20
Mar
10

Da Rosarno a via Padova

di Marco Pitzen

Alcune riflessioni sulle condizioni abitative dei migranti, prendendo spunto dai recenti casi di Rosarno e di via Padova, a Milano.  Gli effetti discriminatori dell’assenza di una politica degli alloggi sociali in un articolo di Marco Pitzen, del Sicet di Milano, uscito sul Manifesto del 16 marzo scorso e che ripubblichiamo qui in forma leggermente più estesa ringraziando l’autore per averci messo a disposizione il suo testo.

Rosarno e via Padova  sono gli ultimi lampi del malessere  esplosivo legato alla incompiuta integrazione dei migranti in Italia dove vivono ormai quasi in 6 milioni  tra regolari e irregolari.

Analizzando i fatti delle campagne calabresi e della periferia di Milano si possono evidenziare i diversi fattori che hanno scatenato la rabbia di centinaia di persone, ma uno in particolare accomuna gli eventi, pur con delle significative differenze: la condizione abitativa.

A Rosarno allo sfruttamento bestiale dei migranti si accompagnava lo stato di grave degrado in cui erano costretti a vivere i lavoratori, in capannoni semi distrutti, privi di acqua e dei più elementari servizi. In via Padova dove pur esistono le ultime case di ringhiera con il cesso esterno e sono concentrate situazioni di forte disagio alloggiativo, non si arriva certo ai livelli degradanti delle campagne del sud ma rispetto agli standard abitativi di una delle più ricche città europee le sistemazioni degli immigrati sono comunque estreme.

È evidente da anni che nessuno pone come elemento fondamentale dell’integrazione la casa.

L’assenza di una politica che soddisfi una crescente domanda abitativa porta ad un impoverimento complessivo della società italiana e non solo degli strati deboli come i migranti.

Le oltre 600 mila domande per le case popolari fatte in tutto il paese di cui moltissime da extracomunitari sono solo la punta visibile di un iceberg.

È infatti vera emergenza casa  per tutti i 3,5 milioni di lavoratori immigrati che vivono in affitto dove il canone di locazione e le spese incidono sul reddito con punte superiori al 70%.

Una  prassi politica spesso palesemente discriminatoria ha complicato la questione abitativa in generale e non ha permesso in questi anni di continui e consistenti flussi migratori una integrazione nel tessuto sociale urbano originando tensioni in alcune zone povere della città.

Questo percorso ad ostacoli verso il radicamento ha condannato spesso l’immigrato alla perenne precarietà inibendogli il diritto all’unità familiare sancito dalla legge, dato che una delle condizioni prevista dalla stessa norma per richiedere il ricongiungimento familiare sia proprio quella di possedere la disponibilità di un alloggio idoneo.

L’esposizione al ricatto dei proprietari di casa diventa così direttamente proporzionale alla volontà dell’emigrato di riunire il proprio nucleo familiare ed al conseguente bisogno di avere un contratto registrato in un mercato caratterizzato da resistenti sacche di illegalità ed evasione fiscale.

Agli immigrati infine vengono spesso rifilati degli appartamenti fatiscenti, degradati in posizioni sfavorevoli che sarebbero stati difficilmente collocati altrimenti sul mercato e non di rado vengono inserite clausole vessatorie nel contratto.

Si può ritenere che circa un terzo degli stranieri residenti in Italia viva in condizioni abitative disagiate, con una stima vicino ai 2 milioni di persone che versano in questo stato, anche se gli unici  dati precisi sono quelli ricavabili dalle graduatorie dei bandi di concorso che punteggiano prevalentemente situazioni legate alle coabitazione ed al sovraffollamento, data la legislazione in materia che rende fortemente discriminante per i migranti l’accesso all’edilizia pubblica.

Tantissimi i regolari muniti di permesso di soggiorno non ancora registrati in anagrafe e secondo la Comunità di S. Egidio il 60% di tutti i senza fissa dimora sono stranieri.

Immigrati irregolari, richiedenti asilo e rifugiati hanno enormi difficoltà ad avere accesso alla casa.

I profughi politici rappresentano così un’altra faccia della stessa emergenza abitativa ed in questi anni hanno occupato a più riprese, palazzi fatiscenti e disabitati  soprattutto a Milano e Roma imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni scandalose in cui sono costretti a vivere esseri umani rifugiati nei freddi inverni delle città italiane. Per non parlare dell’ignobile battaglia ingaggiata dalle Istituzioni contro i rom con 40 sgomberi eseguiti questo anno solo a Milano che hanno prodotto drammi umani a ripetizione, fino alla morte del piccolo Emil.

Infine influiscono in misura veramente minima le poche decine di migliaia di sbarchi, pari a meno dell’1% della presenza regolare. Nel 2008 ad esempio sono state meno di 37 mila le persone sbarcate sulle coste italiane, diecimila gli stranieri transitati nei centri di identificazione ed espulsione e poco più della metà quelli respinti alle frontiere.

Non si tratta neppure di un cinquantesimo rispetto alla presenza di immigrati regolari in Italia, eppure il contrasto dei flussi irregolari ha polarizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e le decisioni politiche che hanno prodotto normative vessatorie e repressive.

Un reato comune commesso dagli stranieri è infatti la violazione della legge Bossi Fini

sull’immigrazione: non lasciare il territorio a seguito di notifica di un provvedimento di espulsione è reato, punito con la reclusione da uno a quattro anni. Per tale reato ogni anno entrano in carcere circa 12mila persone con condanne inferiori a 12 mesi.

Nonostante tutto vi è comunque da parte degli immigrati in generale una decisa volontà di stabilizzazione e di integrazione. Si rileva una normalizzazione dal punto di vista demografico con una prevalenza dei coniugati ed una elevata incidenza dei minori diventati ormai un quinto dei residenti . Come si evidenzia anche una crescente tendenza alla stabilità residenziale.

Ma l’insufficienza del patrimonio di edilizia sociale, e l’estrema onerosità degli affitti ha dirottato la domanda casa anche verso il mercato immobiliare.

Studi di settore ci dicono che nelle grandi città ormai oltre il 10% degli acquirenti di un alloggio è di nazionalità estera e negli ultimi 5 anni gli immigrati hanno comprato oltre 600 mila alloggi, spendendo 70 miliardi di euro. Si tratta di case mediamente piccole, vecchie e degradate ubicate in zone svantaggiate della città.

E’ capitato però spesso che gli immigrati sono stati truffati in sede di compromesso o di rogito con parcelle notarili sproporzionate rispetto al valore dell’immobile e che mal consigliati hanno richiesto prestiti personali a tassi sfavorevoli che li hanno legati a forme di indebitamento praticamente a vita. Non di rado poi hanno subito pressioni per acquistare l’alloggio detenuto in locazione sotto la minaccia dello sfratto.

Un ulteriore fattore negativo è legato poi alla nuova “ricattabilità” sul lavoro causata della persa mobilità. Il lavoratore rimane inchiodato, come scriveva Engels già due secoli fa, al territorio dove ha comprato la casa senza possibilità di optare per scelte di lavoro che si possono presentare in zone diverse del paese dove annualmente all’incirca un lavoratore immigrato su due è costretto a cambiare o a rinnovare il contratto, con un tasso di precarietà doppio rispetto al lavoratore italiano.

Non è dunque vero in assoluto che uno dei motori della integrazione è la proprietà dell’alloggio.

Certo, lavoro e case sono elementi indispensabili ai fini dell’ integrazione degli immigrati ma è altrettanto determinante una politica non discriminante e di attenzione alle differenze culturali.

Una regolamentazione dei flussi migratori rispondente si alle dinamiche del mercato occupazionale interno, ma anche sensibile alle crisi internazionali  nelle aree dei paesi poveri quali carestie, epidemie e guerre.

Una politica dell’accoglienza che preveda l’edificazione di pensionati e case popolari al posto di strutture di detenzione più o meno temporanee.

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