27
Set
09

L’Aquila: cemento e deportati dietro alle “new town”

Proponiamo ai lettori di Milano Internazionale due belli articoli di Vittorio Emiliani pubblicati da L’Unità su cosa c’è dietro il progetto delle “new town” per L’Aquila: enormi sprechi, deportazioni di fatto, cementificazione e speculazione immobiliare. Sugli stessi temi vi consigliamo vivamente di leggere l’ottimo e dettagliato dossier “L’Aquila. Non si uccide così anche una città” a cura del Comitatus Aquilanus (pubblicato online da Eddyburg), un bell’esempio di studio urbanistico e di denuncia delle politiche berlusconiane per la città colpita dal terremoto.

Cemento e «deportati»: il modello immobiliarista che condanna L’Aquila

da L’Unità del 24 settembre 2009

Autore: Emiliani, Vittorio

Lo ricordo bene: dopo i terremoti del Friuli, dell’Umbria e delle Marche – i meglio risolti fra i tanti – il dibattito sulla ricostruzione di centri storici e monumenti fu subito intenso, acceso, coinvolse, appassiono` intere comunita`, produsse soluzioni alla fine valide. In Friuli lo slogan della ricostruzione fu «prima le fabbriche, poi le case e le chiese». In Umbria venne corretto in «prima le chiese (“Sono le nostre fabbriche”, fece notare un vescovo saggio, attento al turismo religioso di massa), poi le case e le fabbriche». Lo fa notare il solo studio complessivo – anche socio-culturale, anche economico – sin qui prodotto sul terremoto abruzzese: «L’Aquila. Non si uccide cosi` anche una citta`?». Una brochure fitta di analisi, argomentazioni, piantine, tabelle di costi, che va sotto la sigla storica di Comitatus Aquilanus.

Vi hanno lavorato intensamente soprattutto l’urbanista Vezio De Lucia, con vaste esperienze di amministratore, l’ex direttore del Servizio Sismico nazionale, Roberto De Marco, l’architetto Georg Josef Frisch, coordinatore della ricerca che pubblichiamo in anteprima.

Prima notazione: nulla delle esperienze positive antecedenti gia` citate e` stato tenuto in conto. E` prevalsa su tutto la visione «edilizia», immobiliaristica del presidente Berlusconi, attuata «militarmente» dalla Protezione Civile. Difatti, qui in Abruzzo, all’Aquila, la parola «ricostruzione » non viene pronunciata, c’e` uno spettrale silenzio attorno ad essa. Anche da parte degli intellettuali (tutti ipnotizzati?), dei giornali, di quasi tutte le tv. Dove un’altra parola risulta bandita: «pianificazione ». Tutto sul territorio aquilano avviene nella piu` totale assenza di un disegno urbanistico complessivo, con mille episodi sconnessi e con un consumo di suoli agricoli alla fine disastroso. Il solo slogan e` quello efficientistico «dalle tende alle case», o meglio «alle casette» (magari donate dai trentini).

Ma ci sono poi case o casette per tutti? Neanche per idea. Ci sono prima che arrivi novembre e magari la prima neve? Soltanto in parte. Sere fa ha fatto sensazione a Ballaro` l’intervento del direttore generale del Comune de L’Aquila, Massimiliano Cordeschi, accusato dal ministro Tremonti di «esortare alla rivoluzione» soltanto per aver detto che, in conclusione, a sei mesi dal sisma, su 40.000 senzatetto, ce ne sono 26.000 fuori da ogni prospettiva di residenza che non siano gli alberghi della costa, case di parenti, o la diaspora.

Lo studio di De Lucia-De Marco-Frisch ci dice subito che la Protezione Civile ha censito gli edifici inagibili o danneggiati. Non gli alloggi. Dato fondamentale invece per stimare la gravita` del danno e quindi la «domanda di ricostruzione». Loro tre calcolano che a L’Aquila siano 15.746 gli alloggi resi inagibili, per una superficie lorda di 1 milione e mezzo di metri quadrati. Una parte rilevante dei quali nel bellissimo ed ora spettrale centro storico, nella «zona rossa »: il 63%. Sono residenze di aquilani e case per studenti fuori sede. Lo slogan della ricostruzione (se di ricostruzione qualcuno parlasse nel primo grande centro storico atterrato dopo Messina) dovrebbe infatti mettere al primo posto, fra le «fabbriche », l’Universita`, vero «motore» di tanta vita economica e sociale aquilana, col Conservatorio, con l’Accademia di Belle Arti e altri Istituti. Pertanto, se migliaia di studenti sceglieranno altre sedi, tutta L’Aquila ne ricevera` un colpo mortale. Ma se la ricostruzione non solo non parte (rimuovendo le macerie, puntellando, progettando, ecc.), ma neppure viene nominata, quali speranze si possono dare a questi giovani affluiti qui da altre regioni? Cosa puo` trattenerli dal fare altre scelte? In Umbria e Marche, dopo aver sistemato, con fatica certo, i terremotati in container attrezzati e in casette prefabbricate, vennero formati dalla Regione e dagli enti locali i consorzi obbligatori fra i proprietari privati onde far partire progetti integrati e pianificati di ricostruzione «in sicurezza ». Qui siamo sotto lo zero. E anche giornali, tv, opinionisti, gli stessi partiti di opposizione non ne parlano. Paiono come annichiliti e senza voce. Peggio, senza idee.

La sensazioneche gli autori di questa ricerca hanno avuto e` che il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sia stato lasciato piuttosto solo dallo stesso Pd anch’esso come catturato dalla logica tutta «edilizia» del duo Berlusconi-Bertolaso. Da qui l’ordinanza di giugno che lasciava liberta` di costruire casette provvisorie dove si poteva. Da qui il Progetto dei Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili (C.A.S.E.) che il premier un po’ chiama newn town e un po’ no, anzi si offende.?«In buona sostanza », si legge nel rapporto, sono «lottizzazioni residenziali su 20 aree individuate dalla Protezione Civile (…), 164 edifici per un totale di circa 4.000-4.500 appartamenti che saranno adatti ad ospitare circa 15.000 persone», cioe` un terzo soltanto dell’effettivo fabbisogno espresso dai cittadini del capoluogo. Adesso anche la Protezione Civile si e` accorta che sono poche e allora si affanna a mandare altrove il popolo degli attendati, prima che il gelo li attanagli. Di nuovo negli alberghi della riviera adriatica. A costi notevolmente elevati. Senza che i senzatetto abbiano potuto esprimere una preferenza, senza che si sia lasciato uno spiraglio alla autodeterminazione democratica, senza che si sia potuto opporre qualcosa alla scelta centrifuga delle 20 micro-newtown e di tante altre casette sparse, a spray, sui terreni agricoli, a macchia d’olio. Il tutto a costi molto alti. Come sempre allorche’ non si pianifica praticamente nulla. Ne parleremo nella successiva puntata. Fermiamoci ad un costo sociale: «Una volta sgomberate le macerie e rese accessibili le case non danneggiate gravemente, solo uno su tre dei vecchi abitanti potra` tornare a casa». Piu` il tempo passa senza che inizi la ricostruzione e peggio e`. Qui e nei centri storici minori. Sul piano oggettivo, psicologico, morale. «Non si uccide cosi` anche una citta`?».

(1-continua)

Dai centri storici alle “new towns” Cinque domande al premier

Nella conferenza-stampa di martedi` Silvio Berlusconi ha detto che rispondera` soltanto a domande serie, per esempio sulla consegna di case prevista il 29 in Abruzzo. L’inchiesta qui a fianco ne contiene tante di domande. Proviamo ad estrarne qualcuna:

1) Perche’ non si sono tenuti in alcun conto i risultati positivi della ricostruzione post-terremoto in Friuli e in Umbria-Marche?

2) Perche’ la Protezione Civile ha censito gli edifici e non invece gli alloggi colpiti per avere una stima piu` esatta dei bisogni?

3) Come mai le casette prefabbricate possono ospitare soltanto un terzo dei circa 40.000 senzatetto? E gli altri, dove finiranno?

4) E` vero che nelle sue amate «new town» gli alloggi stanno fra i 40 e i 70mq e che ci si orienta sempre piu` verso i 40 mq?

5) Perche’ nemmeno si parla, per ora, di piani e progetti di ricostruzione dei centri storici, dell’Aquila in primo luogo? Cosa si vuol fare?

Tante sono le domande che urgono. Magari domani ne faremo altre.

V.E.

Quelle nuove (e costose) periferie chiamate “New Town” Data di pubblicazione: 26.09.2009

da L’Unità del 26 settembre 2009

Autore: Emiliani, Vittorio

Uno studio degli urbanisti Vezio De Lucia e Georg Josef Frisch svela il doppio danno delle nuove costruzioni: l’abbandono del centro storico (dove vivrebbe il 6% degli aquilani) e il prezzo eccessivo degli immobili.

Tutti ricordano il terremoto,fra ottobre e novembre 2002, di San Giuliano di Puglia (Campobasso), che semino` la morte nella scuola del paese: 27 bambini e un’insegnante schiacciati. Il resto dell’abitato non aveva subito danni gravi.Ma Silvio Berlusconi subito parlo` di una«San Giuliano di Puglia 2», avendo fissa in testa la «sua» Milano 2. Poi la cosa non ando` avanti. Stavolta,col solito tecnico privato di fiducia,l’ingegner Michele Calvi (sempre Milano 2), ci ha riprovato straparlando di new town aquilane, in realta` una congerie scollegata di banali lottizzazioni. V’e` di piu`. «Si sono rifatti i conti e le new town sono diventate inaspettatamente (per la Protezione Civile) insufficienti. E la gente riparte per il mare». Uno show illusorio dunque.

Lo scrivono gli urbanisti Vezio De Lucia e Georg Josef Frisch, e il sismologo Roberto De Marco nel rapporto ancora inedito di cui diamo conto in anteprima «L’Aquila. Non si uccide cosi` anche una citta`?». Essi affrontano, oltre all’insufficienza quantitativa delle abitazioni previste per i terremotati aquilani (senza servizi, oltretutto), il nodo dei costi della soluzione prescelta.Per ricostruire la casa com’era e dov’era (ma sicura) ai circa 7.000cittadini della zona rossa del centro storico, occorrerebbero 380 milioni di euro. Inoltre, quei cittadini dovrebbero essere sistemati provvisoriamente per il tempo necessario con Moduli Abitativi Permanenti(MAP). A quali costi? «La Protezione Civile», rispondono i tre esperti,«sta spendendo, chiavi in mano,1.000 euro per mq, mediamente50.000 euro ad alloggio MAP». Per i2.820 alloggi necessari, farebbero140 milioni di euro. Sommati ai 380 milioni precedenti, si salirebbe a circa5 20 milioni.

Il Progetto C.A.S.E. in corso di realizzazione, cioe` le 20 micro-newtown, o lottizzazioni, prevede invece un costo di 2.800 euro al metro quadrato per un importo complessivo di 710 milioni di euro. Badate, si tratta di mini-alloggi: da 40 a 70 mq contro i 90 mq della media Istat. Fra l’altro li stanno rimpicciolendo per stiparne di piu` nei 20 lotti essendosi accorti che sono di molto inferiori ai bisogni. Quindi, per i 7.000 aquilani della zona rossa «avere una casa nelle new town costera` 440 milioni dieuro». Non e` finita. C’e` da calcolare il costo del temporaneo, non breve soggiorno negli alberghi della costa. Circa 8,4 milioni al mese. In sei mesi (e non so se bastino), un costo aggiuntivo di 50 milioni, da sommare ai 440 milioni di poco sopra. In totale, circa 490 milioni di euro.

Non e` tutto, perche’ nella versione finale del decreto sul terremoto (28aprile 2009) il governo ha dovuto riconoscere ai residenti del centro storico con abitazione in E (cioe` gravemente danneggiata) la totale copertura delle spese di ricostruzione e aip roprietari di seconde case in E «un ristoro di 80.000 euro». A questo punto dobbiamo sommare i 380 milionidi euro calcolati per ricostruzione e recupero della zona rossa delcentro storico ai 490 milioni per le cosiddette new town e fanno 870 milioni di euro.

Una obiezione e` scontata: «Le new town sono un patrimonio edilizio a futura diversa destinazione». Gia`, pero` si tratta di alloggi definiti dalla Protezione Civile soltanto «durevoli», decisamente piccoli, piu` piccoli di un terzo delle abitazioni andate distrutte. E per ora non ci sono fondi per i servizi. Insomma,concludono gli autori dello studio, «non si puo` pero` essere sicuri che costruire case al costo di un appartamento di lusso sia stato un buon investimento». La ricostruzione aquilana, con tutte le declamate pretese di efficienza,costera` di piu` di una «ricostruzione tradizionalmente intesa».

E qui torna il discorso fatto nella prima puntata: la fretta presuntuosa con cui si e` voluto agire senza tenere in alcun conto le esperienze friulane e umbro-marchigiane sara` nemica di una «buona ricostruzione». Della cui elaborazione progettuale, del resto, nemmeno si discute. Nasce allora un sospetto di fondo: questa urbanistica «di emergenza» non diventera`«permanente»? Della bella Aquila oggi in macerie che ne sara`? Prima del sisma nelle case e nei nuclei sparsi risiedeva il 34 per cento della popolazione del Comune; con le new town vi risiedera` il 56 per cento. Nel centro storico abitava il 15 per cento che si ridurra` ad un misero 6per cento. Come diminuira` (dal 51 al 38 percento), a vantaggio dei nuclei e case sparse, la quota di quanti avevano casa nelle zone urbane. Prima del terremoto, «ben due terzi della popolazione del Comune abitava nel capoluogo (centro storico e zone adiacenti), mentre solo un terzo era residente nelle frazioni e nei nuclei periferici». Con la centrifugazione prodotta dal Progetto new towns, o C.A.S.E., il capoluogo perde «un terzo degli abitanti, mentre il centro storico subisce un vero e proprio tracollo». L’Aquila sara` cosi` trasformata in «una citta` piu` piccola contornata da venti periferie?».

Se ricordate, nella prima versione del decreto legge, si insisteva sul ruolo di Fintecna incaricata di subentrare agli aquilani con casa danneggiata che non ce la facevano a ricostruire. A tutt’oggi non c’e` nessuna ombra – a differenza del modello umbro-marchigiano – di comparti omogenei perimetrati, di programmi integrati,ne’ di consorzi obbligatori fra i proprietari per il recupero degli edifici distrutti o lesionati. Campo libero dunque, per selezione «naturale»,ai singoli, ovviamente ricchi o agiati, che vorranno qua e la` recuperare mettendo in sicurezza. «Per dar vita ad una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilita` di ammirare come era una citta` preziosa prima del terremoto». Una vuota scena. Una bella occasione speculativa.

In tanta inerzia, difficilmente l’Ateneo aquilano riavra` i suoi 27.000 iscritti, con parecchi fuorisede. Faticheranno Conservatorio, Accademia e altri istituti. Languiranno gli 800 esercizi commerciali dei quartieri storici. Il Tribunale e` sbriciolato, l’Ospedale lesionato. Le imprese si saranno riposizionate sul territorio. Si paghera` un altissimo prezzo: la disgregazione di una comunita`.  Possibile che di cio` che tocca il cuore, gli elementi vitali del primo grande centro storico terremotato dopo Messina (1908) la classe dirigente,intellettuale italiana non senta il bisogno di discutere in senso positivo, progettuale? Non senta l’urgenza di sostenere quanti nelle istituzioni (il sindaco Massimo Cialente, la combattiva presidente della Provincia Stefania Pezzopane) non si rassegnano? Possibile che questo nostro Paese sia, in tutto, cosi` sfibrato, disanimato, incapace di reagire, persino al «tutto va ben» strombazzato da Berlusconi e dai suoi contro ogni cifra, contro ogni realta`? Ma dove sono urbanisti, pianificatori, sindacati,partiti dalla parte dei cittadini?

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