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Dic
09

Guida alla letteratura di Milano

a cura di Alberto Busi e Andrea Ferrario

Una guida agli autori e alle opere letterarie che hanno al loro centro Milano o che hanno lasciato un segno indelebile nella vita letteraria della città. La rassegna vi offre una passeggiata cronologica che da Carlo Maria Maggi va fino a oggi, consentendovi di gettare un colpo d’occhio rapido, ma non superficiale, su quanto di più importante Milano ha prodotto nella prosa e nella poesia attraverso i propri autori o lo sguardo partecipe di scrittori di altre città – PRIMA PARTE: dal XVII secolo agli anni ’70 del XX secolo.

NOTE: La guida è ordinata cronologicamente secondo la data di nascita dei singoli autori. Gli anni di pubblicazione citati per le singole opere si riferiscono alla prima uscita in volume, a meno che non venga specificato diversamente. Come tutte le guide di questo tipo, la scelta degli scrittori da citare è frutto in buona parte delle valutazioni personali dei curatori. Poiché tuttavia la nostra guida verrà aggiornata e integrata nel corso del tempo ci farà piacere ricevere le vostre osservazioni e i vostri suggerimenti a milanointernazionale.it@gmail.com.

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Carlo Maria Maggi (1630-1699), cominciamo da lui perché viene considerato da molte autorevoli voci il padre della letteratura milanese. Un titolo che si è meritato grazie ai suoi versi e alle sue opere teatrali in dialetto meneghino. Qualcuno potrebbe pensare che uno scrittore del diciassettesimo secolo possa interessare oggi al massimo qualche topo di biblioteca o qualche specialista dell’epoca. Non è così, e ve ne potrete rendere conto leggendo le sue Rime milanesi, ripubblicate di recente in edizione economica con traduzione a fronte, versi di grande bellezza in cui, come ha scritto Dante Isella: “Maggi elaborò un suo proprio mito dello stato di natura perduto, decifrando nella rozzezza delle classi più umili l’immagine corrotta ma pur sempre riconoscibile di un’umanità pura di cuore e naturalmente saggia”.

Domenico Balestrieri (1714-1780), rappresenta nella poesia dialettale milanese il trait d’union tra Maggi e Porta. La vivacità intellettuale di cui era dotato gli ha aperto le porte dei salotti milanesi dell’epoca, dove leggeva con successo i suoi componimenti in versi pervasi di arguzia e umorismo. Autore di numerosi poemetti e sonetti, tra le sue opere più apprezzate vi sono le Novellette, quasi delle storielle moderne, e la traduzione in milanese della Gerusaleme Liberata di Torquato Tasso (La Gerusalemme Liberata travestita in lingua milanese, 1772).

Giuseppe Parini (1729-1799), poeta immerso nella fortunata epoca in cui nella capitale lombarda è penetrato l’illuminismo. La sua opera maggiore è il poema Il giorno, in cui Parini segue ora per ora, dal mattino alla notte, con ironia o addirittura con sarcasmo, la giornata di un giovane aristocratico milanese.

Carlo Porta (1775-1821) è il maggiore poeta dialettale milanese. A quasi duecento anni dalla morte le sue Poesie rimangono oggi come in passato una lettura ricchissima, piena di stimoli nel linguaggio e nei contenuti. Sempre critico nei confronti delle classi dominanti e partecipe descrittore del popolo milanese, ha difeso l’uso del dialetto e le bellezze della città (d’allora), rispettivamente in I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell (1812) e El sarà vera fors quell ch’el dis lu (1817). Il suo frequente uso di un vocabolario sboccato (se misurato con gli standard borghesi) non scade mai nel compiaciuto o nella ricerca di un facile effetto. Lo dimostra il suo capolavoro, La Ninetta del Verzee (1815), lungo monologo di una prostituta dello scomparso quartiere milanese del Verziere, che costituisce ancora oggi una lettura mozzafiato.

Stendhal (1783-1842), pseudonimo di Henri Beyle, ovvero “Arrigo Beyle, milanese”, come è scritto per sua volontà in italiano sulla lapide della sua tomba nel cimitero parigino di Montmartre. E’ l’unico scrittore straniero della nostra guida ed è stato il più fervido amante di Milano che la storia della letteratura ricordi. Alla città ha dedicato pagine molto belle nella prima parte del romanzo La certosa di Parma (1839), altri suoi scritti su Milano si trovano nel Journal e in Roma, Napoli e Firenze (1817). La Milano dei suoi tempi, che tanto amava, è purtroppo del tutto scomparsa, schiacciata da una valanga di cemento.

Tommaso Grossi (1790-1853), autore del poema I lombardi alla prima crociata e del romanzo storico Marco Visconti, rientra nella nostra guida soprattutto per i suoi versi in dialetto milanese e in particolare per la cosiddetta Prineide (1815), un virulento atto d’accusa contro i dominatori austriaci che fu da alcuni erroneamente attribuito a Carlo Porta.

Alessandro Manzoni (1785-1873), ovvero il “gran lombardo” che non ha bisogno di presentazioni. Ha segnato l’intera letteratura milanese, da Rovani fino a Gadda passando per Dossi, anche se non è mancato chi invece ne è stato un detrattore, come per esempio Cletto Arrighi e Paolo Valera. Comunque un gigante con cui tutti si sono dovuti confrontare. Decenni di letture scolastiche obbligate lo hanno reso inviso a molti, ma i suoi Promessi sposi rimangono un’opera fondamentale per Milano, senza dimenticare poi la parallela Storia della colonna infame.

Carlo Cattaneo (1801-1869), esponente democratico, laico e federalista del Risorgimento italiano e lombardo. Uomo di teoria e di azione, è stato protagonista delle Cinque giornate di Milano e contrario ai Savoia, pagando le sue posizioni con un lungo esilio in Svizzera, durato fino alla morte. Le sue Notizie naturali e civili su la Lombardia e il suo Dell’insurrezione di Milano nel 1848 vanno al di là della semplice forma saggio e sono capitoli fondamentali della letteratura milanese. Recentemente i suoi testi su temi lombardi sono stati raccolti nel volume Scritti su Milano e la Lombardia.

Giuseppe Rovani (1818-1874) viene considerato il padre della scapigliatura lombarda. Era celebre per la sua affabulazione alcolica e per la sua vita da bohemien programmatico. Ma era anche un manzoniano convinto, pur se in rapporto dialettico con l’opera del gran lombardo. Il suo lavoro principale è il monumentale romanzo Cento anni (1859-1964), nel quale sul palcoscenico di Milano vengono messe in scena per un intero secolo le vicende di personaggi della storia reale e di altri di pura fantasia. Ma la sua opera più tipica la ha scritta un suo discepolo, Carlo Dossi, che nelle Note Azzurre ha raccolto sotto la voce Rovaniana centinaia di sue battute di osteria e di aneddoti sulla sua vita.

Cletto Arrighi (1828-1906), pseudonimo di Carlo Righetti, è l’inventore del termine scapigliatura. Dalla vita disordinata, morto in miseria, è ricordato soprattutto per il romanzo La scapigliatura e il 6 febbraio (1862 in volume), dalla cui edizione definitiva sono stati eliminati molti dei precisi riferimenti alla toponomastica milanese, ma che milanese rimane a tutti gli effetti. Ambientato durante l’abortita rivolta milanese del 1853, è impregnato di utopie ribellistiche e di toni di romanzo noir. Ma la milanesità di Arrighi non si ferma qui: la sua attività convulsa ha partorito anche altri romanzi di ambiente meneghino (soprattutto La canaglia felice, storia di una prostituta e zeppo di voci dialettali, ma anche Nanà a Milano e Gli ultimi coriandoli) e ben 39 commedie in dialetto, la più nota delle quali è El barchett de Boffalora. Antimanzoniano convinto, nel 1895 ha tentato una parodia dei Promessi sposi intitolata Gli sposi non promessi, rimasta allo stato di abbozzo. E’ stato inoltre organizzatore dell’opera collettiva Il ventre di Milano (si veda la relativa voce nella nostra Guida) e autore di uno dei migliori dizionari milanese-italiano.

Camillo Boito (1836-1914) è stato innanzitutto architetto e studioso di storia dell’arte, due campi in cui ha dato preziosi contributi in territorio milanese. L’attività di scrittore era per lui secondaria, ma i suoi racconti, pur se non numerosi, sono tutti di alto livello. Delle due raccolte da lui pubblicate, Storielle vane (1876) e Senso (nuove storielle vane)(1883), la più fortunata è la seconda, tre eleganti racconti in cui psicologia e ironia romantica si fondono avvicinado Camillo Boito, come ha scritto Enzo Siciliano, ai grandi scrittori viennesi. Il racconto Senso, in particolare, è stato trasposto in film dal regista milanese Luchino Visconti.

Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869), alto, allampanato, uso a portare un’alta tuba, morto giovane di tisi, è stato l’icona più funebre della Scapigliatura milanese (ma era di origini piemontesi). Sepolcri, ossa di morto, cimiteri e spiriti popolano la sua opera, che ha toccato i suoi vertici nella poesia Memento (quasi un manifesto del macabro), nei Racconti fantastici e, soprattutto, nel romanzo Fosca (1869), storia di un giovane e bell’ufficiale che rimane irretito nell’amore soffocante di una nevrotica e bruttissima fanciulla. La sua opera più milanese, e raramente ricordata sebbene molto interessante, è tuttavia Paolina (1865), feuilleton in cui la storia di un manzoniano “matrimonio che non s’ha da fare” assume tinte noir in un’atmosfera corrotta che giunge sino allo stupro. Dedicato provocatoriamente alla memoria di una prostituta, ha al suo centro il caseggiato del Coperto dei Figini in via di demolizione di fronte al Duomo, introducendo così per la prima volta nella letteratura meneghina, seppure indirettamente, il tema fondamentale della speculazione edilizia.

Emilio Praga (1839-1875), uno dei poeti più innovatori della Scapigliatura milanese. Ha portato Baudelaire dalle rive della Senna su quelle dei Navigli con le sue raccolte poetiche Tavolozza (1862) e Penombre (1864). Ha scritto anche un romanzo, Memorie del presbiterio (1881 – portato a termine e ristrutturato da Roberto Sacchetti dopo la sua morte), in cui perfino in un ambiente montanaro lombardo ancora in larga parte vergine l’idillio si rivela impossibile. Dalla vita sregolata, è morto in un’osteria milanese distrutto dall’assenzio del quale da lungo tempo era schiavo.

Giovanni Verga (1840-1922), scrittore verista siciliano emigrato a Milano, dove visse per lunghi anni a partire dal 1872 e dove scrisse la maggior parte delle proprie opere. Una sola di esse, tuttavia, è ambientata nella città, la raccolta di novelle Per le vie (1883). Un libro che risente dell’influenza della tarda scapigliatura lombarda, in cui predominano i toni crepuscolari e che descrive i naufraghi della Milano d’allora, ma anche i borghesi in continua ricerca dell’affermazione del proprio status.

Achille Bizzoni (1841-1904), esponente della Scapigliatura milanese democratica e libertaria, autore di romanzi e molto attivo come giornalista. “Uomo di contestazione politica, sociale e culturale”, come ha scritto di lui Giuseppe Farinelli, è stato castigatore, da una posizione anarchica, di una società ormai putrefatta e dei suoi ordinamenti politici, con in testa la monarchia. Tra le sue opere vanno ricordate Autopsia di un amore (1872), ambientato nella Milano scapigliata, Un matrimonio (1885), in cui condanna un’istituzione che Bizzoni riteneva equivalere a una “prostituzione legale” e soprattutto L’onorevole (1896), una feroce critica del parlamentarismo.

Arrigo Boito (1842-1918) è stato uno dei principali esponenti della Scapigliatura lombarda, pur essendo nato a Roma. Fratello minore di Camillo Boito, ha studiato musica ed è stato anche un notissimo librettista. E’ autore di numerose poesie e racconti. Tra le prime spicca Dualismo (1866), una specie di manifesto della Scapigliatura (“Son luce ed ombra; angelica / farfalla o verme immondo”…), tra i secondi L’alfier nero (1867), la magistrale storia geometrica e cromatica di un’ossessione, e a suo modo anche il primo testo antirazzista della letteratura italiana.

Ludovico Corio (1847-1911), pubblicista milanese, ha pubblicato svariati lavori di ricerca storico-documentaria, alcuni dei quali hanno suscitato all’epoca vasto scalpore. E’ il caso in particolare di Milano in ombra. Abissi plebei (1876 a puntate su rivista, 1885 in volume), nel quale l’autore, infiltratosi per le strade di Milano tra i diseredati e i derelitti, fa un reportage di forte impatto sui bassifondi della città. Da questo punto di vista è un precursore di Paolo Valera, con toni però più pacati e senza possederne la dirompente potenza verbale.

Carlo Dossi (1849-1910), uno dei “colossi” della letteratura lombarda e tappa fondamentale di quella linea letteraria che da Manzoni va fino a Gadda. Ha scritto in una lingua che in passato non s’era mai letta, tutta fatta di tensione, di stranezze lessicali, di deformazioni espressive, di asprezze ritmiche e timbriche, di impasti dell’humus dialettale lombardo. E altrettanto espressivo era il mondo che ha rappresentato. Tra le sue tante opere ricordiamo in particolare Vita di Alberto Pisani (1870),  La desinenza in A (1878) e le Note azzurre (ed. completa e definitiva postuma nel 1964), un incredibile e variegato repertorio del Dossi-pensiero.

Paolo Valera (1850-1926), uno degli scrittori più originali e innovativi di Milano, nonostante oggi sia pressoché dimenticato. Socialista, libertario e rivoluzionario, ha pubblicato per anni la rivista “La folla”. I suo orizzonti erano estremamente ampi, tanto che ha scritto il primo romanzo della letteratura italiana sulla mafia (L’assassinio Notarbartolo o le gesta della mafia, 1899) e un libro di reportage dai bassifondi di Londra (Londra sconosciuta, 1890, poi ripubblicato come I miei dieci anni all’estero). Programmaticamente un proletario della letteratura, il suo stile del tutto unico infrange i canoni con sprazzi di musicale e di cinematografico che lo rendono modernissimo. La sua opera narrativa più nota, La folla (1901), è un “non-romanzo” che ha come protagonista un intero caseggiato della Milano proletaria. I suoi libri di impatto più forte sono Milano sconosciuta (1879 prima edizione, seguita da numerose altre ampliate) in cui Valera si immerge come un palombaro negli abissi di una Milano fatta di bordelli e di sottoproletari di ogni genere, e Le terribili giornate del maggio ’98 (1899), un incredibile e frenetico reportage in presa diretta sulla rivolta milanese del 1898, soffocata nel sangue dal generale Bava Beccaris.

Emilio De Marchi (1851-1901), scrittore milanese prolifico e capace di cimentarsi in diversi generi, dal romanzo dalle tinte noir alle prose poetiche in dialetto milanese. Tra le sue più rilevanti opere ambientate nella capitale lombarda i romanzi Due anime in un corpo (1877), in cui si raffigura in modo pittoresco una Milano popolare e minimo-borghese, Demetrio Pianelli (1890), una storia tragica ambientata nella Milano piccolo-borghese di fine ottocento, e Arabella (1893), la risposta milanese al feuilleton parigino, ambientata tra il Carrobbio e la campagna intorno alla città. Ma tra i suoi capolavori c’è anche Milanin Milanon, prose cadenzate milanesi (1902, postumo), una raccolta che prende titolo da un breve testo in cui l’autore ha scritto un bellissimo e accorato lamento in dialetto meneghino sulla vecchia Milano che già allora stava scomparendo.

Gian Pietro Lucini (1867-1914), poeta e prosatore milanese difficilmente classificabile, definito “l’alfiere del verso libero”, ha oscillato tra simbolismo e futurismo con le sue raccolte poetiche Il libro delle figurazioni ideali e Revolverate. Ha scritto anche un romanzo, Gian Pietro da Core, che risente di influenze scapigliate, e recentemente è stato pubblicato postumo il suo Antimilitarismo, testo di tendenza socialista e anarchica che stigmatizza le assurdità della guerra. La sua opera più milanese è tuttavia L’ora topica di Carlo Dossi, una lunga “memoria” sull’amico e collega scrittore, nel cui capitolo Passeggiata sentimentale per la Milano di “L’altrieri” Lucini traccia un vivido ritratto della Milano dell’epoca scapigliata.

Carlo Bertolazzi (1870-1916), commediografo milanese sempre attento ai temi sociali. Il suo capolavoro è il dramma in dialetto milanese El nost Milan (1893), un’opera corale in cui, senza idealizzazioni né retorica, si descrivono gli emarginati della Milano di allora e la loro vita fatta di stenti. E’ stata riportata al pubblico con grande successo da Giorgio Strehler negli anni ’50. Tra le sue altre commedie in dialetto milanese va ricordata in particolare La gibigianna (1898), in cui si rappresenta il contrasto tra la Milano povera e la Milano ricca.

Carlo Linati (1878-1946), di natali comaschi e poi milanese d’adozione, è stato in un primo tempo vicino ai futuristi e a Gian Pietro Lucini. Ma la dirompenza futurista in realtà non gli era congeniale e con il tempo Linati si è dedicato alla letteratura bozzettistica, della quale era un gran maestro. Autore di “piccole prose ariose e terse”, come ha detto lui stesso, le sue opere più riuscite sono Sulle orme di Renzo (1927), nel quale ripercorre gli itinerari manzoniani, e soprattutto Milano di allora (1946), in cui descrive con vivacità la Milano del primo novecento, già attraversata da profondi sconvolgimenti.

Massimo Bontempelli (1878-1960), nato a Como, ha vissuto in svariate città italiane, tra cui anche Milano. E’ noto soprattutto come principale esponente del “realismo magico”, ma tra le sue prime opere spicca La vita operosa (1921), libro influenzato in parte dalle avanguardie e pieno di ironia, nel quale si descrive una Milano del primo dopoguerra in cui trionfa il dio Oggi, tra pescecani della finanza e speculazione edilizia. Un romanzo dissacrante, divertente e attualissimo, che ci fa scoprire come i mali della Milano di oggi fossero più o meno gli stessi cento anni fa.

Delio Tessa (1886-1939) è stato in assoluto uno dei principali poeti in dialetto milanese e uno dei maggiori poeti italiani del novecento. Antifascista e personaggio isolato, è rimasto ai margini della vita culturale della sua epoca. Dalla personalità complessa e unica, ha risentito delle influenze della scapigliatura, di Baudelaire e di Verlaine, nonché dell’espressionismo, in una poesia dalle venature sempre pessimiste, anche se dai toni spesso accesi. La sua scelta di scrivere in dialetto è stata conscia e programmatica: “Io personalmente non mi adatterò mai a parlare e a scrivere l’italiano della borghesia milanese” e “Riconosco ed onoro un sol Maestro: il popolo che parla”. L’uso che ne fa è profondamente innovatore e include le sequenze di suoni, la punteggiatura come elemento musicale e l’inserimento di parole straniere. Il suo capolavoro è L’è el dì di mòrt, alègher! (1919), lunga poesia dalla quale prende titolo l’unica raccolta pubblicata durante la sua vita, un doloroso e modernissimo canto ispirato ai reduci di Caporetto nella Milano concitata del primo dopoguerra.

Collettivo de “Il ventre di Milano” (1888), cioè in primis Cletto Arrighi (vedi sopra), ma anche Francesco Giarelli, Aldo Barilli, Ferdinando Fontana, Otto Cima e molti altri che insieme hanno dato vita a quella che rappresenta la risposta milanese allo zoliano Ventre di Parigi. Non un romanzo, ma un variegato viaggio nella Milano di fine ‘800 che comincia con un Antipasto (al posto della prefazione) e passa subito al “Trionfo del ventre” e alla “Milano che gode”, ma ci sono anche capitoli più foschi, come “Le piovre di Milano” e “Milano che soffre”. Una visione nel complesso più gioiosa rispetto ai reportage del contemporaneo Paolo Valera, ma che non perde di vista gli abissi della metropoli.

Augusto De Angelis (1888-1944), autore di numerosi gialli che hanno come protagonista il mite e silenzioso Carlo De Vincenzi, commissario della squadra mobile di Milano, una sorte di Maigret degli anni del regime fascista (dopo l’8 settembre De Angelis fu incarcerato per antifascismo e morì un anno dopo a Bellagio in seguito al pestaggio da parte di un fascista). Ha apportato importanti novità nelle tecniche narrative del genere giallo, con romanzi che sono pervasi da un’azione tesa e vibrante, ma calcolata. I suoi due romanzi più noti sono il primo della serie del commissario De Vincenzi, Il banchiere assassinato (1935), che prende spunto dall’uccisione in via Monforte del banchiere Mario Carlini e in cui fanno capolino anche letture freudiane, e Il mistero delle tre orchidee (1942), ambientato nella torbida casa di mode milanese O’Brian, frequentata da mannequine e malavitosi.

Alberto Savinio (1891-1952), pseudonimo di Andrea Francesco Alberto De Chirico, scrittore e pittore. In Italia è stato l’autore più vicino al surrealismo, anche se in modo del tutto sui generis. A Milano è dedicato in larga parte il suo Ascolto il tuo cuore, città (1944), in cui la capitale lombarda è come una stoffa su cui l’autore intesse lunghe e tranquille divagazioni, una “città tutta pietra in apparenza e dura”, ma che allo stesso tempo è “morbida di giardini ‘interni'”: in realtà una Milano che già quando Savinio scriveva era scomparsa da tempo.

Carlo Emilio Gadda (1893-1973), scrittore e ingegnere milanese, da molti definito un “gran lombardo” come Manzoni. Personaggio schivo, le sue opere sono di grande ricchezza tematica e linguistica, grazie anche alle influenze dialettali lombarde e milanesi. E’ stato uno scrittore che, come ha scritto Italo Calvino, “cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento”. I suoi capolavori sono L’Adalgisa (1944), uno dei libri più milanesi mai pubblicati, in cui la prodigiosa macchina linguistica di Gadda si applica alla borghesia meneghina tra le due guerre, tra umori esagitati e un fondo di totale irrazionalità, e La cognizione del dolore (1963), nella quale una Brianza travestita da Sud America fa da teatro al male invisibile dell’hidalgo-ingegnere Gonzalo Pirobutirro e alla sua irosa relazione con la madre.

Giuseppe Marotta (1902-1963), ovvero Napoli a Milano. Scrittore partenopeo noto soprattutto per L’oro di Napoli (1947), portato sugli schermi cinematografici da Vittorio De Sica, ha vissuto anche a Milano e ha dedicato alla metropoli meneghina tre libri, A Milano non fa freddo (1949), Mal di galleria (1958) e Le milanesi (1962). La sua è la Milano dura degli immigrati dal sud, delle loro peripezie e delle loro difficoltà, raccontate sempre con simpatia e umanità. Ha colto perfettamente lo spirito della città lasciandoci una bellissima immagine della cattedrale milanese, che ancora oggi suona commovente: “C’è un Duomo con tante guglie appunto perché ogni immigrato ne scelga una e vi alzi o vi ammaini la sua bandiera”.

Dino Buzzati (1906-1972), ha portato con sé a Milano molto del gusto per il fantastico proprio della cultura della sua terra natale, il Veneto. Giornalista molto amato dalla borghesia milanese, è stato un maestro del racconto grazie a uno stile in cui si intrecciano il fantastico, il reale quotidiano e il kafkiano. Milano, nominata esplicitamente o meno, è spesso presente nelle sue opere, ma tra quelle maggiormente milanesi ricordiamo il racconto Paura alla Scala (1949), in cui si descrive una paranoica borghesia milanese asserragliata nella Scala in preda alla paura di una “rivolta rossa” e, soprattutto, il bellissimo Un amore (1963), storia del nevrotico amore di un maturo architetto per una spregiudicata giovanissima, ambientato in angoli scomparsi del quartiere Garibaldi e in una Milano babelica “con i suoi inferni vecchi e nuovi, i suoi falansteri giganteschi, certe sue piazzette, certi suoi grovigli di vicoli, certi angoli secreti”.

Elio Vittorini (1908-1966), scrittore siciliano, ha vissuto a lungo a Milano, dove è morto. Rientra nella nostra guida per Uomini e no (1945), il primo romanzo della letteratura italiana sulla resistenza, ambientato nella nostra città. Un libro nervoso, fatto in larga parte di dialoghi serrati, che ha come scena la Milano inospitale, dura e spietata del regime nazifascista. Una delle immagini che rimane più impressa è la descrizione agghiacciante, in poche pagine prive di superflua retorica, del tragitto che da Largo Augusto porta fino a Piazza Cinque Giornate disseminato di cadaveri di uomini, ragazzi e bambini assassinati dai fascisti delle Brigate Nere.

Giovannino Guareschi (1908-1968), scrittore, umorista e caricaturista nato a Parma, creatore della nota serie di Don Camillo e Peppone. Dal 1936 al 1943 è stato caporedattore a Milano del “Bertoldo” diretto da Cesare Zavattini, e nel 1945 ha fondato la rivista “Candido”, che ha diretto fino al 1957. A Milano ha dedicato il libro La scoperta di Milano (1941), in cui con i suoi consueti toni bonari Guareschi racconta l’approdo nella metropoli meneghina, nella quale, come altri immigrati, farà fortuna: “dentro la nebbia di Milano è nascosto il mio avvenire e, a ogni svolta della strada, può spuntare l’imprevisto”.

Tommaso Landolfi (1908-1979) è uno dei maggiori autori del novecento italiano. Ciociaro, è stato a Milano solo di passaggio e nella sua produzione letteraria la presenza della capitale lombarda è pressoché nulla. Allora per quale motivo lo inseriamo in una guida alla letteratura milanese? Per un suo bellissimo racconto, Milano non esiste (un titolo che molti milanesi sottoscriverebbero), tratto dalla raccolta A caso (1975), in cui in tre-quattro paginette si racconta di nebbia, fumosi letterati, sgherri fascisti e grattacieli, dando un’immagine unica della “sedicente Milano”, come la definisce l’autore.

Giorgio Scerbanenco (1911-1969), di origine ucraine, è unanimemente ritenuto l’ideatore e il maestro del noir milanese e italiano. La sua è una Milano fatta di borghesi cinici, di impiegati oppressi dal grigiore e di proletari condannati alla sfortuna, tutti uniti dalla comune fatale strada che porta al delitto. Tra i suoi capolavori due romanzi color nero profondo che fanno parte del ciclo dell’ex medico e detective Duca Lamberti, Venere privata (1966) e I milanesi ammazzano al sabato(1969), oltre ai racconti di Milano calibro 9 (1969). Da mozzafiato la lettura dei suoi racconti raccolti ne Il cinquecentodelitti (1994, postumo), moltissimi dei quali di una sola pagina: bastano solo i titoli, di cui Scerbanenco era maestro, per farne un capolavoro.

Anna Maria Ortese (1914-1998), scrittrice innamorata di Napoli, città a cui ha dedicato due libri come Il porto di Toledo (1975) e Il cardillo addolorato (1993), e che la critica ricorda soprattutto per il romanzo L’iguana (1965), il cui protagonista, Daddo, è un milanese. Nella sua raccolta di racconti-reportage Silenzio a Milano (1958) descrive una Milano anni cinquanta fatta di una silenziosa emarginazione che colpisce soprattutto gli immigrati e che ha i suoi luoghi topici nella Stazione Centrale e nei casermoni della periferia.

Luigi Santucci (1918-1999), autore di ispirazione cattolica, ha fatto parte della resistenza ed è stato tra i fondatori del giornale clandestino “L’uomo”. I suoi due romanzi migliori sono entrambi ambientati nella sua città, Milano. Il velocifero (1963) descrive, con un’ampia presenza del dialetto meneghino, le vicende di una famiglia milanese a cavallo tra l’ottocento e il novecento, una tranquilla e mite “Arca di Noè” che verrà infine travolta dagli sconvolgimenti portati dalla Prima guerra mondiale; Orfeo in paradiso (1967) narra invece di un patto faustiano che consente a un figlio di tornare nel passato, mediante a un funambolesco “salto dalle guglie del Duomo”, per alleviare il dolore causatogli dalla morte della madre: nel romanzo vengono tra le altre cose passate in rassegna molte delle più importanti vicende della Milano tra i due secoli, dalla rivolta del pane del 1898 a Caporetto.

Alberto Vigevani (1919-1999), scrittore, libraio ed editore milanese. La maggior parte delle sue opere è intrisa di Milano, che spesso vi viene descritta con precisione quasi toponomastica. Ricordiamo in particolare, tra i molti altri, All’ombra di mio padre (1984), in cui la città del primo dopoguerra viene vista dagli occhi di un bambino, e Milano ancora ieri. Luoghi, persone, ricordi di una città che è diventata metropoli (1996).

Pier Paolo Pasolini (1922-1975), è stato uno dei maggiori prosatori, poeti e registi italiani. La città che più è stata al centro della sua opera è Roma, ma a Milano sono ambientati sia il film (1968) sia il libro (1969) intitolati Teorema. Un padrone che ha una fabbrica nella campagna milanese, la sua Mercedes che si avvia verso la città, così comincia un libro in prosa e in versi che ha al suo centro una rispettabile famiglia il cui equilibrio viene completamente stravolto dall’arrivo di un ospite misterioso e dai rapporti sessuali che ciascun membro della famiglia avrà con lui. Un libro dirompente e un’impietosa rappresentazione della borghesia milanese.

Luciano Bianciardi (1922-1971), un toscano anarchico che non amava Milano, ma la ha affrontata di pieno petto fino ad autodistruggersi con l’alcool. La sua opera più nota, La vita agra (1962), è un romanzo milanesissimo e arrabbiato, ironico, divertente e tragico del quale è rimasta leggendaria l’intenzione del protagonista di fare saltare in aria il Palazzone (quello della Montedison in Largo Donegani) dopo una strage di minatori in Maremma. La sua è una Milano trasfigurata, in cui Brera diventa Braida e il bar Giamaica il bar delle Antille, ma è anche la Milano realissima degli stravolgimenti del boom economico, dell’industria culturale e della vita vissuta dallo stesso Bianciardi. Non aveva alcuna simpatia per i milanesi e la loro città (“I milanesi sono coglioni come poca gente al mondo. La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida” e, ancora, “Vivere a Milano è molto triste. Non è Italia, qua, è Europa, e l’Europa è stupida”), eppure con La vita agra ha scritto uno dei capolavori della letteratura milanese. Ricordiamo anche la sua bella biografia Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano (1993), scritta da Pino Corrias, un libro in larga parte sulla metropoli meneghina.

Dante Isella (1922-2007), non è né un prosatore né un poeta, bensì un critico letterario, ma si merita a pieno titolo l’inserimento nella nostra guida per il contributo fondamentale apportato alla conoscenza della letteratura lombarda e milanese. Ha curato con grande rigore l’edizione critica delle Poesie di Carlo Porta e le opere di molti altri scrittori milanesi. Nel 1984 è uscita una raccolta di alcuni dei suoi migliori saggi, intitolata I lombardi in rivolta, in cui Isella identifica una “linea lombarda” che da Maggi, passando per Porta, arriva fino alla Scapigliatura milanese e a Gadda.

Giovanni Testori (1923-1993), è nato a Novate Milanese, alla periferia di Milano. E la periferia milanese, con i suoi poveri diavoli, i suoi ladruncoli, le sue prostitute e le sue stelle locali dello sport è stata il fulcro della sua opera. La sua è stata una letteratura dal linguaggio fisico, spesso ai limiti del sensuale. Il suo ciclo quasi balzachiano dei “Segreti di Milano”, ambientato nella periferia cittadina degli anni cinquanta e sessanta, è una delle opere di più ampio respiro che hanno al loro centro la capitale lombarda. Il volume più celebre del ciclo è la raccolta di racconti Il ponte della Ghisolfa (1958), a cui hanno fatto seguito un’altra raccolta, la Gilda del Mac Mahon (1959), e un romanzo, Il fabbricone (1961). Del ciclo fanno parte anche due testi teatrali, La Maria Brasca e L’Arialda (1960), e un romanzo pubblicato postumo, Nebbia al Giambellino. Il ponte della Ghisolfa ha ispirato il film di ambientazione milanese “Rocco e i suoi fratelli”, di Luchino Visconti.

Ottiero Ottieri (1924-2002), ovvero il Sud visto dal Nord e viceversa, la città industriale, la nevrosi e la politica. Sono questi i temi principali delle sue opere più importanti, il primo sviluppato magistralmente in Donnarumma all’assalto (1959). Il trasferimento nella capitale lombarda è stato un capitolo fondamentale della sua vita e a Milano sono dedicate molte pagine de La linea gotica (1963), considerato uno dei capolavori della letteratura industriale: la Milano descrittavi è una città neocapitalista, classista e alienata (“Sto dentro a Milano come dentro l’incarnazione di cemento della struttura di classe”). E’ ambientata nella capitale lombarda anche Una tragedia milanese (1998), dove Milano è una città regolata rigidamente dal lavoro e “piena di edifici grigi, priva di paesaggio di fiumi e di idee”. E se in quest’ultimo libro Ottieri definisce senza peli sulla lingua Umberto Bossi un cretino, il successivo Un’irata sensazione di peggioramento (2002) si divide tra Milano e Torino seguendo il filo dell’autostrada tra le due città, sotto il cielo plumbeo della nuova destra berlusconiana. Tra i suoi capolavori anche L’irrealtà quotidiana (1960), un romanzo-saggio che non riguarda Milano, ma che ne è certamente infuso.

Renato Olivieri (1925), di nascita veronese, si è trasferito a Milano adolescente. E’ il creatore del personaggio del commissario Ambrosio (interpretato tra l’altro al cinema da Ugo Tognazzi), un poliziotto tenace, ma pacato, e amante dell’arte come il suo autore. Tutti i suoi gialli sono ambientati in una Milano topograficamente precisa, la cui caratteristica principale è la malinconia. Il suo primo romanzo “ambrosiano” è Il caso Kodra (1978), tra gli altri più noti vi sono Maledetto ferragosto (1980), Dunque morranno (1981), Largo Richini (1994) e Albergo a due stelle (1996).

Umberto Simonetta (1926-1998), impresario, regista, autore di copioni per riviste, di romanzi e di testi di canzoni per Giorgio Gaber, come quello della famosa Ballata del Cerutti. Ha scritto una trilogia composta da tre romanzi, Lo sbarbato (1961), Tirar mattina (1963), Il giovane normale (1967), dedicati a quella Milano, per citare le sue parole, “drogata dalla smania di distruggere e rifare, distruggere e rifare, e tutti che sgobbano come negri e maledicono di dover sgobbare”, e nei quali già prima del ’68 ha descritto il disagio giovanile in una città notturna ed emarginata. Tra le sue commedie più note Mi voleva Strehler (1978), nonché una versione teatrale (1980) dell’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda. Negli anni ’50 ha creato per Dario Fo il personaggio di Gorgogliati, un Fantozzi ante litteram.

Dario Fo (1926), autore teatrale e attore, ha portato a Milano il premio Nobel per la letteratura. Le sue opere si ispirano alla commedia dell’arte italiana, tra giullari, matti ed eroi per caso. Il suo lavoro di maggiore successo è Mistero buffo (1969), l’unico direttamente legato a Milano è invece Morte accidentale di un anarchico (1970), ispirato dal caso di Giuseppe Pinelli, in cui Fo riesce nell’improbabile impresa di imbastire una farsa sull’uccisione dell’anarchico detenuto in questura da Luigi Calabresi.

Danilo Montaldi (1929-1975), cremonese, è stato uno dei più originali esponenti della sinistra “eretica” rivoluzionaria e antistalinista fin dagli anni ’50. Ha utilizzato per primo in Italia i metodi della storia orale, con grande maestria e lucidità, in una serie di inchieste sul sottoproletariato e sul proletariato rurale e urbano. In Autobiografie della leggera (1961) ha raccolto le storie di vagabondi e ladri della Bassa padana, in Militanti politici di base (1970) ha condotto un’indagine raccogliendo le testimonianze dei militanti politici della stessa area. Riguarda invece direttamente la metropoli meneghina Milano Corea, inchiesta sugli immigrati (1960, in collaborazione con Franco Alasia), nel quale gli stessi metodi vengono applicati a un’inchiesta sugli immigrati a Milano, dando vita a un’opera corale che ancora oggi rimane un testo fondamentale per la città.

Carlo Castellaneta (1930) è uno degli autori che ha scritto di più di Milano, alla quale ha dedicato quasi per intero la propria opera. I temi principali della sua narrativa sono la città, la donna e l’erotismo, ma nei suoi libri ne ha toccati molti altri. Tra le sue opere ricordiamo Una lunga rabbia (1961), ambientato tra i pittori e le gallerie milanesi, Villa Delizia (1965), sulla rivolta del pane del 1898 e dal linguaggio attento al parlato e agli usi dialettali, La Paloma (1972), che descrive l’ambiente degli anarchici milanesi e muove dall’attentato di Piazza Fontana e dall’uccisione di Pinelli, Notti e nebbie (1979), il cui tema conduttore è quello della violenza durante la Repubblica di Salò, e Vita di Raffaele Gallo (1985), che si svolge negli ambienti della camorra milanese.

Franco Loi (1930), ovvero il capitolo più recente della grande tradizione della poesia dialettale milanese, sebbene sia nato a Genova da genitori non milanesi. Come ha scritto Maurizio Cucchi, “Loi usa un dialetto milanese molto libero, ricco di contaminazioni e personali invenzioni, introducendo anche una grafia diversa da quella tradizionale, per avvicinarsi maggiormente alla pronuncia”, un dialetto appreso lavorando con il padre ferroviere, quello parlato da chi come lui a Milano non è nato ma ci è arrivato da fuori. La sua opera più nota è il poema Stròlegh (1975), recentemente è stata pubblicata un’ampia e valida antologia dei suoi versi, Aria de la memoria, poesi scelte 1973-2002 (2005), curata dallo stesso Loi. Bellissima anche la sua ultima raccolta, Voci d’osteria (2007): dio, bestemmie e concretezza in un’opera che è un grande affresco milanese (sèm fjö d’un pòr Milan pien de smergèss,/cun la cusciensa spurca e la passiensa/de laurà, ciavà, fàss verd ‘m’ i ghèss… [siam figli di un povero Milano pieno di boria/con la coscienza sporca e la pazienza/di lavorare, chiavare, farsi verdi come ramarri…]).

Raffaele Crovi (1934-2007), scrittore ed editore dalla straordinaria versatilità, ha lavorato tra gli altri per Mondadori e per la Rai ed è stato una figura importante della vita culturale milanese. La sua opera spazia dalla narrativa, alla poesia e alla saggistica (ha scritto per esempio Le maschere del mistero. Storie e tecniche di thriller italiani e stranieri [2000], in cui studia tra gli altri anche i milanesi De Angelis e Scerbanenco). Le sue opere ambientate nella metropoli meneghina sono Carnevale a Milano (1959), un romanzo sui giovani del boom, tra noia e spaesamento, Ladro di ferragosto (1984), l’incontro con un Orfeo milanese e le conseguenti avventure nella città deserta d’agosto, e il thriller L’indagine di via Rapallo (1996), che descrive una Milano fatta di scontri sociali, emarginazione e conflitti.

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