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Dic
10

La mente di Adriano Paroli

di Ilario Salucci

Introduzione

Adriano Paroli non è un teorico. Al suo attivo non compaiono pubblicazioni di alcun tipo. Non è neppure un propagandista – né oratore degno di nota (l’evento della sua campagna elettorale del 2008 a Brescia non fu lui, ma Magdi Allam nella veste di conferenziere), né giornalista politico.

Classe 1962, avvocato, uomo di Comunione e Liberazione, debutta democristiano e “prandiniano” in politica: eletto consigliere comunale nel novembre 1991 è subito assessore di peso, all’urbanistica, prima nella breve giunta con Panella (Psi) sindaco, poi in quella, più longeva, con sindaco Corsini (Pds). Ma il ritorno di Martinazzoli a Brescia, eletto sindaco nel dicembre 1994 dopo la fallimentare gestione del passaggio dalla Dc al Partito popolare italiano, e la scomparsa di Prandini, travolto dagli scandali e tradotto in carcere, vede Paroli uscire dalla scena comunale. Passato al Centro cristiano democratico di Casini e Mastella riesce a farsi nominare candidato di tutto il centro-destra al posto di presidente della Provincia, ma viene inaspettatamente sconfitto nelle elezioni della primavera 1995. La mossa vincente nella sua carriera risulterà essere il passaggio in Forza Italia: nella primavera 1996 viene eletto a Roma, deputato, e rientra in consiglio comunale due anni dopo. Da allora è ininterrottamente deputato e consigliere comunale. Nel 2008 eletto al primo turno sindaco di Brescia, mantiene anche il proprio posto di deputato.

A proprio agio nei corridoi del potere fin da giovane, Paroli non si distingue in nulla di particolare quando ne esce, indistinguibile in questo da tanti incolori rappresentanti politici che affollano la cosiddetta Seconda repubblica. Perché allora indagarne la mente? A prima vista non parrebbe un oggetto di studio da cui trarre alcunché di interessante, o di rilevante. Ma sono arrivati “i giorni della gru”, un “evento che ha… me[sso] a dura prova le nostre capacità” (20/11)*. Paroli è sincero, qui, sulle sue capacità, ma è doveroso riconoscere che si è trovato in una situazione agli antipodi del suo mondo: lotte, scontri, sviluppi quotidiani inattesi e svolte sconcertanti, pluralità di soggetti pubblici e centinaia, poi migliaia di persone che dicevano la loro, e lo dicevano con forza. In questi giorni, nella sequenza delle sue dichiarazioni, note, interviste rilasciate, è emersa una visione politica specifica, pur se parziale e tavolta tortuosa e zoppicante. Vi è stato un progressivo dispiegarsi non tanto di ragionamenti, ma di temi, figure, scelte lessicali che delineano questa visione.

Un’obiezione possibile è quella per cui le prese di posizione di Paroli sono state tutto sommato funzionali, strumentali alla realizzazione di un piano molto semplice e banale: di fronte alla mobilitazione dei lavoratori immigrati a cui era stato negato il permesso di soggiorno l’importante era far tutto il possibile per evitare il ripetersi dei 45 giorni di lotta del 2000**, quando i lavoratori immigrati, in una situazione analoga all’odierna, ottennero una eccezionale vittoria. Piano semplice e banale deciso e gestito da Roma, secondo alcuni: e allora si avrebbe addirittura una sorta di doppia funzionalità e strumentalità. In questo senso le prese di posizione di Paroli verrebbero ridotte a figure retoriche, più o meno ben azzeccate, che non rinviano ad altro che a se stesse, totalmente sprovviste di contenuto politico, tantomeno di visione politica. Ma il problema è: perché queste figure retoriche, e non altre? Figure ricomponibili, in sovrappiù, in un sistema abbastanza coerente, che è possibile definire in termini di visione politica. Ipotizzare la doppiezza di Paroli conduce paradossalmente a ipotizzare che questa visione è ancora più importante da analizzare: più che essere, in questa ipotesi, dell’uomo Paroli, è dell’ambiente (di potere) di cui Paroli fa parte. Da questa visione collettivamente condivisa Paroli ha saccheggiato al bisogno quello che gli serviva – e così facendo l’ha rivelata.

* Le citazioni di Paroli sono sempre riprese da frasi virgolettate pubblicate sui quotidiani, e presenti nella rassegna stampa del Comune di Brescia. Ho analizzato la rassegna stampa dal 15 settembre al 30 novembre 2010: le dichiarazioni di Paroli sulla lotta dei lavoratori immigrati coprono il periodo 23 ottobre – 23 novembre. Non conosco la precedente produzione “dichiarativa” di Paroli. Non tengo in alcun conto le dichiarazioni del vicesindaco leghista Fabio Rolfi (con una sola eccezione), alter ego di Adriano Paroli, dichiarazioni che si distinguono solo per essere, volta a volta, ciniche, oscene o grottesche, con un linguaggio che un tempo si sarebbe definito “da caserma”, ma che sono una componente essenziale al funzionamento del potere (riferimento d’obbligo: Slavoj Zizek, Il grande altro, Feltrinelli, 1999, pp. 10-11). Per non appesantire il testo riporto le citazione con la sola data in cui sono state rilasciate (e quindi sono rintracciabili sui quotidiani del giorno successivo), senza indicazione della testata. I corsivi sono sempre miei.

** Si veda la cronistoria di quei giorni a: http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=4285, reperibile anche su: http://africainsieme.wordpress.com/2009/09/27/la-protesta-di-brescia-estate-2000/

Qui pro quo

Paroli sviluppa la propria visione politica in un lasso di tempo limitato, dal 5 al 16 novembre. Per i primi 25 giorni della mobilitazione dei lavoratori immigrati (dal 28 settembre al 22 ottobre) il sindaco è assente, o decide di non intervenire in alcun modo nella vicenda. E per i successivi 13 giorni (dal 23 ottobre al 4 novembre) le sue dichiarazioni sono concettualmente molto semplici, ripetitive. L’unico, o quasi, a essere usato è il linguaggio del comando, dell’ordine e della minaccia se l’ordine non viene eseguito, fino alle concitate formulazioni del 2 novembre:

“La città non tollererà oltre” [l’occupazione della gru] / “l’offerta di accogliere la proposta [sic] … non dura giorni, ma ore”, “dura poche ore”, “tra qualche ora”, “decidete subito” / “poi la questione diventa di ordine pubblico”, “sarà solo una questione di ordine pubblico”, “questione ormai di ordine pubblico” / “la parola spetterà alla Questura”, “la parola al questore”

Fino al 30 ottobre gli ultimatum sono relativi al presidio (da smantellare) di via Lupi di Toscana davanti all’ufficio unico della Prefettura e al corteo del 30 ottobre (da annullare).

Il presidio non viene più autorizzato dopo il 15 ottobre. Perché? Il 5/11 Paroli retrospettivamente risponde: perché “illegale, inutile”. Dire che è illegale è semplicemente dire che non è autorizzato. Non si dice perché non è stato autorizzato. La inutilità può essere riferita agli interessi dei presidianti – ma questa valutazione non può certo spettare al sindaco, non essendo, fino a prova contraria, uno di loro; oppure può essere riferita agli interessi della Giunta – il che equivale a dire che non esiste libertà di manifestazione al di fuori degli interessi della Giunta. Una dichiarazione un po’ troppo forte. Il 23/10 il sindaco eccelle in tortuosità che fanno addirittura rimpiangere le sue dichiarazioni del 2 novembre:

“Comprendo la situazione complicata in cui queste persone si trovano, perché c’è in gioco il loro destino”, “capisco le ragioni, ma” / “il rischio è… che [i lavoratori immigrati] trovino da parte della città contrarietà e non supporto proprio per il metodo scelto” [“metodo” nel linguaggio di Paroli significa: presidio]

Paroli si preoccupa della buona riuscita della mobilitazione dei lavoratori immigrati? Nessun timore, contemporaneamente il sindaco si premura a dire che il “rischio della contrarietà” non c’è, c’è solo la “contrarietà”:

“quel presidio non è ciò che i cittadini vogliono”, “una situazione che alla città non piace”, “Brescia è una città che non si concilia con questi metodi” [metodi = presidio]

Perché? E che risparmio di tempo, preoccupazioni e fatica a far l’economia del confronto democratico di massa per sapere “ciò che i cittadini vogliono”, per questo c’è un interprete che lo sa sempre, e istantaneamente! Dopodiché non è chiaro come sia possibile che la volontà dei cittadini, quand’anche fosse determinata, possa cancellare diritti quali quelli di espressione e di riunione, perché tale era il presidio, più che pacifico, in posizione decentrata, che non creava alcun problema né alla viabilità, né ai residenti, né a nient’altro. E poi: cosa significa “conciliare” o “non conciliare” una “città” con un presidio? Invece di chiarire questo groviglio concettuale e linguistico, Paroli segue alla lettera il suo precetto “alzare i toni non aiuta nessuno”:

la “città” deve essere “difesa e tutelata” da questo presidio, “illegittimo”, “fuori luogo e sconveniente” –  “il metodo non è autorizzato né più tollerabile” [stavolta ci pensa lo stesso Paroli a tradurre:] “quel presidio non è autorizzato e non lo sarà più” – “le Forze dell’ordine non possono davvero tollerare oltre una situazione che corre il rischio di sfociare in problemi di ordine pubblico”

Naturalmente un presidio deve essere (1) autorizzato dal Comune in quanto occupa suolo pubblico, ma si tratta di atto puramente amministrativo, e non può esser negato per motivi politici, o sulla base di considerazioni sul merito di quello che propagandano i presidianti (2) autorizzato dalla Questura che può negarla solo per comprovati motivi di ordine pubblico. Le cose che Paroli considera “illegittime, fuori luogo e sconvenienti” non possono legalmente interferire con l’attività amministrativa del Comune, e risulta ben strano che sia il Sindaco a dire ciò che la Questura può o non può tollerare, facendo insinuazioni non sul fatto che vi siano problemi di ordine pubblico (quali?), e neppure un rischio che ve ne siano (quali?), ma che “si corre il rischio” che “la situazione sfoci” in tali problemi. Chi può creare tali problemi? Quali sono o potrebbero essere tali problemi? Nell’eloquio del Sindaco è inutile cercare queste cose, l’importante è che in qualche modo appaia il termine “ordine pubblico”.

L’8/11 Paroli ricorderà quel sabato 23 ottobre:

“noi li abbiamo incontrati [i lavoratori immigrati in lotta] due sabati fa, raggiungendo l’accordo [sic] che ci saremmo spesi nelle sedi opportune a patto che venisse smantellato il presidio e che non avessero manifestato insieme [sic] agli alpini”.

Il secondo ultimatum era relativo al corteo del 30 ottobre, e in questa occasione Paroli riesce nel difficile compito di mettere in imbarazzo il vicequestore Ricifari. Il problema è sempre quello del presidio: la Questura può vietare manifestazioni solo in presenza di motivi di ordine pubblico. Cerco di riassumere.

Già il 23 ottobre Paroli intima di non tenere alcuna manifestazione il sabato successivo, giorno in cui vi è una manifestazione degli alpini (in tutt’altri luoghi di quelli previsti dalla manifestazione dei lavoratori immigrati). La non autorizzazione della Questura viene comunicata giovedì 28. Il 30 ottobre il concentramento si tiene comunque, e viene permesso ai manifestanti di fare poche centinaia di metri per via S. Faustino, mentre contemporaneamente vigili e polizia smantellano il presidio in via Lupi di Toscana. La manifestazione si conclude con l’occupazione della gru del cantiere della metropolitana in Piazza Cesare Battisti. Il Sindaco fa una serie di dichiarazioni molto imbarazzanti per la Questura, perché si dimentica di mettere da qualche parte il termine “ordine pubblico” e dice che i lavoratori immigrati non possono fare una manifestazione solo perché in contemporanea, in concomitanza con quella degli alpini:

“la città vuole e pretende di poter festeggiare insieme ai suoi alpini i 90 anni di attività del Corpo” (29/10), “pensare di manifestare le proprie idee non rispettando altre celebrazioni preparate da tempo diventa un atto di prepotenza” (30/10), “manifestare è legittimo, ma cortei e proteste non devono trasformarsi in manifestazioni di… prepotenza” (29/10). Mantenere il concentramento nonostante la mancata autorizzazione “è inaccettabile ed è purtroppo una occasione persa da parte degli immigrati e di chi li ha organizzati per instaurare un rapporto positivo con la città”, “palesa l’incapacità di capire la realtà in cui a parole si desidererebbe vivere e integrarsi” (30/10)

Quindi per Paroli quello che conta non è l’ordine pubblico, mai messo in discussione, ma il rispetto “delle celebrazioni”, “dei festeggiamenti”: con il rispetto si accede all’integrazione, senza rispetto si ha manifestazione di prepotenza. Non si è più in un universo legale, ma in universo nuovo, diverso – sarà quello che verrà approfondito e articolato dal 5 novembre. In Questura non devono esser stati molto contenti. Hanno potuto vietare il corteo solo per comprovati motivi di ordine pubblico. Quali? Assistiamo alle acrobazie senza manganello ma stavolta solo linguistiche del vicequestore Ricifari:

“ritengo che la manifestazione proprio domani [in realtà dopodomani] in centro, in concomitanza con quella degli Alpini, possa creare, suo malgrado, qualche problema di ordine pubblico” (28/10)

Non contento Paroli dice chiaro e tondo che l’ordine pubblico viene messo in discussione in conseguenza del divieto del corteo del 30 ottobre, non è il divieto ad essere motivato da problemi di ordine pubblico:

“Sarebbe un gesto intelligente evitare manifestazioni non autorizzate che potrebbero compromettere le diverse iniziative e nuocerebbero al desiderio della città di festeggiare e celebrare” (29/10)

L’illegalità del divieto del corteo del 30 ottobre è dimostrata dalle stesse parole di Paroli, principale testimone d’accusa (sia pure involontario) contro la Questura di Brescia.

Ma tutti gli ultimatum falliscono. I lavoratori immigrati non smantellano il presidio di via Lupi di Toscana, non annullano il corteo del 30 ottobre, e di fronte allo smantellamento ad opera della polizia del presidio occupano la gru. L’ultimatum del 2 novembre (scendete o ve ne pentirete) viene coralmente rigettato. E allora? Seguono due giorni di sconcerto, il 3 e 4 novembre. Paroli non sa più cosa dire, i suoi ordini sono stati disubbiditi dal primo all’ultimo. E’ così che si lascia andare:

“In questo momento il rischio di una tragedia è davvero altissimo. Questi ragazzi stanno mettendo a repentaglio la loro vita . C’è una forte responsabilità da parte di chi ha illuso questi giovani. Massima solidarietà sul piano umano” (4/11)

Ma è solo una malinconica parentesi. Dal 5 novembre Paroli finalmente disvela la sua visione politica.

L’incubo

Il 5 novembre viene deciso nelle alte sfere la linea dura, la linea del blitz. Presupposto è l’installazione di una rete di protezione sotto la gru, senza la quale nessuna azione di polizia era immaginabile, l’arrivo di ingenti forze dell’ordine (250 tra poliziotti e carabinieri arrivati da Genova, Padova, Bologna e Milano), l’isolamento totale della zona da lunedì 8 novembre, con cariche, fermi, arresti, espulsioni e rimpatri. Questa linea, inizialmente nella versione “tirar[li] giù dalla gru con un’azione di forza” come chiedeva ancora l’11/11 Giuseppe Romele, vicepresidente della Provincia; poi, come ha spiegato Roberto Toffoli, consigliere comunale Pdl, lo stesso giorno: “mantenimento del regime di assedio e razionamento dei viveri secondo i criteri del necessario e nulla più” fino a che fossero scesi sfibrati, verrà mantenuta in modo integrale fino a martedì 9 novembre.

Il linguaggio del comando, dell’ordine, dell’ultimatum naturalmente prosegue:

“non hanno altra scelta se non scendere” (5/11); “il limite è stato superato, siamo ben oltre qualsiasi pazienza possibile, basta… questa illegalità va sanata, ci sono istituzioni quali la Questura che hanno gli strumenti per decidere come intervenire” (7/11); “il presidio non era pacifico e condivido la decisione del prefetto e del questore… solidarietà alle forze dell’ordine che stanno facendo un lavoro importante per ripristinare la legalità e i diritti dei cittadini del quartiere” (8/11); “una situazione di assoluta irragionevolezza… una situazione inaccettabile, intollerabile… il limite è stato superato… non [ci sono] più alternative” (8/11)

Ma oltre a questo viene sviluppato un discorso aggiuntivo, di cui alcuni elementi erano già emersi nella  fase precedente. Paroli dice che “siamo davanti soprattutto ad una questione di regole” (4/11), regole “fatte di diritti e doveri” (16/11). Ma queste regole, questi diritti e doveri sono qualcosa di ben diverso dai doveri prescritti dalla legge e dai diritti garantiti dalla stessa. Tant’è che Paroli dice che la legge non basta, “serve un nuovo patto sociale che renda chiari doveri e diritti di tutti” (16/11)*.

Cosa sono questi doveri e diritti che esulano dalla legge? Per ciò che attiene ai doveri Paroli parla di “rispetto… del sentimento di una città”, “rispetto degli altri”, rispetto di “valori”, “tradizioni” e “immagine”che non devono essere “offesi”, “sfidati” o “schiaffeggiati” (7/11). A sentimento, valori, tradizioni e immagine, Paroli aggiungerà identità (8/11) e anima (15/11) della città.

Tutte queste cose vanno rispettate. “Chi viene qui per lavorare” (7/11) è tenuto all’osservanza di questi doveri (qui non c’entra legalità, permessi di soggiorno o altro), se vogliono essere integrati.

“L’integrazione è possibile solo nel rispetto delle regole e del sentimento di una città. Invece dalla protesta di questi giorni Brescia si sente offesa nei propri valori… una integrazione vera non può esserci se non dentro un sistema fatto di rispetto. Degli altri e delle regole” (5/11); “Quello che sta accadendo in questi giorni è un vero e proprio schiaffo all’immagine della nostra città, accogliente e generosa per tradizione. Lo è anche per le migliaia di immigrati che vivono tra noi e per il lavoro di integrazione compiuto in questi anni”. La manifestazione del 30 ottobre è stata “una vera e propria sfida ai nostri valori e alle nostre tradizioni…. Chi viene qui per lavorare, non può offenderci in questo modo” (7/11); sono stati dissipati “anni di lavoro delle forze sociali e delle istituzioni sulla strada dell’integrazione… Da anni Brescia lavora per l’integrazione e oggi tutto diventa più difficile ma noi continueremo a lavorare per l’integrazione… si è offesa l’identità di Brescia e si è nuociuto ad anni di lavoro per l’integrazione” (8/11); “la protesta aveva comunque messo a repentaglio anni di lavoro a favore della integrazione… necessità di un nuovo patto sociale per salvaguardare l’anima accogliente di questa città ma anche il rispetto per i doveri” (15/11).

Brescia è “accogliente e generosa” (5 e 7/11) , mostra “accoglienza e attenzione ai più deboli” (5/11), “la nostra storia… è fatta di sguardi e azioni rivolti alla persona e ai bisognosi” (15/11), ma se non si rispettano i doveri allora si fa un “ricatto nei confronti di una città” (7/11), il cui esito è “quello di alimentare diffidenza ed antipatia verso tutti gli stranieri onesti [che rispettano i doveri]” (7/11), si crea un’offesa a cui la reazione comprensibile è una reazione “di pancia” (nel caso specifico: voler lasciare gli immigrati sulla gru senza acqua e cibo), ma bisogna essere responsabili (5/11): cioè bisogna “liberare la città dal ricatto della quale è vittimaricattare la città non servirà a nessuno… Un conto è la solidarietà umana, un altro è cedere ad un vero e proprio ricatto nei confronti della città tutta. Non lo possiamo accettare” (8/11), “non cediamo ai ricatti” (13/11), “non intendiamo concedere più nulla” (7/11).

E i diritti? “La tutela dei diritti viene anzitutto” dice il 16/11, ma aveva ben chiarito, l’8/11: “Bisogna garantire i diritti di tutti. E sono i diritti dei bresciani”. Per ciò che riguarda diritti come quelli di espressione e di riunione? Sono relativi: “le manifestazioni non potranno mai più essere contro la città”; “qui tutti hanno sempre potuto manifestare: ma un conto è manifestare, altro manifestare contro” (16/11).

Il quadro che emerge è terribile. Paroli nega ogni divisione del corpo sociale, e si fa interprete di un corpo collettivo (la città) considerato come unità e totalità al di sotto della sfera economica e sociale. Le masse, fuse in questo corpo collettivo svolgono al massimo una funzione coreografica, ornamentale (le celebrazioni, i festeggiamenti). Le regole al quale si richiama non appartengono al diritto: l’anima, l’identità, il sentimento, i valori, le tradizioni, e l’immagine che ne consegue sono elementi della città, corpo collettivo unico: fanno parte della natura, dove a un’offesa, a una sfida, non può non esserci la conseguente umiliazione del reo, o la sua punizione (Rolfi lo dice espressamente, l’8/11, sulle colonne de laPadania). L’universo di Paroli è un universo senza legge. Libertà essenziali dell’individuo (di espressione, di culto, di residenza, di riunione, ecc.) vengono negate, subordinate alla volontà della città (si vedano le sue dichiarazioni del 23 ottobre), che può concedere, nella sua generosità – ma solo se si fa atto di sottomissione, vera sintesi dei doveri nell’accezione di Paroli.

Distruzione del politico come luogo di confronto della pluralità e delle diversità umane, negazione delle libertà essenziali dell’individuo, elogio dello spirito di sottomissione – a quando l’apologia del boia?

La città in realtà è un corpo sociale plurale, attraversato da mille divisioni, di classe, di gruppi sociali, di libera associazione, in cui interessi, originalità, volontà collettive e individuali, tutte con molteplici rispettive sfumature, si intrecciano, si scontrano, convergono o divergono a seconda dei tempi, delle tematiche, in un farsi e disfarsi continuo delle collettività umane, un aspetto genialmente colto da Musil quando afferma che ogni metropoli è “costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; …, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi”. Ma per Paroli tutto questo non può esistere. Il conflitto sociale non c’è anche se gli scoppia sotto il naso: si tratta di una manipolazione ad opera dei cattivi maestri, è un complotto. L’unità del corpo collettivo-città può essere messo in discussione solo da elementi che introducono dall’esterno conflitti altrimenti inesistenti:

i lavoratori immigrati sulla gru erano “ragazzi che non sapevano nemmeno bene quel che stavano facendo là sopra… persone disperate” (20/11), “protestava[no] senza rendersene conto… non erano sulla gru solo per loro volontà… altri decidevano la loro sorte” (16/11), “non aveva[no]… consapevolezza… persone nè indagate nè esperte di una situazione come quella che li ha portati in cima alla gru. Vicenda che, di certo non ha aiutato gli immigrati, ma qualche gruppo che li ha strumentalizzati ad avere visibilità” (15/11), “chi è lassù non si rende conto della gravità della situazione e continua ad essere strumentalizzato… tutta colpa dei cattivi maestri” (8/11), “che li hanno mal consigliati, …specula[ndo] sulle difficoltà e sulle aspettative di poveri immigrati, illudendoli” (5/11). “Che pongano fine ad una protesta in cui loro sono le vittime sacrificali” (8/11).

Per ciò che riguarda gli immigrati, non rientrano e non potranno mai rientrare nel corpo collettivo-città. Sottomettendosi verranno accettati, tollerati, mai assimilati; al più destinatari della generosità e delle concessioni fatte dalla città. Questo è il significato della parola integrazione. Così si chiariscono tutte le dichiazioni di Paroli sul lavoro fatto dalla sua amministrazione a favore dell’integrazione: non sono dichiarazioni menzognere (tenendo a mente tutte le ordinanze contro gli immigrati), sono strettamente veritiere. Il corpo collettivo-città è razzialmente definito. Se gli immigrati non si sottometteranno, o rifiuteranno l’attuale sottomissione, diventeranno una categoria di paria sociali, veri o propri fuorilegge, la cui alterità viene esaltata per farne il catalizzatore dell’odio sociale. Qui però si crea un cortocircuito: per essere veri fuorilegge bisogna contravvenire alla legge stessa (la terribile legge italiana del reato di clandestinità) , non è sufficiente opporsi alla visione di Paroli. Ecco che allora da un lato Paroli non può confrontarsi con le vere richieste dei lavoratori immigrati (incontro con Maroni, tavolo istituzionale sulla sanatoria – presidio autorizzato permanente – garanzie di non espulsione e rimpatrio per tutti in attesa dei risultati del tavolo istituzionale), ma fa credere che le richieste siano (1) i permessi di soggiorno subito (2) solo per chi è sulla gru. Solo con questa falsificazione riesce a portarsi sul terreno legale, di diritto.

E’ “evidente a tutti che le persone che si trovano in cima alla gru non sono nè colf nè badanti. E l’emersione dal lavoro nero del settembre 2009 riguardava le une e le altre, non era una sanatoria. Dunque, la loro domanda di permesso di soggiorno è stata respinta, perché non aveva i requisiti… Se loro ritengono di avere delle ragioni, scendano dalla gru e le facciano valere in tribunale” (7/11), chiedono “un permesso al quale non hanno in nessun modo diritto” (5/11) perché “la legge di emersione dal lavoro nero era per colf e badanti” (8/11). “Non hanno alcun diritto da far valere… parlare di diritti è fuorviante [perché] sappiamo tutti che nessuno di loro è colf o badante per le quali la legge ha previsto la regolarizzazione con la sanatoria [quindi la loro è] una protesta… inconsistente nel merito”. “Non saranno concessi permessi di soggiorno”. (8/11)

Ma spostandosi sul terreno legale, di diritto, Paroli incrocia ed utilizza a piene mani quel mostro giuridico e politico che è la sanatoria per colf e badanti. Una sanatoria che è stata pensata e scritta come legge per tutti – e che solo pro forma riportava per colf e badanti. Sulla stampa locale questa semplice verità non è mai apparsa, se non un fugace accenno in una dichiarazione di padre Toffari del 18/11. E’ in realtà “evidente a tutti” che il 90% dei sanati non sono mai stati né colf, né badanti. Un colosso di ipocrisia che doveva servire a tutti: agli immigrati che si regolarizzavano sia pur a caro prezzo; allo Stato, che incassava pingui somme; all’Inps che si trovava gratificata di contributi creati ex novo (a carico dei lavoratori, anche se formalmente dei datori di lavoro); ai trafficanti e speculatori d’ogni risma che colgono ogni buona occasione per far strozzinaggio ai danni dei più deboli; alle autorità italiane che grazie a una sanatoria per tutti finalmente hanno una conoscenza completa della realtà straniera; ai partiti e organizzazioni xenofobe e razziste che hanno potuto vantarsi che non una sanatoria è stata fatta, ma un’ “emersione dal lavoro nero” delle sole colf e badanti, e che quindi sono efficienti nel far fronte all’immigrazione. Mostro giuridico e politico inserito in una legislazione sugli immigrati che nel suo complesso è mostruosa dal punto di vista giuridico e politico, in cui tutto è scritto ed è scritto anche il suo contrario, e in cui quindi funzionari, responsabili locali o nazionali possono fare quello che vogliono perché c’è una pezza d’appoggio legale per qualsiasi cosa. Rispettare la legge? Quale legge se una dice una cosa e l’altra tutt’altro? Come è possibile far valere i diritti in Tribunale quando si è stati rimpatriati? Ma soprattutto: non di rispetto della legge qui si tratta, ma di rispetto per delle circolari, prodotte da corpi amministrativi, alla faccia della funzione legislativa del Parlamento. La vita dei lavoratori immigrati è sovradeterminata da questa abnorme produzione amministrativa che contrasta con i più basilari principi dello stato di diritto**. La cosiddetta sanatoria “per colf e badanti” è stata infatti stravolta dalla successiva “circolare Manganelli” per cui chi non aveva ottemperato all’ordine di espulsione in quanto senza documenti si sarebbe vista la domanda respinta – indipendentemente se uno era effettivamente o meno colf o badante. Un mostro due volte. E Paroli mai ha fatto cenno alla  “circolare Manganelli” anche se tutta la mobilitazione dei lavoratori immigrati è sempre stata solo ed esclusivamente su questo aspetto!

Ricordiamo i dati: a ottobre viene affermato che le pratiche respinte sono circa un migliaio, il 10/11 il Il Sole 24ore afferma che a Brescia sono state rigettate “1.675 pratiche su un totale di 9.429 pratiche definite (il 17,78%). Per quasi tutti il no è arrivato a causa di precedenti condanne per clandestinità”. Da questo momento in poi la cifra comunemente riportata diventa 1.700. Il 26/11 la Prefettura fornisce nuovi dati: 1.783 pratiche respinte su 9.466 pratiche definite (quindi confrontando i dati del Sole 24ore del 10/11 le pratiche definite sarebbero aumentate solo di 30, di cui 113 respinte!), 750 in corso di rigetto e altre 838 in fase di istruttoria (ma al totale mancano ancora circa 200 pratiche, scomparse). I numeri sono confusi, ma ci si attesterà probabilmente su 2.500-3.000 domande rigettate su più di 11.000 presentate (circa il 25%). Curiosamente da parte del potere si tende a ridurre l’incidenza della “circolare Manganelli” (a Brescia di passa da 350 [Questura, 28/10] a circa 100 [Beccalossi, 11/11] e infine a circa 60 [Giornale di Brescia, 16/11]), mentre l’incidenza della Manganelli è il parametro dell’efficienza della polizia nel reprimere il “reato della clandestinità”, visto che le 11.242 persone che hanno fatto richiesta di sanatoria erano ovviamente senza documenti.  “Meglio che a tutti è andata agli immigrati di Varese: 4.839 domande presentate, 4.173 pratiche definite e solo 180 rigetti. Una percentuale del 4,31% che si può considerare fisiologica come quelle di Sondrio (6,09%) e Como (7,34%)” diceva il già citato articolo del Sole 24ore. Questi dati mostrano nella loro crudezza quanto la sanatoria del settembre 2009 e la circolare del marzo 2010 siano una doppia mostruosità giuridica e politica, perché nessun dato fattuale può giustificare in alcun modo il divario tra una percentuale di respingimenti del 4% a Varese e del 25% a Brescia, considerando il fatto che nelle due province il rapporto tra domande presentate nel settembre 2009 e popolazione straniera residente (“con documenti”) al 1 gennaio 2008 è praticamente identica, circa l’8,5%. Ma su questo avremo modo di tornare nelle conclusioni.

* Il Partito democratico plaudirà alla proposta di Paroli di un nuovo “patto sociale”.

** Riferimento d’obbligo: Luigi Ferrajoli, Politiche contro gli immigrati e razzismo istituzionale in Italia; Iside Gjergji, La socializzazione dell’arbitrio. Alcune note sulla gestione autoritaria dei movimenti migratori, in: Pietro Basso (a cura di), Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, 2010.

La sconfitta

Mercoledì 10 novembre la situazione è bloccata. L’installazione della rete protettiva sotto la gru si è rivelata impossibile. Finiscono gli ultimatum, iniziano le trattative individuali. L’obiettivo è sempre quello di chiudere una protesta non solo senza cedimenti sulle richieste, ma anche con una visibile sconfitta della lotta, che possa servire di lezione: dapprima grazie una discesa sotto minaccia, a un blitz poliziesco, a una discesa per stanchezza, gli immigrati finalmente piegati e puniti – espulsi, rimpatriati, oppure incarcerati. Ora si puntano le carte su una rottura delle solidarietà collettive grazie a successive discese individuali. Ma per far questo sono necessari garanzie di non espulsione e di libertà individuale e copertura politica delle rispettive comunità. Sia pur individuali iniziano delle trattative, non più solo comandi, ordini, minacce. Ma anche questa strada non riesce ad essere quella risolutiva: dei sei immigrati solo due accettano di scendere. Domenica 14 novembre iniziano delle trattative collettive, la negazione totale della visione politica di Paroli. Trattative certo particolari e con sostanziosi margini di ambiguità: per “interposta persona” da parte delle autorità, che si avvolgono di sindacati (Cgil e Cisl) e Curia, in un rapporto ambiguo e in nuce conflittuale con gli stessi, dando loro da un lato un privato via libera, ma senza riconoscere pubblicamente il contenuto della mediazione proposta. Alla fine il risultato raggiunto è, in parte, una mediazione tra lavoratori immigrati in lotta e autorità; e in parte, un’adesione alla lotta degli immigrati da parte delle maggiori organizzazioni di massa di Brescia, che si impegnano sulle loro richieste. Né solo una cosa, né solo l’altra. Il tutto complicato all’estremo dall’opposizione a questa trattativa del Ministero degli interni: in itinere dichiarazioni provocatorie della Prefetto; fermo, espulsione e successivo rimpatrio di uno dei dirigenti della lotta stessa, in spregio a qualsiasi norma di diritto, di legalità. Ma nonostante questa opposizione, queste provocazioni e queste ambiguità la visione politica a cui ha dato voce Paroli  è la vera sconfitta: non sottomissione, ma trattativa da pari a pari; non corpo collettivo unico della città, ma pluralismo e autonomia delle sue componenti. Il testo di Cgil, Cisl e Curia recita:

“Le iniziative da voi assunte hanno messo in luce, con drammaticità ed efficacia, sia a livello locale che nazionale, l’esistenza di una vera e rilevante questione riguardante l’accertamento ed il riconoscimento di diritti, l’assegnazione dei permessi di soggiorno e le istanze di regolarizzazione. […] vi verrà garantito un trattamento umanitario così come è già stato riservato agli altri vostri due fratelli che sono scesi nei giorni scorsi. I risultati da voi ottenuti, quali la solidarietà e tutte le iniziative, anche a livello parlamentare, per modificare l’attuale legislazione, non verranno… annullati. Per tali motivi, le iniziative proseguiranno sia con la concessione di un presidio autorizzato a Brescia, sia con l’apertura di un tavolo istituzionale presso la Prefettura con la presenza di tutti coloro che vi sono stati vicini e che sono interessati a risolvere i problemi da voi sollevati con grande determinazione”

Su questo testo viene fatta una vera trattativa per una intera giornata su una serie di aspetti concreti e tecnici che si concludono positivamente. I quattro immigrati scendono dalla gru in una serata, quella di lunedì 15 novembre, che è la scena della vittoria: i quattro immigrati scendono, ritti, non piegati, insieme, con garanzie o impegni scritti su quasi tutte le loro richieste, circondati da centinaia, migliaia di persone che esultano con loro e combattono con loro per il tanto che rimane da conquistare.

Dal giorno dopo iniziano “giochi delle parti” incrociati, dichiarazioni fatte per occultare e far dimenticare questo dato. Vale la pena dipanare questo incrocio.

Il 2 novembre viene ingiunto dall’amministrazione un ultimatum agli immigrati sulla gru, e sindacati (Cgil e Cisl) e Curia accettano di farsene portavoce: scendete o ve ne pentirete, promessa verbale che dopo la discesa ci sarebbe stato un tavolo di trattative, e presidio di 15 giorni gestito dagli stessi sindacati e dalla Curia. I sindacati e la Curia sono le più importanti organizzazioni, progressista e conservatrice, di massa di Brescia. Se qualcuno si può arrogare il diritto di parlare “a nome della città” sono proprio loro. Il ruolo che hanno rivestito il 2 novembre segna il punto più basso e vergognoso che hanno assunto, puri strumenti del potere. Il 14 novembre gli stessi sindacati e la Curia fanno tutt’altro, e per fortuna si riscattano, con il testo sopra citato. L’amministrazione dà il via libera a questa trattativa collettiva, ma si rifiuta di apportare firme o dichiarazioni esplicite. E’ recalcitrante. Sa che non può fare diversamente, ma non vuol far vedere che si piega. Sindacati e Curia sanno che hanno solo un placet silenzioso, e per far pressioni su Comune e Prefettura affermano che il testo del 14 novembre contiene le stesse cose del diktat del 2 novembre, i cui iniziatori furono proprio Comune e Prefettura. La cosa evidentemente è falsa, ma serve. Paroli coglie al volo il parallelo tra il 2 e il 14 novembre, non per autorizzare il presidio, ma per sottolineare che le proposte del 2 novembre erano “intelligenti” e che “non si è capito perché allora non siano state prese al volo” (16/11). Una piccola guerriglia verbale viene scatenata per negare la sconfitta: “non è stato promesso nulla (15/11), “ribadisco, comunque, che non sono stati presi impegni di alcun genere” (16/11). Come sempre spetta al leghista e vicesindaco Rolfi fare le dichiarazioni più roboanti e improbabili, e alla Prefetto Brassesco Pace fare quelle più noiose e ripetitive. Alla fine la Questura rispetterà gli impegni, mentre il Comune e la Prefettura si piegheranno a un “presidio” e a un “tavolo istituzionale” che sono tali solo formalmente, purtroppo con la copertura di sindacati e Curia, che evidentemente hanno costituzionalmente un movimento pendolare.

Ma questi sono elementi che fanno parte del “dopo-gru”, del “dopo-sconfitta” di Paroli, che stracciando gli accordi presi cerca di riguadagnare terreno. La sconfitta visibile dei lavoratori in lotta, che potesse servire di lezione, l’unica linea perseguita da Paroli e dalla sua giunta per un mese e mezzo, non c’è stata. La sua politica è stata sconfitta. La sera del 15 novembre ne è il segno indelebile. Da allora i quattro immigrati non sono stati né espulsi, né arrestati, e da un’assemblea all’altra parlano agli immigrati e ai bresciani.

Ma ancora più importante:  abbastanza in sordina il 16/11 il Prefetto dice che “questo ufficio ha sempre provveduto a denunciare all’ autorità giudiziaria, nel pieno rispetto delle norme, tutti coloro che si sono prestati al rilascio di false dichiarazioni ai fini dell’assunzione di lavoratori immigrati”, ma in modo inequivocabile è lo stesso ministro Maroni in persona che a Brescia accetta le richieste dei lavoratori immigrati:

“Chi si dice sfruttato può avere il permesso di soggiorno: basta che denunci chi lo sfrutta”; “permesso di soggiorno a chi denuncia i propri datori di lavoro in nero: chi dice di essere sfruttato collabori con le forze dell’ordine, denunci chi lo sfrutta e otterrà un vantaggio”; “l’immigrato che denuncia chi lo sfrutta ha diritto a un permesso di soggiorno”; “manovali e operai che sono stati convinti a presentare domanda, magari pagando i propri datori di lavoro per ottenere false certificazioni, devono denunciare i loro sfruttatori” (26/11).

E’ il via libera all’estensione dell’art. 18 della Bossi-Fini (riguardante le prostitute), ed è l’appiglio legale per sanare i guai della “sanatoria truffa” del 2009. E’ quello che avevano fin dall’inizio richiesto i lavoratori immigrati nella loro lotta come primo passo verso una vera sanatoria.

Conclusioni

Perché tanto odio contro i lavoratori immigrati? Perché negare ai lavoratori immigrati a Brescia quello che viene loro concesso senza problemi o con pochi problemi a Varese, a Milano, a Verona? Perché cercare la loro umiliazione e sconfitta? Penso che l’unica spiegazione è che a Brescia si è creata una tradizione di radicalizzazione tra i lavoratori immigrati da oramai 20 anni, tradizione che percorre sotterraneamente questa città e che periodicamente esplode in forme di massa. Una tradizione, una memoria che si trasmette, per vie comunitarie, associative, sindacali, di varia socialità, talvolte per vie inattese, e che finora non è stata spezzata*. Tradizione che è riuscita ad avere visibilità e risonanza più volte a livello nazionale.Questa tradizione bresciana doveva essere spezzata in modo netto, traumatico, perché ci fosse una cesura fra i vent’anni passati e quelli prossimi. E questa strategia, questa scelta è stata probabilmente presa a livello nazionale.

Già dal 29 settembre Rolfi si vantava di aver deciso lo sgombero del presidio dei lavoratori immigrati, iniziato il giorno prima, con l’appoggio del Ministero degli Interni. Nient’altro che vanteria? Possibile, visto che in meno di 24 ore avrebbe scomodato il ministero per una manifestazione di 100 persone (secondo il Giornale di Brescia) o di 300 persone (secondo il Corriere della Sera), e per un presidio in posizione decentrata che non minacciava alcunché. E’ tuttavia vero che riesce a ottenere l’intervento della polizia per lo sgombero del presidio a una velocità inusitata, poche ore dopo la sua creazione. Molti giorni dopo, l’11 novembre, il consigliere Toffoli del Pdl dichiara senza ombre di ambiguità: “la gestione della protesta non riguarda solo Brescia e non è corretto attribuire all’amministrazione locale la responsabilità di scelte che non vengono assunte qui”. Maroni naturalmente non può non minimizzare: avrebbe seguito “costantemente e personalmente” la vicenda, “senza interferire”, ma limitandosi a offrire “qualche consiglio”: “ho avuto l’impressione che si trattasse di un test, per vedere come sarebbe andata a finire, per poi replicare la protesta a livello nazionale” (26/11).

Ma c’è dell’altro. Lo scontro politico che si è consumato a Brescia tra la fine di settembre e il novembre 2010 non riguardava solo i lavoratori immigrati. Era importante tentare di spezzare la tradizione di radicalizzazione tra i lavoratori immigrati perché non si incrociasse nel futuro con una probabile ondata di radicalizzazione tra quelli italiani (di cui forse si stanno vedendo i primi segni). Lo ricorda Paroli: “il nostro primario obiettivo è che situazioni di questo tipo non si ripetano più nella nostra città” (16/11): “nessuno, nè straniero nè italiano, può pensare di chiedere cose impossibili” (15/11). Rolfi, seguendo il suo stile, l’aveva detto senza ambiguità già dal 10 novembre: “è doveroso che le istituzioni mantengano fermezza sennò un domani quando scadrà la cassa integrazione o vi saranno degli sfratti, potremmo averne altri di cantieri occupati”. Quando scadrà la cassa integrazione… qui non si parla più di immigrati, o non solo di loro, si parla di lavoratori tout court.

Ma la realtà, che piaccia o meno a Paroli e Rolfi, è ben diversa. E la conclusione dei “giorni della gru” lo dimostra. I lavoratori – anche italiani – hanno una ben diversa visione di come difendere i propri diritti. Come la brava “signora Carmela”, truffata anche lei dagli strozzini che hanno approfittato dei lavoratori immigrati durante la sanatoria (i suoi dati venivano utilizzati a sua insaputa per una serie di regolarizzazioni), che il 26 ottobre dichiara al Giornale di Brescia: “E’ pronta a incaternarsi davanti al Tribunale, ad arrampicarsi su una gru o a salire su un tetto per portare la sua storia all’attenzione di chi di dovere. E’ determinata la signora Carmela, anche perché è esasperata e amareggiata per l’incubo che sta vivendo dallo scorso marzo”. L’articolo esce il 27 ottobre e gli immigrati, ben più “esasperati e amareggiati”, accettano il consiglio e si arrampicano su una gru tre giorni dopo.

La crisi economica e sociale solo iniziata nel 2007-2008 ha aumentato e aumenterà ancor più nel futuro l’insicurezza lavorativa ed esistenziale di tantissimi lavoratori italiani e immigrati. La risposta del potere è quella di puntare tutte le carte sul divide et impera, sulla lotta di tutti contro tutti, facendo intravvedere ai lavoratori italiani quanti soldi in più per i servizi sociali e quanto lavoro in più ci sarebbero senza l’immigrazione. Non è prima facie evidente che il sistema produttivo e di fornitura dei servizi ha bisogno – per non fallire sul mercato con conseguente perdita dei posti di lavoro – di uno strato di lavoratori supersfruttati; via gli immigrati, si pieghino gli italiani, e il “tesoretto” del welfare lasciato intravedere non andrà comunque a favore dell’elettore o dell’elettrice leghista se non diventeranno essi stessi, come gli immigrati oggi, dei paria sociali. Ma il divide et impera ben funziona nello stesso modo anche tra lavoratori pubblici e quelli privati, tra lavoratori uomini e lavoratrici donne, tra lavoratori di una generazione e quelli di un’altra, tra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e lavoratori precari, e così via, in una spirale senza fine. A livello politico si forma una comune opinione di stampo reazionario nei circoli del potere, attrezzata alla gestione sociale che questa crisi “impone” e “imporrà”: una subcultura reazionaria che prende a prestito temi, motivi, figure, refrain dall’unica cultura reazionaria utilizzabile, quella del ‘900, quella dell’imperialismo colonialista, dei totalitarismi fascisti e nazisti. Riemersa non a causa di complotti massonici, ma dalle esigenze “imposte” dalla crisi di lungo periodo che scuote e scuoterà la nostra società. La mente di Adriano Paroli, messa a nudo nei “giorni della gru”, non riflette tanto una sua personale visione politica, ma rivela questa comune opinione reazionaria. Secondo quest’ultima gli uomini, le loro organizzazioni di qualsiasi tipo,  vengono visti solo o come propri strumenti, o come un pericolo. Questa è probabilmente la causa del “movimento pendolare” di sindacati e Curia, alla difficile ricerca di una autonomia non schiacciata nell’aut aut reazionario, ma che ha come unico risultato un permanente moto oscillatorio. Le conclusioni di un saggio di Hal Draper da cui ho ripreso il titolo hanno ancora una forte carica di attualità: “E’ abbastanza facile diventare uno strumento. Ce ne sono di tanti tipi… E’ anche vero che si corrono dei rischi a scegliere di diventare un pericolo… Come sarà il futuro? Ciascuno deve fare la sua scelta”**.

* E che nel settembre-novembre 2010 si è incrociata in specifico con l’ondata di radicalizzazione operaia e popolare che scuote da anni l’Egitto: il movimento di lotta bresciano ha avuto la sua scintilla iniziale dall’iniziativa di un gruppo di lavoratori egiziani, non casualmente colpiti dopo l’8 novembre da una repressione durissima (in dieci sono stati espulsi e rimpatriati).

** The mind of Clark Kerr, Independent Socialist Club, Berkeley, California, 1964.

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