30
Set
09

Non mi sento italiano…

Il caso orwelliano del Liceo Manzoni di Milano, dove un professore che volontariamente organizza un interessante cineforum per gli studenti è entrato nel mirino di una parlamentare Pdl perché ha intitolato la rassegna con il nome di un monologo di Giorgio Gaber: “Non mi sento italiano”. Il tutto in seguito a un articolo di Repubblica la cui strana tempistica lascia allibiti.

È passata solo una manciata di giorni dall’inizio delle lezioni, e anche la scuola precipita nell’atmosfera orwelliana della volgare propaganda ideologica che sta sempre più colpendo Milano e l’Italia. Lo scandalo scoppiato nei giorni scorsi a Liceo Classico Manzoni di Milano ha a tale proposito letteralmente dell’incredibile: ne riassumiamo gli elementi principali qui di seguito, accompagnandoli con alcuni commenti. Da alcuni anni un professore del liceo organizza di propria iniziativa, presso la scuola stessa, dei cicli pomeridiani di film a tema, facendoli seguire da un commento e da un dibattito. Un’iniziativa solo e unicamente encomiabile, perché è uno stimolo alla riflessione dei ragazzi e li avvicina a un’arte cinematografica altrimenti totalmente assente dall’insegnamento, mettendola tra l’altro in collegamento con altre materie. E la validità dell’iniziativa dell’insegnante è confermata dall’assidua presenza degli studenti alle proiezioni pomeridiane, nonostante la loro frequenza sia del tutto libera e facoltativa. Quest’anno per il ciclo a tema il professore ha scelto il titolo “Non mi sento italiano (ma per fortuna o purtroppo lo sono)”, il nome di un monologo del milanese Giorgio Gaber, individuato come ideale per una rassegna mirata a “favorire la riflessione su alcuni atteggiamenti tanto diffusi e radicati nella nostra penisola da diventare parte integrante dell’ identità nazionale”. Nell’ambito del cineforum verranno proiettati classici del cinema italiano come “Il sorpasso” di Dino Risi, “La grande guerra” di Mario Monicelli e “Gomorra” di Matteo Garrone. Ma il 19 settembre la pagina milanese di Repubblica è uscita con un inatteso articolo, scritto da Franco Vanni, in cui si dice che il titolo “Non mi sento italiano” [l’autore però omette di citare il sottotitolo “(ma per fortuna o purtroppo lo sono)”] è “una provocazione che ha diviso gli studenti” e si riferisce che ora se ne occuperà il ministro Gelmini, “a cui la deputata del Pdl Paola Frassinetti annuncia che presenterà un’interrogazione”. L’interessamento della parlamentare del Pdl, scrive Vanni, “arriva dopo le proteste di alcuni ragazzi [in realtà Vanni ne cita solo uno – N.d.R.] che considerano «offensivo per l’ Italia» il nome della rassegna”. Ecco la allucinante dichiarazione rilasciata a Repubblica da Frassinetti: “È una provocazione diseducativa, il fatto è grave e presenterò un’ interrogazione al ministro. Se si vuole diffondere il senso civico, la cosa peggiore che si possa fare è svilire il valore dell’amore per la patria”. Cosa c’entra l'”amor di patria”? E di quale senso civico si farnetica? E’ un preludio alla messa all’indice di Risi, Monicelli, Garrone perché poco “patriotici”? Agli studenti verrà vietato di ascoltare Gaber? Ma non è tutto. L’autore dell’articolo insiste nel dare l’immagine di una “scuola divisa” e scrive che, “dopo avere letto il titolo shock sul sito Internet della scuola, Marco, iscritto al secondo anno «decisamente di sinistra», sbotta: «Sono appena morti i nostri soldati in Afghanistan e lo hanno fatto per l’ Italia. La citazione di Gaber non la capisce nessuno, fossi il preside io quel titolo lo avrei cambiato al volo»”. Nell’articolo si cita poi il parere di segno contrario di una studentessa dello stesso liceo. Il nome Marco probabilmente è di fantasia perché, e questo è il primo particolare sconcertante della faccenda, al Manzoni prima dell’articolo di Franco Vanni nessuno aveva avuto da ridire pubblicamente sul titolo della rassegna cinematografica. Non è affatto vero che la scuola era divisa, semplicemente perché la polemica è iniziata solo ed esclusivamente dopo la pubblicazione dell’articolo di Vanni. E che la scuola ancora oggi non sia affatto divisa lo conferma il fatto che, a seguito del polverone artificiosamente sollevato dall’articolo della Repubblica, alcuni studenti hanno organizzato una raccolta di firme a favore della regolare tenuta del cineforum con il titolo originale “Non mi sento italiano”, ottenendo il sostegno attivo della schiacciante maggioranza di circa 600 studenti sugli 850 che frequentano la scuola (i rimanenti, va sottolineato, non si sono pronunciati contro, ma si sono solo astenuti dal firmare, o magari non sono nemmeno stati raggiunti dalla richiesta di firma): il quotidiano milanese nei giorni successivi non ha riportato questa notizia. Si pongono poi alcune fondamentali domande. Come mai, pur non essendo in atto nella scuola alcuna polemica, il deputato Pdl Frassinetti era a conoscenza del titolo della rassegna e già pronta a dichiarare alla Repubblica l’intenzione di fare un’interrogazione al ministro Gelmini? Queste circostanze fanno sorgere il dubbio che le cose siano andate ben diversamente, per esempio che il fantomatico “Marco” abbia semplicemente riferito del titolo della rassegna a un parente o conoscente adulto attivo nel mondo del giornalismo o della politica, il quale ha deciso di utilizzare l’informazione per un’indegna montatura politica. Tra l’altro le parole e i concetti di “Marco” citati da Repubblica appaiono ben poco consoni a un ragazzino di 15 anni, indipendentemente dalle sue idee politiche, e suonano più come quelle di un adulto uso agli effetti giornalistici o alle manovre politiche (il nesso con i soldati italiani uccisi in Afghanistan, l’invito indiretto al preside a cambiare il titolo della rassegna). L’impressione è quindi quella che si tratti di una polemica montata ad arte esclusivamente per bassi fini politici. C’è da chiedersi poi perché lo studente, se esiste veramente, non si sia fatto avanti pubblicamente, visto che il Liceo Manzoni è noto in città per la sua atmosfera di civile dibattito e visto anche che le sue idee trovano, come è stato dimostrato poi dalla posizione del deputato Pdl, ampio sostegno ai massimi vertici del potere. In realtà uno dei particolari più diseducativi della vicenda è proprio che incoraggia chi invece di scegliere il dibattito pubblico opta per la boutade di fronte ai giornalisti, o ancora peggio per la denuncia anonima (ancora oggi gli studenti del Manzoni non hanno la minima idea di chi possa essere questo presunto loro collega Marco). Probabilmente da oggi al Manzoni ci saranno alcuni studenti che “non si sentono italiani”, non nel senso ironicamente provocatorio ma positivo del titolo del cineforum, ma in quello deprimente e oppressivo di chi italiano è a tutti gli effetti, ma è preso di mira nel proprio civile convivere da connazionali potenti e dalla voce pesante. Ma non si tratta solo di un grave caso di maleducazione da parte degli adulti nei confronti dei giovani, bensì anche di un preoccupante caso di sfruttamento degli studenti per una campagna ideologica di bassa lega e a chiarissimi fini politici, di un tentativo di dividerli tra di loro e di creare divisioni tra gli studenti stessi, i loro professori e il dirigente scolastico. Ed è anche una chiara intimidazione: ogni volta che farete un’iniziativa autonoma, state attenti che potrete essere sempre colpiti, anche senza alcuna motivazione fondata. L’articolo di Repubblica lascia poi allibiti: sembra scritto da un reporter che si è recato al Manzoni in seguito a una polemica scoppiata nella scuola, ma non è così, non c’era nessuna polemica in atto e quindi non si capisce cosa abbia spinto Vanni a scrivere l’articolo, né tantomeno si capisce come mai il deputato Pdl avesse già la dichiarazione pronta. Ma aspettarsi una spiegazione evidentemente è troppo: il caso è stato creato, che se la sbrighino insegnanti, studenti e preside.




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