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Milano…. Quel rapporto di amore-odio

Intervista ad Eugenio Finardi  (26 Ottobre 2009 – Salumeria della Musica – Milano)

A cura di Stefania Moretti e Barbara Valentino

Una sera qualunque in questo bizzarro autunno milanese. Due inviate speciali di Milano Internazionale (ormai note, visti i particolari “arrembaggi”, come ‘le piratesse’) di soppiatto s’intrufolano alla Salumeria della Musica. Dentro, dopo averlo inseguito dai tempi della scuola, scovano Eugenio Finardi prima del suo ultimo concerto milanese. Inizia un’intensa conversazione a tre su Milano…

Quale influenza ha avuto Milano nella tua carriera artistica?

Milano, per me, è il centro del mio universo nel senso che, essendo metà americano e metà italiano, non sono stato mai completamente sicuro se fossi italiano o americano e forse non sono completamente nessuna delle due cose.  Sicuramente sono milanese, sono nato in via San Vittore (che non è dove c’è il carcere !) e ho vissuto tutta la mia vita a Milano nord, a parte una decina d’anni in cui mi sono spostato nella zona di Lambrate ed è stato un trauma. Non sto scherzando!! Ho abitato anche a Carimate, fuori Milano, ma sicuramente è stata una fuga… Sono sicuramente un milanese, poi il rapporto con Milano è come tutti gli amori. Alla mia età diventa un rapporto complesso: se a 25 anni ho scritto “si può vivere anche a Milano” in maniera tutta in positiva,  oggi  le mie idee non sono più così univoche su questa città, sono abbastanza ambivalenti.

Nel 2005 descrivevi Milano come culturalmente spenta. Pensi sia ancora così?

Si, fondamentalmente si! Rispetto ad una città per esempio come Torino. In generale, la regione Lombardia è in un momento particolare: vive una sorta di anestesia culturale. Lo si vede nel livello, anche parlando con i colleghi:  la quantità di concerti che facciamo in alcune regioni  è diminuita drasticamente. Al di là di ogni aspetto ideologico relativo ai contenuti delle canzoni, sembra quasi che l’andare a teatro o cose simili, sia passato di moda rispetto ad altre attività. In generale, non credo che questo sia un buon momento per la cultura lombarda.

Quindi ti sembra che Milano sia ancora priva di veri luoghi per suonare …

Si. Ci manca un Auditorium della musica. Esiste l’Auditorium Verdi in Corso San Gottardo, molto bello, ma non ospita il nostro genere di musica. Manca, uno spazio adatto. In una città come Torino invece, oltre alla Suoneria della Musica a Settimo e un altro centro a Nichelino, ci sono svariati posti per la musica. A Milano, a parte alcuni locali, come diceva una mia amica “se una persona vuole sentire della musica acustica, senza un sotto fondo di 40 Decibel di rumore di bicchieri, non ci sono posti dove andare…”.

Se dovessi immortalare due momenti dell’esperienza di Radio Milano Centrale quali sceglieresti?

Un momento storico è stato quando mi sono addormentato durante un lungo pezzo,  tutta la facciata di un 33 giri… non ricordo più il nome della band. Mi sono addormentato, facevo la notte erano le due e mezza e ad un certo punto la radio trasmetteva “to toc to toc”, era la puntina della fine del disco. Mi ha telefonato un ascoltatore- il bello della diretta! – mi ha svegliato dicendomi “il pezzo sta diventando un po’ noioso”. Obiettivamente… Poi ricordo l’apprezzamento di Umberto Eco su come gestivo questa trasmissione che sembrava molto anarchica, ma in realtà faceva dei percorsi abbastanza eterodossi, passando dal coro di Orgosolo alla musica contemporanea, alla dance, al rock, potevi  avere il coro di Orgosolo e gli AC/DC , uno dopo l’altro. Eppure c’era tutta una logica… Quello che mi piaceva era l’esperienza di fare radio come arte, non si usa più, adesso è intermediata con il tecnico di là.  Invece quando si aveva il microfono davanti, il mixer, due piatti , il mangiacassette, il telefono, e si faceva tutto da soli, si riusciva a creare un ritmo, un’arte.

E del Festival del Parco Lambro del 1976?

In realtà i Lambro erano tre, anno 1974, 1975 e 1976. Tutti però si ricordano solo di quello del ‘76 perché fu quello documentato dalla televisione. Fu la fine di una lunga esperienza dei pop festival…Zerbo ecc.. E’ stato un po’ l’inizio della fine del movimento. Il ‘76 fu l’anno in cui finì il periodo utopico avviato negli anni ‘60 con il famoso discorso di Martin Luther King (“I have a dream..”) e le battaglie del movimento dei diritti civili. E quella spinta utopica che portò al 1968 e ad un certo modo di vivere, iniziò a finire proprio nel ‘76 al Parco Lambro. Io lo imputo prima di tutto all’avvento della televisione. Infatti proprio allora cominciarono a comparire  le prime telecamere, la prima curiosità. Se prima si tendeva a mediare, una volta arrivati i media, (strano che la parola sia la stessa), invece di mediare ci si estremizzava. Ad esempio i polli surgelati al Parco Lambro non sarebbero volati, perché non c’era la telecamera per riprenderli e quindi si sarebbero sentiti cretini loro stessi. Invece la telecamera porta a questa enfasi di tutto… Questi anni di piombo furono caratterizzati da una lunga agonia. La fine reale del movimento (e il conseguente avvio degli anni ‘80) fu sancita dalla morte di Demetrio Stratos, con il concerto all’Arena Civica di Milano. Questo è quanto pensiamo io, Mario Pagani e tante altre persone che hanno vissuto quel periodo.

Ci parli del tuo lavoro più recente?  Sei passato dalla musica ribelle alla musica sacra, a Vladimir Vysotsky

E’un percorso lungo, dalla musica ribelle ad oggi sono passati 36 anni. Tra l’altro anche che cosa sia essere ribelli oggi, ha cambiato senso. Intendo che allora poteva essere appunto scioccante, una batteria suonata, ai tempi da Calloni, il volume stesso in rapporto alla voce era già ribelle…la sonorità era ribelle. Anni dopo, adesso, tutta altra gente urla, strepita… La ribellione sta nel fare le cose con rigore, sperimentare ed uscire dalla società odierna, scegliere di seguire vie strane …  Vladimir fu un grande ribelle contro il totalitarismo sovietico, e poi lo fu anche sul piano artistico attraverso l’arrangiamento alla musica classica contemporanea. Una versione è stata fatta al Paolo Pini (ex manicomio), pioveva e quindi l’abbiamo fatto in una stanza abbandonata con delle pozze per terra, veramente una location straordinaria. E’ stato un concerto di grandissimo impatto e forza. La ribellione adesso è non fare-evitare certe trasmissioni televisive di un certo taglio, che si fondano su un certo modo di sedurre il pubblico, è invece scegliere di fare percorsi di un certo tipo, come un disco di musica contemporanea, un disco di blues.  Bisogna rendersi conto che anche se Gaber diceva “la mia generazione ha perso”, (ahimè anche la mia!), in un certo senso ha anche vinto. Tutto ciò che allora dovevamo fare, ad esempio i jeans a zampa di elefante dovevamo farceli da noi, inserendo un triangolo, scucendolo, non c’era nessuno che ce li vendeva, adesso tutto questo non esiste più. Tutto te lo danno già fatto, è già tutto commercializzato, non fai in tempo ad avere l’idea che già te la vendono i cinesi. La ribellione in realtà è nell’uscire da questi meccanismi del mercato, dell’industria, del consumo anche di sé. Poi c’è una piccola ribellione personale contro la “Musica ribelle”, proprio mia, contro quella canzone, quella vecchia amante maledetta che mi ha condizionato la vita, che canto da tantissimo tempo, con la quale ho un rapporto di odio e amore quasi freudiano. Le devo tutto, lei deve tutto a me!  Sono condannato a cantarla sempre, vorrei liberarmene, ogni articolo che parla di me mi descrive come il ribelle diventato sacro…mah… Essere ribelle per me al momento significa ‘ribellarmi’ alla “Musica ribelle”, nel senso di essere riuscito, come sono miracolosamente riuscito a fare, ad uscire dallo stereotipo che mi avevano affibbiato, negli anni ‘70 con quella canzone. La vera scelta ribelle è stata riuscire a dimostrare che sono anche un bluesman, a fare teatro con lo spettacolo ‘Suono’, a fare musica contemporanea. A gennaio sarò alla Scala, come voce narrante. Insomma essermi ribellato anche a me stesso, e’ stata forse la ribellione più importante.

I tuoi prossimi concerti?

Sto portando in giro “Suono”, il mio lavoro teatrale. Abbiamo aperto pochi giorni fa a Pordenone la stagione di prosa con 2 giorni di spettacolo, con grande successo. È stata una grande gioia. C’è anche questo diventare attore… E sempre con questa domanda… “Il prossimo lavoro? cosa farai?? E poi???” – sempre il problema del dopo. “Sarà un disco registrato a testa in giù mentre faccio budge-jumping , qualcosa del genere…”

Una piccola curiosità…ma leggi le mail sempre alle due di notte visto che ci hai risposto sempre a quell’ora?

Eh si, vi ho risposto quando sono tornato dal lavoro. Io finisco a quell’ora lì, sono come i tranvieri…

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