenti fino all’individuazione di una soluzione. Viene fissata un’altra riunione per il 12 settembre, che tuttavia salterà perché Genta si rifiuta di prendervi parte. Il 17 settembre, come racconta sempre un comunicato della RSU Innse, “all’alba, alle 05:30, la forza pubblica entra in fabbrica, mette alla porta gli operai che presidiavano lo stabilimento di notte, blocca l’entrata del primo turno. La fabbrica è messa sotto sequestro”. Da allora i lavoratori presidiano giorno e notte lo stabilimento dopo “avere preso possesso di tre stanze di fortuna proprio all’ingresso, adibite a salotto, mensa e cucina, riscaldate da una stufa a legna”, come racconta Cronacaqui. L’obiettivo è quello di evitare che Genta porti via i macchinari mettendo così la parola fine alla storia della Innse. L’intervento della forza pubblica, cioè di polizia e/o carabinieri, del 17 settembre non rimarrà un caso isolato e si ripeterà ben tre volte. Il 10 dicembre, sotto una forte nevicata, Genta approfitta del dissequestro del capannone per cercare di riprendere possesso dell’azienda e dei suoi macchinari, presentandosi accompagnato dai carabinieri. C’è tensione, si arriva a qualche spintone, ma la situazione non degenera e tutto quello che riesce a fare Genta è installare delle telecamere di videosorveglianza nello stabilimento. Il 14 gennaio la scena si ripete. All’alba i lavoratori del presidio vengono a sapere che Genta “stava marciando verso la fabbrica con otto camion e l’intenzione di smantellare i preziosi macchinari custoditi nel capannone”, come scrive ancora Cronacaqui. Gli operai riescono a bloccare gli accessi con le auto, formano un picchetto e, grazie a un tam tam telefonico, giungono sul posto l’assessore provinciale Barzaghi e il consigliere regionale Muhlbauer, che si incatenano ai cancelli. Arriva anche la polizia, che questa volta si limita a interporsi, e tramite l’assessore regionale Gianni Rossoni si hanno assicurazioni del prefetto che non si procederà allo sgombero: anche questa volta Genta deve tornare a casa a mani vuote. Ben più gravi invece i fatti del 10 febbraio. Genta si presenta verso le 4.30 del mattino scortato da cento-duecento tra poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, questa volta si tratta di una operazione in grande stile padrone-forze dell’ordine. Una ruspa e le camionette del Reparto mobile abbattono una barricata costruita dai lavoratori, si giunge allo scontro fisico e sui lavoratori, e molte altre persone che erano arrivati ad aiutarli, piovono botte da orbi, un operaio finisce all’ospedale Fatebenefratelli. Genta entra nello stabilimento, ma tutto quello che riesce a portarsi via sono solo alcuni semilavorati. Tutti si sono chiesti chi abbia imbastito questa inutile e provocatoria operazione e a tale proposito va ricordato, se ce ne è bisogno, che ministro degli interni è Roberto Maroni, leghista come il suo collega Castelli che aveva a suo tempo aperto il capitolo Genta nella storia dell’Innse. Il giorno dopo la polizia apre un fascicolo contro due esponenti “dell’area antagonista”, come riferisce il Giornale, “per resistenza, violenza e lancio pericoloso di oggetti. La denuncia ora potrebbe finire sul tavolo del pubblico ministero Tiziana Siciliano, già titolare di un fascicolo che riguarda proprio l’occupazione abusiva della Innse”. Pochi giorni dopo Silvano Genta organizza una conferenza stampa e dichiara, come riferisce Libero: “Il caso Innse è il simbolo dell’ipocrisia pseudo-sindacale, che all’interesse politico di pochi ha sacrificato la legittima richiesta della proprietà immobiliare [cioè Aedes] di restituzione e il nostro diritto a disporre dei macchinari e dei beni che si trovano nei capannoni”. Già in precedenza Genta aveva parlato di “accordi” con Aedes, ora ne promuove pubblicamente le “legittime richieste”: dichiarazioni che nel loro insieme fanno pensare a una linea concertata tra Genta e Aedes. Genta aggiunge poi di avere già la disponibilità di quattro imprenditori ad acquistare parte dei macchinari. Ma perché Genta vuole vendere i macchinari e rifiuta ogni ipotesi di vendita dell’intera fabbrica alla Ormis? Perché l’Aedes rifiuta ogni soluzione che non sia il rientro in possesso diretto dei terreni che comporterebbe uno smantellamento della Innse? Anche in questo caso le linee dure di entrambe le parti sembrano essere in assoluta armonia. Dal 10 febbraio la situazione è rimasta in sospeso, non ci sono state più operazioni di polizia e in Regione è stato aperto un “tavolo di confronto” la cui ultima riunione è pero stata rimandata perché la Aedes ha chiesto più tempo. Finora abbiamo passato in rassegna le cronache, senza soffermarci, se non di sfuggita, sul ruolo della Aedes e del progetto Rubattino, che è invece fondamentale e si merita quindi un capitolo specifico.


L’AEDES E GLI INTERESSI DI BERLUSCONI

La Aedes Immobiliare S.p.A. è una società che ha un patrimonio immobiliare gestito di 5,4 miliardi di euro, secondo quanto afferma il suo stesso sito web (ma va sottolineato che si tratta di dati precedenti ai recenti crolli dei mercati). E’ stata fondata a Genova nel 1905 con l’obiettivo di realizzare opere di costruzione immobiliari di grande rilievo. Negli anni del dopoguerra e fino alla fine degli anni 1990 ha avuto tra i propri azionisti soggetti di rilievo come la Banca d’Italia e il Fondo Pensioni Cariplo. Nel 1999 il controllo è stato ceduto al gruppo immobiliare Zunino, noto negli ultimi tempi soprattutto per essere sull’orlo del crack e per il progetto immobiliare fallimentare di Santa Giulia, a Milano. Dopo una serie di altri cambiamenti della struttura azionaria (ingresso del gruppo De Benedetti e del gruppo Munich Re) nel 2000 la guida della società è stata assunta dal manager Luca Castelli, che ha avviato una nuova strategia basata su ampie acquisizioni di immobili e realizzando importanti joint venture con Pirelli RE e Banca Antonveneta. Successivamente, grazie anche a una partnership con il gruppo bancario Bipiemme, la Aedes ha concentrato le proprie attività sulla gestione di fondi immobiliari e i progetti di sviluppo urbano. Nel 2006 la società è passata sotto il controllo della famiglia del manager Luca Castelli (nulla a che fare con il già menzionato leghista Roberto Castelli) e della compagine societaria entra a fare parte come secondo azionista la Amenduni Acciaio. Tra le persone con un interesse nella Aedes c’è anche il premier Silvio Berlusconi che, tramite la Fininvest, ne controlla poco più del 2%. Il nesso tra Aedes e Berlusconi (e di conseguenza tra il caso Innse e lo stesso premier) è rafforzato da due altri particolari: da una parte nel consiglio di amministrazione della società immobiliare siede un dirigente Fininvest, Alberto Carletti, e dall’altra nel 2005 la Aedes ha costituito una joint-venture con Fininvest e la società Statuto per un progetto da 40 milioni, la realizzazione di un cinema multisala a Rozzano. Berlusconi quindi, tramite la Fininvest, detiene da una parte un interesse materiale e operativo nella Aedes, dall’altra dispone di leve decisionali attraverso il consigliere Carletti.

Nel 2006 Aedes avvia un’espansione internazionale, in particolare verso Romania e Serbia (apriamo una parentesi: nella sua documentazione la società, che pure punta a internazionalizzarsi, dimostra di avere davvero poca dimestichezza con la geografia. In due punti della sua presentazione si parla di progetti in Bulgaria, ma nei dettagli si scopre che si tratta di progetti a Bucarest, che è la capitale della Romania). Nel 2007 però scoppia la bolla immobiliare e arriva la stretta creditizia, le società immobiliari gonfiate dai prestiti delle banche subiscono tracolli (in borsa il titolo Aedes è arrivato a perdere quasi il 90% del suo valore, nel febbraio 2007 valeva 7,09 euro, oggi si aggira sui 0,75 euro). Come spiega Milano Finanza, il problema per Aedes, così come per la Risanamento di Zunino, è “il peso dell’indebitamento e la difficoltà a vendere gli asset in portafoglio in un mercato poco ricettivo come l’attuale, [con la conseguente difficoltà nel] rifinanziamento dei prestiti”. Oggi la società ha debiti nei confronti di una ventina di gruppi bancari per un totale di 800 milioni di euro, di cui 290 milioni già scaduti a fine 2008 e non rimborsati. Le banche più esposte a Aedes e alla holding della famiglia Castelli sono Monte dei Paschi e Intesa Sanpaolo, ma tra i finanziatori della società c’è anche Unicredit. Per fare fronte a una situazione che appare sull’orlo del crack la società immobiliare sta procedendo a un complesso piano di ristrutturazione azionaria le cui coordinate dovrebbero essere definite in questi giorni. E, come Genta con l’Innse, anche Aedes sta licenziando i suoi dipendenti: in questi giorni circa il 60% del suo personale, circa 130 persone, è stato messo in mobilità. Nel comunicato emesso in occasione dei licenziamenti, la Filcams Cgil parla di una situazione di crisi dovuta, tra le altre cose, a “nulla osta da parte delle società di revisione su non limpide operazioni effettuate utilizzando anche veicoli off-shore, sciagurati investimenti, anche in ville di lusso o terreni senza futuro, a prezzi discutibili e oggi palesemente ingiustificabili, effettuati con controparti conniventi”.


IL PROGETTO RUBATTINO

Nel 2005 Aedes aveva rilevato dalla Fiat Partecipazioni una quota della società Rubattino 87, assumendone così il controllo. La Rubattino 87 era stata costituita nel 1987 per “l’acquisizione e il successivo sviluppo di alcune delle più importanti aree industriali dismesse nel territorio milanese ed è proprietaria di una grande area, la ex attività produttive della Innse Innocenti Santeustachio ed ex Maserati, oggetto di Programma di Riqualificazione Urbana (PRU)”, come recita una comunicato dell’Aedes. Il progetto, messo a punto nei dettagli nella seconda metà degli anni novanta, prevede la cementificazione dell’area con circa 125.000 mq di business park, 70.0000 mq di sede universitaria e 50.000 mq di residenziale, oltre al solito parco con cui vengono vendute all’opinione pubblica simili operazioni, e avrà il contributo del noto architetto Massimiliano Fuksas, secondo quanto scrive sempre Aedes. Il valore di mercato delle aree di Rubattino 87 era nel 2005 di circa 225 milioni di euro, secondo le stime della società immobiliare, e il progetto è destinato a generare ricavi per 850 milioni di euro. Ma tutta questa valanga di cemento e milioni per realizzarsi deve superare un ostacolo, lo stabilimento Innse. Lo rileva il quotidiano il Giorno in un reportage pubblicato in tempi non sospetti, il 27 febbraio 2005, prima ancora che entrasse in scena l’Aedes: “La zona è di proprietà della Rubattino 87 srl. Giulia Missaglia, dirigente Settore Pianificazione e Progettazione Urbana del Comune di Milano sostiene che l’amministrazione punta al “recupero ambientale dell’area” [sic!], ma che purtroppo i piani di sviluppo sono soggiogati dalla presenza dell’Innse Presse. Si tratta di una società in regime di amministrazione straordinaria non ancora venduta. Sarebbe difficile procedere alla realizzazione di un piano di recupero totale dell’area ‘saltando’ questo capannone”. E’ chiaro quindi come il giorno (ci si perdoni il gioco di parole) che da lungo tempo l’Innse era nel mirino di chi promuove questo megaprogetto. Solo un anno dopo questo articolo l’entrata in scena di Genta su presentazione del leghista Castelli ha aperto la strada per trovare il modo di “saltare il capannone”: se i lavoratori dell’Innse non avessero occupato la loro fabbrica e preso l’iniziativa di autogestirla guadagnandosi l’attenzione dell’intera città, probabilmente oggi il problema non ci sarebbe più. E la Aedes probabilmente riuscirebbe con maggiore facilità a ridurre il debito generato dalle proprie speculazioni immobiliari avendo in portafoglio un’area sgombra dalla Innse (per esempio mediante la vendita del progetto Rubattino a fondi arabi, ipotesi ventilata dal Sole 24 Ore a fine maggio 2008).

Va detta qualche parola anche sulle istituzioni pubbliche coinvolte in tutta la vicenda Innse. Brilla per la sua latitanza il Comune di Milano, che è invece sempre attivissimo in campo urbanistico quando c’è da varare qualche progetto miliardario a favore dei cementificatori. Tace nei fatti da lunghissimo tempo in particolare l’assessore comunale allo sviluppo urbano Carlo Masseroli (Cielle-Forza Italia), che negli ultimi mesi si è speso a parole e nei fatti con la massima energia per progetti della stessa natura di quello di via Rubattino. A fine 2006 aveva promosso “la positività” del progetto Rubattino di fronte al Consiglio di Zona 3, di recente si è limitato a un sibillino: “Non esiste un problema di destinazione d’uso di area, ma differentemente se esiste o meno un imprenditore disposto ad investire sull’Innse. Io me lo auguro”. Tutto qui. La Regione si è attivata concretamente solo nelle ultime settimane aprendo il già menzionato tavolo di confronto tra le parti in causa. Molto più attiva la Provincia, in particolare nella persona dell’assessore al lavoro Bruno Casati (Rifondazione Comunista), ma va detto anche che proprio la Provincia è stato il canale attraveso il quale Genta è entrato in scena. Va rilevato infine anche l’interesse di Forza Italia per la vicenda nella persona del suo consigliere provinciale Max Bruschi, già membro della segreteria personale di Berlusconi ad Arcore. Il 23 febbraio 2006 (cioè in contemporanea con l’entrata in scena di Genta) Bruschi fa un intervento in aula, facendosi promotore del progetto Rubattino (l’arma retorica è la solita: se non si procede si crea una situazione di degrado per i “poveri” cittadini, non si può realizzare un parco, cioè il solito paravento dei progetti miliardari di cementificazione) e chiedendo in sostanza lo spostamento dell’Innse in altra area al fine di consentire la messa in atto del progetto, ma per il conseguimento di questo obiettivo c’è un problema: “Il problema sta nel fatto che a quanto scritto sull’accordo siglato dai sindacati e dalla Provincia, e non dal Comune di Milano […] quello stabilimento dell’Innse Presse dovrebbe stare nel luogo dove è attualmente. Permanere nel luogo dove è attualmente crea dei forti problemi […]. In commissione abbiamo avuto delle rassicurazioni da parte dei tecnici, ci hanno detto che l’accordo sindacale così come è stato sottoscritto doveva essere sottoscritto così, ma in realtà c’è tutta l’intenzione da parte della proprietà dell’Innse Presse, da parte della società PRU Rubattino, da parte della Provincia e anche del Comune di Milano, di spostare lo stabilimento in una zona che non vada a ledere la seconda parte del PRU Rubattino”. A chiusura del suo intervento Bruschi afferma che “una soluzione che tuteli i posti di lavoro e che fra tre anni sposti lo stabilimento produttivo sia un atto assolutamente a favore della città e del milanese”: fra tre anni, cioè a inizio 2009, che strana coincidenza con la tempistica che ha poi avuto tutta la vicenda! Si tratta di un’ulteriore traccia del fatto che i tempi della “chiusura” del problema Innse erano stati messi in conto già da anni. L’11 maggio l’assessore Casati risponde a un’interrogazione di Bruschi, allora particolarmente attivo riguardo alla Innse. Casati tra le altre cose dichiara che la Provincia non è a conoscenza dell’accordo in via di definizione tra Genta e l’Aedes (quindi, facciamo notare ancora una volta, già dal 2006 era in via di definizione un accordo tra i due soggetti) e afferma la propria disponibilità a un trasloco della Innse, anche se con delle importanti precisazioni: “Io in ogni caso non mi sento di escludere il trasloco dell’officina in altra porzione di area, qualora il Comune lo richiedesse. L’operazione, lo so, è difficile tecnicamente, per il tipo di macchine, ma non è impossibile. Potrebbe essere possibile, e io l’andrei a sostenere, lo ribadisco qui, e lo ribadirei anche per iscritto, qualora: 1. il Comune tornasse a richiederlo; 2. se il buon andamento del mercato e il buon accordo con Rubattino 87 contribuissero a dissolvere le preoccupazioni che su questo caso si erano accumulate. Allora il trasloco non sarebbe inteso quale operazione surrettizia alla vendita delle macchine e allo smantellamento di uno stabilimento tutto sommato interessante”, si noti che già allora quello della vendita delle macchine da parte di Genta era un rischio di cui si teneva conto. Il consigliere di Forza Italia ringrazia e, dopo avere menzionato i rischi di insediamento nell’area di rom e punkabbestia, specifica: “L’Innse Presse è in mezzo ad un’area dove ci sono altri capannoni dismessi [sic! La Innse in realtà non è mai stata un “capannone dismesso”], la sopravvivenza dell’Innse Presse […] rischia di creare dei problemi per la successiva urbanizzazione di quella zona, per la creazione del parco, per l’insediamento dell’università e quant’altro”.


LA POSTA IN GIOCO

Dopo avere esposto i fatti salienti è il caso di riassumere le coordinate fondamentali della vicenda. Innanzitutto la Innse non è un’azienda fallimentare, bensì un’impresa in attivo, in possesso di preziosi macchinari e di un know-how molto specifico, la cui produzione ha concreti canali di sbocco in Italia e all’estero. Il problema della Innse è semplicemente ed esclusivamente quello di trovarsi al centro di un’area presa di mira dalle società immobiliari, con l’avallo del Comune di Milano, per fini puramente speculativi. Da questo punta di vista la Innse rientra nel contesto molto più ampio di una città, e del relativo patrimonio, oggetto anche fisicamente di una sistematica opera di rapina a vantaggio del capitale finanziario. La Aedes è un esempio da manuale di cosa sia stata la bolla immobiliare (che non riguarda solo gli Stati Uniti, come i politici italiani vogliono farci credere) e delle sue conseguenze. Dietro alla Aedes non ci sono solo la famiglia Castelli, o i suoi azionisti come la Amenduni e la Finivest, ma anche le banche che la hanno alimentata con centinaia di milioni di euro e che hanno un nome: Monte dei Paschi, Intesa Sanpaolo, Unicredit e molte altre. E dietro alla Aedes ci sono anche le istituzioni pubbliche che gestiscono il nostro territorio come uno strumento finanziario per rimpinguare i bilanci di società private. Per continuare sulla loro strada, crisi o non crisi, queste ultime non hanno altra possibilità che creare nuove bolle e ridurre i lavoratori e il territorio a varianti manipolabili a piacere. La Milano dell’Expo, di Citylife e delle decine di altri progetti, la Milano delle banche e delle cartolarizzazioni, è la stessa Milano che ristruttura le aziende, licenzia e ricorre al lavoro precario: è cioè la stessa Milano che ha preso di mira la Innse. Il problema di quest’ultima e dei suoi lavoratori è semplicemente quello di essersi ritrovati al centro di questo nodo indissolubile tra speculazione edilizia, finanza e sfruttamento del lavoro. Più nello specifico, impressiona il fatto che cronologicamente molti elementi parevano già messi in conto anni prima: dall’articolo del 2005 del Giorno che parla dell’Innse come un problema da eliminare, fino alle dichiarazioni del 2006 del consigliere provinciale Bruschi, che parla di una “liberazione” dell’area nel 2009 e agli accordi, mai resi pubblici ma più volte citati fin dal 2006, tra Genta e Aedes per “liberare” l’area entro fine gennaio 2009. In tutta la faccenda, e visto il contesto, il silenzio del Comune di Milano va considerato a pieno titolo come una dichiarazione di parte fatta a gran voce. Sul lato della Provincia di Milano gli utili sforzi messi in atto dall’assessore provinciale Bruno Casati negli ultimi mesi non possono però nascondere altri lati oscuri. Non si tratta solo dell’entrata in scena di Genta su segnalazione di Castelli alla Provincia stessa, ma anche della disponibilità a spostare la Innse per dare spazio al progetto di speculazione edilizia. Come hanno ricordato gli stessi lavoratori dell’Innse citati dal Manifesto, spostare la fabbrica significa farla fallire, perché richiederebbe anni sia per la costruzione della nuova struttura, sia per l’installazione e la messa a punto dei delicati macchinari di precisione, lasciando così inoperativo lo stabilimento per lunghissimo tempo, con la conseguente perdita di clienti. La soluzione dell’acquisto da parte della Ormis è sempre stata a portata di mano, ma non è l’unica possibile. Parlare oggi di intervento pubblico diretto nell’economia, quando non si tratta di salvare i banchieri, è una bestemmia, lo sappiamo, ma ci chiediamo perché, a solo titolo di esempio, la Provincia non può intervenire materialmente e con autorità a sostegno dell’Innse rilevandola e affidandone la gestione agli stessi lavoratori? Palazzo Isimbardi ha partecipazioni miliardarie in società del settore del cemento e dei trasporti, perché ha abbandonato la Innse a Genta quando sarebbe bastato un minimo sforzo per evitarlo, tanto più che gli operai hanno dimostrato di sapersi autogestire rimanendo in attivo? E infine, un’ultimo inquietante particolare. Ancora oggi non è stato chiaro chi ha deciso di inviare le forze dell’ordine in tenuta antisommossa a fianco di Genta il 10 febbraio, un’azione di cui nessuno si è preso la responsabilità, anche se la catena di comando rinvia al Ministero degli interni e a Roberto Maroni. Come è possibile che un tale dispiegamento di forze venga messo a disposizione di un imprenditore fallimentare per portare via la fabbrica a dei lavoratori? Alla luce della crisi in atto sorge la spontanea domanda di quale messaggio più ampio abbia voluto inviare il governo con questa azione.


L’INNSE NON È SOLA

Nonostante l’ampio blocco che cerca di soffocarlo, l’esempio della Innse è diventato inevitabilmente un prezioso patrimonio anche per i moltissimi altri lavoratori che, nell’attuale situazione di crisi economica, sono impegnati a lottare non solo per il proprio posto di lavoro, ma anche per la propria dignità. Ne è un esempio il caso della Terex-Comedil di Cusano Milanino, alle porte della capitale lombarda, i cui lavoratori sono stati più di una volta fisicamente a fianco dei colleghi della Innse. Il 15 dicembre i 45 operai della Terex-Comedil, che produce gru per l’edilizia (il loro blog: http://terexusaegetta.blogspot.com/), hanno ricevuto un avviso di licenziamento collettivo per “macrocrisi e affitto troppo alto”. Non si sono arresi e hanno denunciato la proprietà per comportamento antisindacale, vincendo la causa e ottenendo il prolungamento della cassa integrazione fino a fine aprile, ma la proprietà ha ribadito la propria intenzione di smantellare lo stabilimento. Dal 16 dicembre presidiano la loro fabbrica giorno e notte come gli operai della Innse. In questi giorni i lavoratori della Terex-Comedil, insieme a quelli della Innse, della Marcegaglia, della Metalli Preziosi, della Siemens Bicocca e della ex Ansaldo Camozzi hanno lanciato l’iniziativa, che partirà nella data simbolo del 25 aprile, di una Cassa di Resistenza a sostegno delle lotte che si stanno sviluppando nell’area produttiva milanese, con un programma molto chiaro: “Pensiamo che la ricorrenza della RESISTENZA deve essere un’occasione per riflettere sulla condizione degli operai di tutti i settori produttivi, dai metalmeccanici, chimici, call center, cooperative di appalti ai precari di varia natura ecc. per rilanciare ovunque quella capacita` conflittuale di riappropriazione di salario e diritti che, in questo periodo di tracollo totale del sistema capitalista, basato sullo sfruttamento di tutti e sul profitto di pochi, ci sta riducendo fino alle chiusure di interi stabilimenti e la caduta in totale miseria di interi gruppi di operai. I padroni vogliono far pagare a noi i danni fatti dall’instabilita` e contraddittorieta` del loro sistema e non possiamo piu` accettarlo. […] Soltanto incontrandosi e condividendo le esperienze di lotte nelle fabbriche si puo` creare la consapevolezza che la Lotta paga”. A Milano c’è stato poi recentemente un altro caso che per certi versi ricorda la Innse, quello dei 32 dipendenti (per la maggior parte donne) del negozio Sisley di via Vercelli (gruppo Benetton), licenziati in tronco nel febbraio scorso, senza nemmeno potere fare conto su ammortizzatori sociali. Il negozio era gestito in franchising dalla società Tov, che il 17 febbraio ha annunciato il licenziamento collettivo a partire dalla sera di sabato 28 febbraio. Ma la sera di quel sabato le lavoratrici e i lavoratori hanno deciso di non tornare a casa e di occupare il negozio insediandovi un presidio di protesta giorno e notte. Per alcuni giorni nelle vetrine del negozio nella centralissima via dello shopping milanese sono stati esposti cartelli con scritte come “Il posto di lavoro non si tocca, noi non siamo merce in saldo” e i media hanno riportato ampiamente la vicenda. In questo caso, per fortuna, la soluzione è stata rapida e la Benetton ha deciso nel giro di qualche giorno di riassumere le lavoratrici e i lavoratori prendendosi carico direttamente della gestione del negozio: il patrimonio più prezioso di Benetton sono i suoi marchi e l’azienda trevigiana non può certo permettersi di vederli citati dai media in una situazione così imbarazzante. Ma anche in questo caso il particolare più importante è che la lotta ha avuto effetto: se il negozio non fosse stato occupato le dipendenti e i dipendenti oggi sarebbero senza lavoro.

I lavoratori della Innse non sono quindi soli in una lotta che li vede confrontarsi con un fronte fatto di padroni, speculatori e politici che li fiancheggiano. Un fronte che dall’ambito locale arriva fino ai vertici nazionali, dove siedono il leghista Roberto Maroni, responsabile del ministero che ha inviato contro di loro polizia e carabinieri, e il premier Silvio Berlusconi, che ha un interesse economico nella vicenda. Nell’agenda di questo fronte, che riunisce il peggio che Milano ha dato di sé negli ultimi anni, c’era una rapida chiusura del caso Innse dopo i licenziamenti di Genta del 31 maggio scorso, una soluzione che probabilmente si dava per scontata già da anni. Grazie alla loro rapida decisione di occupare la fabbrica e autogestirla i lavoratori da dieci mesi sono riusciti a fermare l’ingranaggio e a raccogliere un’ampia solidarietà. Sono insomma l’esempio del fatto che la lotta paga, e in questo momento per i padroni e gli speculatori si tratta di un esempio molto pericoloso. Per questo l’articolo non si può che chiudere con le parole degli stessi operai: “Questa battaglia non riguarda solo noi, ma tutti quelli che credono che questa forma di resistenza operaia possa essere un possibile punto di partenza per lottare contro i licenziamenti, in una crisi che ne produce migliaia al giorno. Una battaglia che riguarda tutti quelli credono che la citta` di Milano non possa finire in mano a speculatori di ogni tipo, immobiliaristi sull’orlo del fallimento, speculatori finanziari bancarottieri di ogni ordine e grado che chiudono le fabbriche senza nessuna opposizione sociale”.

Il blog dei lavoratori Innse: http://www.myspace.com/presidioinnse

Per inviare sottoscrizioni: Bollettino postale c/c n. 22264204 intestato a: Ass.Cult.ROBOTNIKONLUS Bonifico Bancario: IBAN IT 51 O 0760101600000022264204. Dall’estero, se la banca dovesse richiederlo, questo e` il codice BIC o anche detto SWIFT: BPPI ITRRXXX. Mettere sempre e in ogni caso la causale: Lotta operai INNSE. Per una solidarieta` “ fisica “ il nostro presidio e` in via RUBATTINO 81. La nostra mail e` PRESIDIOINNSE@GMAIL.COM Per chi volesse firmare la nostra petizione andate sul sito www.petitiononline.com/INNSE/


(Fonti: oltre alle cronache milanesi e nazionali delle principali testate a partire dal 1 giugno scorso, e i blog dei lavoratori Innse e Terex-Comedil, le fonti di questo articolo sono: Comunicati e brochure della Aedes, http://www.aedes-immobiliare.com; Andrea Gallazzi, “Storia della Innocenti”, http://www.inno-mini-world.com/Innocenti/story/storiainnocenti/1.htm; Blog di Max Bruschi, consigliere della Provincia di Milano: http://blog.maxbruschi.it/; Verbale della riunione tenutasi presso il Ministero dello Sviluppo Economico il 2 settembre 2008: http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/vertenze/phpBf6zmq.pdf; Sito della Provincia di Milano: http://www.provincia.milano.it; Milano Finanza, 5 luglio 2008; Il Giorno, 27 febbraio 2005; Sole 24 Ore, 31 maggio 2008)

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